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Swiss Observer

«Dovremo convivere con i dazi USA», avverte la responsabile della SECO nel clima d’incertezza politica

La responsabile della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha avvertito che probabilmente le aziende svizzere dovranno adeguarsi ai dazi statunitensi, destinati a durare, mentre i continui cambiamenti di rotta dell’amministrazione USA creano incertezza per gli esportatori.

AI23 febbraio 2026Il nostro processo editoriale
«Dovremo convivere con i dazi USA», avverte la responsabile della SECO nel clima d’incertezza politica
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Gli esportatori svizzeri si stanno confrontando con una nuova, dura realtà. In una valutazione schietta del clima commerciale transatlantico, la responsabile della SECO Helene Budliger Artieda ha lanciato un chiaro avvertimento: le aziende svizzere devono prepararsi a fare i conti a lungo con i dazi statunitensi. «Sospetto che dovremo convivere con i dazi statunitensi», ha dichiarato, segnalando che è finita la speranza che le sole contestazioni legali possano smantellare il protezionismo americano.

La volatilità ha raggiunto il culmine sabato sera, quando l’amministrazione USA ha imposto un dazio globale del 15% sulle importazioni, con validità di 150 giorni. La misura, adottata in virtù della sezione 122 del Trade Act del 1974, è una risposta diretta alla Corte suprema degli Stati Uniti, che aveva appena invalidato i precedenti dazi «reciproci». Mentre Berna si affretta ad analizzare i dettagli, il messaggio da Washington è inequivocabile: se una porta si chiude, la Casa Bianca ne sfonda un’altra. Le parole di Budliger Artieda riflettono un’accettazione pragmatica, anche se cupa: a prescindere dalle decisioni giudiziarie, le barriere economiche attorno al mercato statunitense si stanno rafforzando.

Cambi di rotta a Washington: l’effetto yo-yo

La situazione delle aziende svizzere è precipitata in un limbo giuridico sempre più confuso. Poco dopo che la Corte suprema degli Stati Uniti aveva assestato un colpo a favore dello Stato di diritto, dichiarando parzialmente illegali i dazi precedenti, l’amministrazione ha cambiato rotta a velocità fulminea. Il risultato è un «yo-yo» politico che lascia gli esportatori nell’incertezza da un giorno all’altro. L’annuncio iniziale di un dazio del 10% è stato rapidamente seguito, nel giro di poche ore, da un aumento al 15%, creando confusione sulle aliquote effettive.

«Al momento, alcuni aspetti non sono ancora chiari», ha ammesso Budliger Artieda, invitando alla pazienza nel mezzo del caos. Secondo alcuni analisti, l’intervento della Corte suprema dimostra che la separazione dei poteri funziona. Per un orologiaio o un produttore di macchinari svizzero, però, la realtà pratica è ben meno filosofica. Le aziende si trovano in una zona grigia normativa e non sanno se la nuova aliquota del 15% sostituisca i dazi precedenti o si aggiunga a essi. Questa imprevedibilità è il nuovo nemico e, a quanto pare, è più dannosa dei dazi stessi.

Miliardi in bilico: il prezzo elevato dell’incertezza

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Sono in bilico investimenti svizzeri pianificati oltreoceano per ben 155 miliardi di CHF (200 miliardi di dollari). Gli Stati Uniti restano il principale mercato d’esportazione della Svizzera e questi capitali sono ora esposti a un regime commerciale che Rahul Sahgal, direttore della Camera di commercio Svizzera-USA, definisce una «nuova fase» di attriti permanenti. È finita l’epoca in cui si poteva sperare di tornare alla normalità del libero scambio.

Sahgal ritiene che per la maggior parte dei settori l’impatto pratico possa limitarsi ad adeguamenti di «due o tre punti percentuali» e che settori cruciali come quello farmaceutico e dell’oro restino protetti da eccezioni. Il costo psicologico, tuttavia, è enorme. Assistiamo a un cambiamento fondamentale: i dazi doganali non sono più una leva temporanea, ma costi operativi fissi. I dazi del 50% su acciaio e alluminio, rimasti in vigore durante il passaggio da Trump a Biden e poi di nuovo a Trump, costituiscono un precedente inquietante. L’industria svizzera è resiliente, ma anche i bilanci più solidi faticano a reggere un’instabilità senza fine.

Corsa diplomatica: Berna non arretra

Di fronte a queste difficoltà economiche, Berna si sta mobilitando. Questa settimana una delegazione parlamentare di alto livello parte per gli Stati Uniti per una missione cruciale di cinque giorni. L’obiettivo è chiaro: fare chiarezza e garantire alle aziende svizzere certezza giuridica. Il Dipartimento dell’economia sostiene che il suo obiettivo sia un accordo vincolante a tutela degli interessi svizzeri, a prescindere dalle tempeste politiche che imperversano a Washington.

Il percorso da seguire è però irto di difficoltà. L’amministrazione USA ha dimostrato di essere pronta a ricorrere a ogni strumento a sua disposizione, dalle misure di sicurezza nazionale previste dalla sezione 232 alle accuse di pratiche sleali ai sensi della sezione 301, per mantenere la propria linea protezionistica. Mentre la Svizzera porta avanti questa «diplomazia dei lingotti d’oro», la strategia del governo è improntata a una calma perseveranza. Berna sta analizzando le conseguenze «su base continuativa», ma quando la delegazione arriverà sul suolo americano porterà con sé il peso di un’intera economia in cerca di risposte che Washington potrebbe non essere pronta a dare.