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Swiss Observer

La controversa visita di Trump al WEF: i dirigenti svizzeri alle prese con le minacce sui dazi e una retorica aggressiva

La presenza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump al Forum economico mondiale è stata caratterizzata da affermazioni perentorie sulla dipendenza della Svizzera dagli Stati Uniti, mentre il presidente svizzero Guy Parmelin ha condotto colloqui «cortesi ma fermi» con l’obiettivo di concludere un accordo cruciale sui dazi.

La controversa visita di Trump al WEF: i dirigenti svizzeri alle prese con le minacce sui dazi e una retorica aggressiva
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto irruzione al Forum economico mondiale 2026 con una dichiarazione che ha scosso fin nelle fondamenta la località alpina: «Senza gli Stati Uniti, la Svizzera smetterebbe di essere la Svizzera». Arrivato a Zurigo dopo un ritardo carico di tensione a bordo dell’Air Force One, Trump non ha perso tempo per affermare il predominio americano sull’economia svizzera. In un discorso dai toni accesi che ha attirato l’attenzione e fatto salire la tensione, ha sostenuto che la prosperità della Svizzera è indissolubilmente legata ai mercati americani, lasciando intendere che il Paese esista nella sua forma attuale solo grazie alla benevolenza degli Stati Uniti.

L’arrivo del presidente ha trasformato Davos in una «piccola America», con numerosi curiosi accorsi sulla pista per assistere allo spettacolo. Ma dietro i festeggiamenti si cela una minaccia inquietante. Trump si è vantato di aver potuto imporre un dazio del 70% sui prodotti svizzeri, una misura che, a suo dire, avrebbe «distrutto» il Paese, prima di «accontentarsi» di aliquote più basse. Non si tratta solo di diplomazia, ma di una prova di forza senza precedenti, che costringe i dirigenti svizzeri a muoversi su un crinale stretto tra sovranità e sopravvivenza economica.

Il gioco dei numeri: 30 miliardi di dollari di differenza

Durante un confronto di 15 minuti ad alta tensione al centro congressi del WEF, si sono scontrate due realtà. Trump ha messo sul tavolo una cifra enorme: un disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Svizzera pari a 40 miliardi di dollari. Il presidente svizzero Guy Parmelin, che ha definito i colloqui «cortesi ma fermi», ha risposto con dati precisi, sostenendo che il disavanzo ammonta ad appena 8,8 miliardi di dollari. Questo enorme divario statistico evidenzia quanto siano volatili i negoziati in corso.

«Siete un piccolo Paese, certo, ma siete un grande Paese», avrebbe scherzato Trump, facendo riferimento allo squilibrio commerciale. L’amministrazione statunitense si serve di queste cifre contestate per giustificare misure protezionistiche aggressive. Mentre Parmelin e il ministro degli affari esteri Ignazio Cassis cercano di colmare il divario con la logica e i fatti, la delegazione statunitense, che comprende il segretario di Stato Marco Rubio, sembra seguire una narrazione incentrata sugli svantaggi degli Stati Uniti. Con miliardi in gioco, il governo svizzero cerca di dimostrare che i rapporti economici tra i due Paesi sono una partnership, non un drenaggio parassitario della ricchezza americana.

La scadenza di marzo: una bomba a orologeria sui dazi

Il tempo stringe per l’economia svizzera. Washington ha fissato al 31 marzo una scadenza inderogabile per concludere un accordo commerciale giuridicamente vincolante. In caso contrario, l’attuale aliquota doganale del 15% potrebbe essere revocata e si potrebbe tornare al 39%, la percentuale paralizzante minacciata inizialmente. Si tratta di un ultimatum economico. Il Consiglio federale si è affrettato ad approvare un mandato negoziale, nel tentativo di assicurarsi l’aliquota più bassa e garantire stabilità agli esportatori.

La posta in gioco è esistenziale per l’industria svizzera. A novembre, la riduzione dal 39% al 15% era stata salutata come una vittoria, ma resta una tregua fragile. Washington ha dato segnali di estrema impazienza, avvertendo che, senza un accordo, la Casa Bianca «rivaluterà» le aliquote applicate alle esportazioni svizzere. Con l’inizio dei colloqui ufficiali previsto per i primi di febbraio, i diplomatici svizzeri sono impegnati in una corsa contro il tempo per evitare una guerra commerciale che il 63% della popolazione svizzera considera già un «cattivo accordo».

La politica delle personalità: la ministra «aggressiva»

La diplomazia è diventata una questione personale. In una clamorosa violazione del protocollo, Trump ha raccontato pubblicamente i contrasti avuti con la ministra delle finanze svizzera Karin Keller-Sutter, definendola erroneamente «prima ministra» e descrivendo il suo atteggiamento come «particolarmente aggressivo». Ha deriso la sua difesa della Svizzera come «piccolo Paese», replicando che la sua opposizione ai dazi lo aveva quasi indotto ad aumentarli ulteriormente.

«La prima ministra, una donna, mi ha detto: “No, non potete imporci dazi”», ha dichiarato Trump al pubblico del WEF, svelando la natura vendicativa della sua politica commerciale. L’aneddoto è un chiaro avvertimento: per l’attuale amministrazione statunitense, la politica è personale. Il rifiuto di Keller-Sutter di piegarsi potrebbe aver suscitato l’ira di Trump, ma sottolinea anche la volontà della Svizzera di non lasciarsi intimidire. Nei negoziati, la delegazione svizzera dovrà confrontarsi non solo con gli indicatori economici, ma anche con l’ego imprevedibile di un presidente che non dimentica nessuna offesa.

Danno collaterale: l’ombra della Groenlandia

Come se le minacce commerciali dirette non bastassero, la Svizzera rischia di diventare un danno collaterale delle ambizioni geopolitiche di Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha minacciato dazi supplementari contro otto Paesi europei, tra cui Germania e Francia, qualora si opponessero al suo controverso piano di acquistare la Groenlandia. Pur essendo uno Stato neutrale e non membro dell’UE, la Svizzera subirebbe conseguenze devastanti dalle ripercussioni economiche di una guerra commerciale con i Paesi vicini.

«La Svizzera è un Paese neutrale che non interviene nel dibattito sulla Groenlandia», ha insistito l’ex ambasciatore statunitense Edward McMullen, cercando di calmare gli animi. I dirigenti delle imprese svizzere restano tuttavia scettici. Trump ha minacciato un dazio del 10% sulle importazioni a partire dal 1° febbraio per i Paesi dissidenti. Data l’interconnessione delle catene di approvvigionamento europee, i fornitori svizzeri potrebbero subirne le conseguenze a prescindere dalla neutralità del Paese. In questo scenario caotico, i 200 miliardi di dollari investiti dalla Svizzera negli Stati Uniti restano il suo scudo più forte, ma di fronte all’imprevedibilità di Trump non è detto che nessuno scudo regga.