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Swiss Observer

UBS contesta i nuovi requisiti patrimoniali svizzeri

La maggiore banca svizzera contesta il calendario di sette anni proposto per aumentare la copertura patrimoniale delle filiali estere

AI26 settembre 2025Il nostro processo editoriale
UBS contesta i nuovi requisiti patrimoniali svizzeri
AISWI swissinfo.ch

In gioco ci sono ben 26 miliardi di dollari, mentre UBS e il governo svizzero si scontrano sul futuro della regolamentazione bancaria. Venerdì il governo ha presentato formalmente un progetto di legge che obbligherebbe il colosso bancario ad aumentare drasticamente la copertura patrimoniale delle sue filiali estere, provocando onde d’urto nel distretto finanziario di Zurigo. UBS ha reagito immediatamente, definendo la proposta «eccessiva» e fondamentalmente sbagliata.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Non si tratta di un semplice adeguamento burocratico, ma di un terremoto finanziario che nasce dalle ceneri del fallimento di Credit Suisse nel 2023. Il governo sostiene che queste misure siano necessarie per rendere l’economia svizzera a prova di crisi, mentre UBS ritiene che le richieste siano draconiane. Un portavoce della banca ha rilasciato una dichiarazione durissima: «Siamo fortemente in disaccordo con l’aumento dei requisiti patrimoniali proposto». Secondo la banca, il piano non tiene conto degli insegnamenti tratti e rischia di penalizzare l’ultimo grande istituto bancario svizzero attivo a livello globale. Con l’avvio della consultazione, che durerà fino al 9 gennaio, si delineano i fronti di uno scontro destinato a definire la finanza svizzera per un decennio.

La stretta in sette anni

Berna stringe la morsa, ma concede sette anni prima di chiuderla del tutto. Il progetto del governo impone a UBS di garantire con capitale proprio la totalità delle sue unità estere, raggiungendo un obiettivo del 100%. Il conto alla rovescia partirà con l’entrata in vigore della legge, probabilmente attorno al 2028, e la piena conformità sarà quindi richiesta solo nel 2035.

I meccanismi di questa stretta sono precisi e inesorabili. Al momento dell’entrata in vigore, la copertura patrimoniale richiesta, misurata tramite il coefficiente CET1, dovrà raggiungere il 65%. Da quel momento dovrà aumentare di 5 punti percentuali all’anno fino al raggiungimento della soglia del 100%. Finma, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, sostiene che questi lunghi termini siano necessari per evitare turbolenze sui mercati, ma l’incertezza sta già pesando sul sentiment degli investitori. Le azioni UBS sono soggette a forti oscillazioni, mentre il mercato valuta il rischio che la necessità di accumulare liquidità limiti la distribuzione dei dividendi. È una lenta contrazione dei flussi di capitale che rischia di ridurre l’agilità della banca in un mercato globale già spietato.

Fuori linea rispetto agli standard globali

UBS sostiene che la Svizzera stia di fatto penalizzando il proprio campione. In una ferma replica alla proposta, la banca ha evidenziato una disparità evidente: se le riforme venissero approvate, UBS dovrebbe far fronte a requisiti patrimoniali superiori del 50% rispetto ai concorrenti globali. Non si tratta solo di uno svantaggio, ma di una vera e propria camicia di forza sul piano della concorrenza.

«Non è in linea con le prassi internazionali»: così il portavoce della banca ha descritto la misura. Esigendo una riserva tanto esorbitante, la Svizzera rischia di isolare il proprio settore finanziario dalle norme che regolano Wall Street e la City di Londra. Secondo la banca, il «Swiss Finish», ossia la tendenza delle autorità svizzere a imporre requisiti aggiuntivi rispetto agli standard internazionali, si è trasformato da marchio di qualità in un ostacolo alla competitività. Mentre il governo punta alla massima sicurezza, UBS avverte che il prezzo da pagare è un terreno di gioco fortemente inclinato a suo sfavore. In un mondo finanziario globalizzato, essere la banca più sicura non serve a nulla se non si riesce a impiegare il capitale con sufficiente efficienza per competere.

L’opzione nucleare: UBS lascia la Svizzera?

Di fronte all’assedio normativo, UBS starebbe valutando la via di fuga più radicale: trasferire la propria sede fuori dalla Svizzera. Sono riemerse voci secondo cui la banca starebbe seriamente prendendo in considerazione un trasferimento della sede legale, potenzialmente negli Stati Uniti, per sottrarsi alla stretta di Berna. Sarebbe l’opzione nucleare, una minaccia che colpisce al cuore l’identità economica svizzera.

Mentre pubblicamente la banca parla di «misure tecniche» per ottimizzare l’attività, secondo fonti interne sarebbe sul tavolo un cambiamento fondamentale. Trasferire il personale e la sede legale sarebbe un incubo logistico, ma un impatto patrimoniale di 26 miliardi di dollari costituisce una motivazione esistenziale. Se la consultazione, che termina a gennaio, non porterà a un compromesso, l’impensabile potrebbe diventare realtà. La Svizzera si trova davanti a una scelta cruciale: applicare le leggi bancarie più severe al mondo, rischiando di spingere all’estero il proprio gioiello della corona, oppure annacquare le proposte per mantenere UBS a Zurigo. I prossimi mesi determineranno se la «banca svizzera» resterà una realtà o diventerà una nota a piè di pagina della storia per il suo maggiore istituto.