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Swiss Observer

Il Governo svizzero apre la porta a un divieto nazionale delle pratiche di conversione

Il Consiglio federale si dice favorevole a un divieto a livello nazionale delle pratiche di conversione, descrivendo come dannosi i tentativi di cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere.

AI11 settembre 2026Il nostro processo editoriale
Il Governo svizzero apre la porta a un divieto nazionale delle pratiche di conversione
AILe News

Il Consiglio federale ha aperto la strada a un divieto nazionale delle pratiche di conversione, inserendo la questione nell’agenda politica federale svizzera. In un rapporto ripreso da RTS il 4 settembre 2026, il Governo ha dichiarato di respingere fermamente i tentativi di cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona e di riconoscere i danni che tali pratiche possono causare.

Le pratiche di conversione possono prendere di mira l’omosessualità, la bisessualità, l’identità transgender e altre forme di diversità sessuale e di genere. Possono comportare pressioni psicologiche, manipolazioni verbali o interventi che ledono l’integrità fisica di una persona. Secondo le segnalazioni, si verificano in comunità religiose, famiglie, scuole, istituti di cura e contesti psicoterapeutici.

Il Governo ritiene nel complesso adeguate le protezioni giuridiche attuali, ma diversi Cantoni hanno introdotto o stanno preparando proprie restrizioni. Secondo il rapporto, questo mosaico normativo in evoluzione ha rafforzato l’argomento a favore di una legislazione federale. Una norma nazionale potrebbe istituire un quadro giuridico coerente per le persone che cercano protezione e per le istituzioni responsabili della prevenzione degli abusi.

Il Consiglio federale non ha ancora presentato un disegno di legge. Il Parlamento deve prima incaricarlo di intervenire: il prossimo passo è quindi politico, non amministrativo.

L’indagine rileva pressioni in diverse comunità

Il Panel LGBTIQ+ svizzero ha rilevato pressioni volte a cambiare l’identità sia tra le persone transgender sia tra quelle lesbiche, gay e bisessuali intervistate. Le cifre citate nel rapporto governativo mostrano che il fenomeno va oltre segnalazioni isolate o un unico contesto.

Tra le persone transgender intervistate, il 15,5% ha dichiarato di aver subito pressioni per cambiare o reprimere la propria identità di genere. La percentuale corrispondente tra le persone lesbiche, gay e bisessuali era del 9,5%. La fonte non stabilisce quante persone forniscano o organizzino attualmente tali pratiche e il Consiglio federale afferma che i dati disponibili sono ancora troppo limitati per misurarne con precisione la diffusione.

Le esperienze segnalate erano particolarmente frequenti durante l’infanzia e l’adolescenza. Le persone intervistate hanno inoltre indicato i contesti religiosi come luoghi ricorrenti, segnalando anche casi in famiglia, a scuola e negli istituti di cura. Questa varietà rende più complessi i controlli, poiché le condotte possono presentarsi come consulenza, pressioni familiari, interventi religiosi o presunte cure.

Il rapporto governativo associa le pratiche di conversione ad ansia, depressione, calo dell’autostima e danni alle relazioni sociali. Le cifre non rappresentano un conteggio nazionale delle vittime, ma forniscono un’indicazione misurabile dell’esposizione nelle comunità esaminate. Mostrano inoltre perché i responsabili politici stanno valutando una legge che copra condotte in contesti diversi.

Il Parlamento deve autorizzare il passo successivo

La risposta federale proposta seguirebbe un mandato parlamentare, che non è ancora stato conferito. Una possibile via consiste nel riprendere una mozione precedentemente sospesa, che potrebbe essere rilanciata dal Consiglio degli Stati. Andrea Caroni, presidente della commissione degli affari giuridici della Camera, potrebbe presentare la proposta nel quarto trimestre del 2026, come prima possibilità.

Prima che possa entrare in vigore un divieto nazionale restano quindi diverse tappe. Il Parlamento dovrebbe decidere se dare seguito alla mozione esistente, definire la portata delle condotte vietate e stabilire come applicare il divieto. Il Consiglio federale dovrebbe poi preparare una legge da sottoporre al Parlamento.

La rilevanza politica del rapporto risiede nella valutazione secondo cui un divieto federale gode di ampio sostegno sociale e politico. Il Governo afferma inoltre che il divieto invierebbe un segnale chiaro, pur riconoscendo che le prove disponibili sono incomplete. I legislatori devono quindi affrontare un compito tipico della Svizzera: tradurre un principio ampio in norme applicabili nei sistemi cantonali e in diversi ambiti professionali.

Il dibattito potrebbe anche mettere alla prova la capacità dei legislatori di distinguere gli interventi coercitivi o dannosi dalle forme legittime di espressione personale, religiosa o terapeutica. Un eventuale disegno di legge dovrà prevedere definizioni precise, protezioni per le persone interessate e un meccanismo di applicazione praticabile.

Le regole professionali definiscono i limiti attuali

Le regole professionali offrono già alla Svizzera un quadro d’azione parziale. Psichiatri, psicologi e altri professionisti della salute devono rispettare il diritto professionale e le norme etiche. Secondo il rapporto del Consiglio federale, le presunte terapie volte a «curare» l’omosessualità possono violare i doveri professionali, siano esse rivolte a minorenni o adulti.

Le associazioni professionali di psicologia e psicoterapia vietano la discriminazione e l’uso improprio dell’influenza religiosa nell’ambito delle cure. Queste norme possono giustificare provvedimenti disciplinari quando un professionista oltrepassa i limiti della propria funzione. Non istituiscono però un’unica norma penale o civile applicabile a tutti i contesti in cui possono verificarsi pratiche di conversione.

La descrizione del Governo comprende famiglie, comunità religiose e scuole, contesti in cui le regole professionali potrebbero non applicarsi allo stesso modo. Fa inoltre riferimento a interventi che potrebbero ledere l’integrità fisica, chiamando in causa la legislazione penale e sanitaria vigente. Un divieto federale potrebbe chiarire quali atti sono vietati, chi può essere ritenuto responsabile e come le vittime possono ottenere riparazione.

Il rapporto non sostiene che le protezioni attuali siano inefficaci. Le considera nel complesso adeguate, pur riconoscendo il valore di una norma nazionale uniforme. La distinzione è importante per i legislatori, chiamati a decidere se una nuova legge debba integrare le norme esistenti o istituire un reato distinto.

La Svizzera valuta un intervento federale

Un divieto nazionale è ancora in fase di elaborazione e la prossima decisione concreta dovrebbe spettare al Parlamento. Il rapporto del Consiglio federale fornisce ai legislatori una base per intervenire, ma non introduce nuove disposizioni penali né fissa una data d’attuazione. La prima iniziativa parlamentare indicata nel rapporto potrebbe consistere nel riprendere la mozione sospesa al Consiglio degli Stati nel quarto trimestre del 2026.

Per le persone interessate dalle pratiche di conversione, il quadro giuridico immediato resta frammentato tra le protezioni vigenti, i doveri professionali e le norme adottate o previste dai singoli Cantoni. Un quadro federale potrebbe ridurre le differenze e rendere più chiare le aspettative per scuole, famiglie, organizzazioni religiose e fornitori di cure.

La qualità della futura legislazione dipenderà dalle prove disponibili e dalle definizioni adottate. Le autorità governative hanno riconosciuto che in Svizzera mancano dati precisi sulla diffusione attuale di queste pratiche. I risultati del Panel LGBTIQ+ svizzero forniscono prove importanti delle pressioni segnalate, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza, ma non rispondono a tutte le domande su chi le esercita, sui metodi e sugli esiti.

Il dibattito che si profila coinvolgerà quindi la salute pubblica, il diritto penale, la regolamentazione professionale e il federalismo. La prima prova sarà capire se il Parlamento deciderà di trasformare l’apertura del Consiglio federale in un mandato formale.