Relazioni internazionali
I diritti umani sono «sotto attacco totale», dichiara il capo dell’ONU all’apertura del Consiglio a Ginevra
Mentre il Consiglio dei diritti umani dell’ONU si riunisce a Ginevra per una sessione che segna il suo 20° anniversario, il segretario generale António Guterres ha lanciato un severo monito sull’erosione globale dei diritti umani, esortando gli Stati membri a rinnovare il proprio impegno di fronte alle crescenti pressioni geopolitiche e finanziarie.

I diritti umani sono sotto «attacco totale» in tutto il mondo. È stata questa la dura dichiarazione del segretario generale dell’ONU António Guterres all’apertura a Ginevra della sessione per il 20° anniversario del Consiglio dei diritti umani. Più che un’occasione di festa, al Palais des Nations si respira un clima di gestione della crisi. Guterres non ha usato mezzi termini e ha accusato chi detiene il «maggior potere» di erodere con orgoglio e impunità lo Stato di diritto.
L’erosione non è impercettibile, avviene sotto gli occhi di tutti. «Non lasciate che questa erosione dei diritti umani diventi il prezzo da pagare per la convenienza politica», ha esortato Guterres, avvertendo che l’ordine internazionale sta crollando sotto il peso della forza senza freni. Nel celebrare due decenni di attività, il Consiglio si trova a fare i conti con una realtà in cui gli stessi principi che era stato creato per difendere vengono smantellati sistematicamente dai giganti geopolitici incaricati di sostenerli.
Incombente collasso finanziario
L’ONU è sull’orlo di un «imminente collasso finanziario». Mentre i diplomatici discutono di politica, l’organizzazione sta letteralmente esaurendo la liquidità. Ben 124 Stati membri non hanno versato i contributi dovuti per il 2026. Solo 69 Paesi su 193 hanno saldato i propri conti, lasciando paralizzato l’organismo internazionale. Tra i Paesi che non hanno pagato figurano le due maggiori economie mondiali: Stati Uniti e Cina.
Le conseguenze sono immediate e gravi. L’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani deve affrontare un taglio di bilancio paralizzante del 16%, che porta le sue risorse a 624,3 milioni di dollari. La crisi di liquidità ha costretto il Consiglio ad accorciare la sua sessione cruciale da sei settimane a sole 5,5, riducendo i tempi di parola e tagliando i servizi d’interpretazione. Non si tratta di semplici misure amministrative di risparmio, ma di uno strangolamento sistematico della capacità dell’ONU di funzionare.
Tempeste geopolitiche
La tensione nell’aula dell’assemblea è palpabile, accentuata da un’assenza evidente: i posti riservati ai diplomatici americani restano vuoti dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. A colmare questo vuoto è intervenuto l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, che ha lanciato un attacco velato ma durissimo alla retorica della nuova amministrazione statunitense.
«Minacce incendiarie vengono lanciate contro nazioni sovrane, senza alcun riguardo per l’incendio che potrebbero provocare», ha avvertito Türk, denunciando una competizione senza precedenti per il potere e il controllo, come non se ne vedevano dalla Seconda guerra mondiale. Il clima politico è tossico e il Consiglio si trova nel mezzo di una rinnovata rivalità tra grandi potenze, che minaccia di mandare in fumo i progressi diplomatici dell’ultimo secolo.
Prevale il pragmatismo svizzero
«Non possiamo fare tutto». Nel mezzo della protesta globale, il ministro degli affari esteri svizzero Ignazio Cassis ha introdotto una dose di freddo realismo nei lavori. La Svizzera, Paese ospitante, chiede una svolta strategica. Invece di lasciarsi sommergere da aspettative «senza limiti», Cassis ha sostenuto che la comunità internazionale deve stabilire priorità rigorose e concentrare gli sforzi là dove i diritti sono più gravemente minacciati.
La Svizzera passa dalle parole ai fatti. Cassis ha annunciato che nelle prossime settimane sarà lanciata un’«Alleanza globale per i diritti umani», un’iniziativa diplomatica volta a riorientare la protezione sulle persone e sulle libertà fondamentali. È la classica diplomazia svizzera: pragmatica, mirata e determinata a salvare l’efficacia dalle macerie di ambizioni idealistiche eccessive.
Giustizia negata dai deficit
La carenza di fondi costa già vite e nega giustizia. Non vengono annullate soltanto riunioni: anche missioni essenziali di accertamento dei fatti restano ferme. Una commissione d’inchiesta incaricata di documentare le atrocità nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo (RDC) è tuttora paralizzata e non può iniziare i lavori perché semplicemente non ci sono i fondi necessari.
Anche il meccanismo investigativo per l’Afghanistan è bloccato. Non si tratta di voci di bilancio astratte: questi meccanismi sono l’unica speranza di ottenere giustizia per le vittime di crimini di guerra e repressione. Mentre il Consiglio fatica a tenere accese le luci a Ginevra, l’oscurità dell’impunità si diffonde senza freni nelle zone di conflitto di tutto il mondo.