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Swiss Observer

Gli Stati Uniti impongono un dazio del 12,5% sulle merci svizzere per i timori legati al lavoro forzato

Gli Stati Uniti hanno introdotto un nuovo dazio del 12,5% sulla Svizzera, uno dei 60 Paesi accusati di non fare abbastanza per contrastare il lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento, inasprendo le tensioni commerciali.

Gli Stati Uniti impongono un dazio del 12,5% sulle merci svizzere per i timori legati al lavoro forzato
AISWI swissinfo.ch

Un dazio considerevole del 12,5% si frappone ora tra gli esportatori svizzeri e il mercato statunitense. Entrato in vigore con effetto immediato alle 6.01, gli Stati Uniti hanno trasformato la politica commerciale in un’arma contro la Svizzera, accusando il Paese alpino di non aver eliminato il lavoro forzato dalle proprie catene di approvvigionamento globali. Non si tratta di una semplice disputa diplomatica, bensì di un attacco economico ponderato. L’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti (USTR) ha collocato la Svizzera nella fascia soggetta alle sanzioni più elevate, superando l’aliquota del 10% applicata all’Unione europea e al Regno Unito. Questa escalation sostituisce il sovrapprezzo temporaneo del 10% introdotto a febbraio e segnala che la pazienza di Washington nei confronti degli «appelli morali» è ufficialmente esaurita. Quando le merci svizzere arrivano ai porti statunitensi, il loro prezzo è ora maggiorato dalle aggressive indagini condotte ai sensi della Sezione 301, una misura che minaccia di perturbare miliardi di scambi bilaterali. L’amministrazione Trump lo dichiara chiaramente: l’accesso al mercato è ora subordinato al rispetto assoluto dei divieti d’importazione in stile statunitense, lasciando la Svizzera neutrale nel mezzo di una nuova era protezionistica.

La controversia sulla lacuna normativa relativa al lavoro forzato

La Svizzera figura tra i 60 Paesi bollati dall’USTR come inadempienti, perché non dispongono di un divieto esplicito e generalizzato sui prodotti realizzati ricorrendo al lavoro forzato. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) definisce il lavoro forzato facendo riferimento alla coercizione e alla mancata corresponsione dei salari, mentre per gli Stati Uniti l’«azione» richiesta è strettamente di natura legislativa. Da tempo la Svizzera adotta un approccio basato sui rischi, dando la priorità alla cooperazione internazionale e alla dovuta diligenza del settore privato invece di introdurre divieti assoluti. Questa differenza di approccio non ha però convinto gli investigatori statunitensi. È attualmente in preparazione un progetto di legge svizzero sulla gestione sostenibile delle imprese, che riguarderebbe tuttavia solo circa 30 delle più grandi aziende del Paese. Washington ha individuato proprio in questo ambito limitato una scappatoia. Mentre l’UE si è orientata verso divieti d’importazione completi, la preferenza della Svizzera per la «diversità metodologica» ha comportato una penalità del 2,5% rispetto ai Paesi europei vicini. Secondo gli Stati Uniti, non vietando queste merci la Svizzera espone i produttori americani a una concorrenza sleale da parte di catene di approvvigionamento contaminate e a basso costo.

L’industria svizzera alle prese con uno svantaggio concorrenziale

Le conseguenze economiche sono immediate e pesanti. Economiesuisse, l’organizzazione mantello dell’economia svizzera, ha definito il dazio del 12,5% «incomprensibile e ingiustificato». Per i produttori svizzeri il calcolo è impietoso: ora si trovano in una posizione di netto svantaggio rispetto ai concorrenti del Regno Unito, del Messico e del Canada, soggetti a un prelievo del 10%. Questa differenza del 2,5% potrebbe fare la differenza tra aggiudicarsi o perdere importanti contratti statunitensi in settori che vanno dalle macchine di precisione ai prodotti chimici di alta gamma. Potrebbero essere previste eccezioni per l’energia e le materie prime non prodotte negli Stati Uniti, ma la maggior parte delle esportazioni svizzere a valore aggiunto resta esposta. Questa barriera tariffaria arriva in un momento cruciale, mentre i mercati globali sono già alle prese con una sovracapacità industriale. La Casa Bianca si avvale dello stesso quadro giuridico applicato ai dazi su acciaio e alluminio, una normativa che ha già superato il vaglio della Corte suprema, per garantire che queste nuove penalità restino in vigore. Le aziende svizzere devono ora scegliere se assorbire i costi o trasferirli ai consumatori americani: entrambe le opzioni erodono la quota di mercato conquistata con fatica in una delle principali destinazioni delle esportazioni svizzere fuori dall’Europa.

Berna respinge le accuse mentre si intensifica lo scontro commerciale

Il Dipartimento federale dell’economia svizzero ha reagito, respingendo «con fermezza» le accuse di complicità nel lavoro forzato. In una presa di posizione risoluta, il Governo sostiene che la combinazione di valutazioni obbligatorie dei rischi e regolamentazione statale sia altrettanto efficace di un divieto assoluto. «I nostri approcci differiscono nel metodo, ma non nell’obiettivo», ha dichiarato il Governo, insistendo sul fatto che le pratiche commerciali svizzere non danneggiano l’industria statunitense. Sul campo, tuttavia, il contesto commerciale sta diventando più conflittuale. Con sovrapprezzi del 50% per il Canada e del 25% per il Brasile, la penalità del 12,5% imposta alla Svizzera fa parte di una strategia statunitense più ampia, volta a ridefinire il commercio globale facendo ricorso a misure unilaterali. Mentre Berna chiede che i negoziati proseguano, la pressione per accelerare la legislazione nazionale sta raggiungendo il culmine. La tradizione svizzera di neutralità e consenso è messa alla prova da un’amministrazione di Washington che esige l’allineamento anziché l’autonomia. In prospettiva, il settore economico svizzero dovrà prepararsi a un periodo prolungato di incertezza giuridica: gli Stati Uniti lasciano intendere che si tratta solo dell’inizio di una più ampia stretta sull’etica delle catene di approvvigionamento globali.