Neutralità
Per difendere la neutralità, la Svizzera valuta di estendere le restrizioni commerciali nei confronti dell’Ucraina
Il governo svizzero sta valutando di sancire per legge i propri poteri d’emergenza per limitare l’esportazione verso l’Ucraina di beni che potrebbero essere utilizzati nel conflitto. La Svizzera ha adottato le sanzioni dell’UE contro la Russia, ma ha anche limitato gli scambi commerciali con l’Ucraina per garantire la propria neutralità, una politica che il Consiglio federale intende ora formalizzare.

Dopo quattro anni passati a destreggiarsi nel campo minato geopolitico attraverso decreti d’emergenza, il governo svizzero si appresta a rendere permanenti per legge le controverse restrizioni commerciali nei confronti dell’Ucraina. Mentre il Consiglio federale ha adottato rapidamente le sanzioni dell’Unione europea contro la Russia, deve al contempo fare i conti con l’obbligo che si è imposto di limitare le esportazioni verso la vittima dell’aggressione. Questa mossa mira a sancire un’interpretazione rigida della neutralità che penalizza Kyiv in nome della «parità di trattamento».
Attualmente, la Svizzera sanziona la Russia in base alla legge sugli embarghi. In assenza di un meccanismo giuridico analogo per l’Ucraina, il governo ha fatto ricorso ai poteri costituzionali d’emergenza per bloccare determinate esportazioni. Ora il Consiglio federale intende formalizzare queste misure d’emergenza, sottoponendo un progetto di legge che obbligherebbe giuridicamente la Svizzera a limitare gli scambi commerciali con l’Ucraina come fa con la Russia. Questa iniziativa legislativa mette in luce un netto paradosso della politica estera svizzera: l’aggressore è sanzionato per aver violato il diritto internazionale, mentre il difensore è sottoposto a restrizioni per soddisfare i dogmi interni sulla neutralità.
Il dilemma dei beni a duplice impiego
La portata di queste restrizioni va ben oltre le armi letali e preclude all’Ucraina l’accesso a forniture essenziali per la difesa e la logistica. Il divieto riguarda un’ampia gamma di beni «a duplice impiego», ossia prodotti utilizzabili sia per scopi civili sia militari. L’elenco comprende attrezzature di protezione essenziali, come giubbotti antiproiettile, caschi e reti mimetiche, nonché beni industriali indispensabili, come il carburante per l’aviazione e determinate sostanze chimiche.
Secondo il Consiglio federale, «non c’è altra scelta». Il governo sostiene che il principio della parità di trattamento previsto dal diritto della neutralità comporti l’obbligo vincolante di limitare l’esportazione e il transito di beni legati alla guerra verso tutte le parti coinvolte in un conflitto armato internazionale. Equiparando le esigenze commerciali dell’invasore a quelle dell’invaso, Berna mantiene un rigido blocco sui materiali che potrebbero sostenere la difesa ucraina. Questo rigore burocratico fa sì che, mentre i carri armati russi sono soggetti a sanzioni, ai soldati ucraini vengano negati i caschi fabbricati in Svizzera, creando una lacuna significativa nelle forniture di aiuti umanitari e difensivi.
Gli esperti di diritto contestano la narrazione
Giuristi di spicco contestano duramente le giustificazioni del governo e definiscono l’argomento della «parità di trattamento» una scelta, non una necessità. Jörg Künzli, professore di diritto costituzionale e internazionale all’Università di Berna, afferma che il governo rifiuta di fare concessioni, dando vita a una politica che opera «a scapito dell’Ucraina».
Künzli sostiene che l’interpretazione del Consiglio federale ignori il contesto di una chiara guerra di aggressione. A suo avviso, la Svizzera potrebbe, e dovrebbe, interpretare la neutralità alla luce del divieto dell’uso della forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Esiste una soluzione giustificabile: limitare le sanzioni alle sole esportazioni di armi ai sensi della legge sul materiale bellico, consentendo al contempo il libero commercio degli altri beni. «Ciò sarebbe certamente giustificabile alla luce del principio fondamentale della neutralità», afferma Künzli. Rifiutando questa flessibilità, il governo sceglie un approccio che impone restrizioni al massimo, trattando l’aggressore, la Russia, e il difensore, l’Ucraina, come equivalenti sul piano morale e giuridico.
Volontà popolare contro dogma politico
Si sta aprendo un divario sempre più ampio tra le manovre giuridiche del Consiglio federale e la volontà del popolo svizzero. Mentre il governo si adopera per codificare le restrizioni commerciali, recenti sondaggi rivelano una popolazione pronta a fare molto di più per sostenere Kyiv. I dati indicano che la maggioranza dei cittadini svizzeri sostiene non solo gli aiuti umanitari, ma anche l’assistenza militare diretta all’Ucraina, una posizione che contrasta direttamente con la spinta del governo verso restrizioni più severe.
Il progetto di legge è attualmente in consultazione pubblica, un processo destinato a diventare un terreno di scontro sul futuro della politica estera svizzera. Mentre i partiti politici, le associazioni economiche e la popolazione esprimono le proprie opinioni, il Consiglio federale si trova di fronte a una prova decisiva. Insisterà su un’interpretazione rigida e isolazionista della neutralità, oppure l’innegabile pressione dell’opinione pubblica lo costringerà a cambiare rotta? L’esito della consultazione determinerà se la Svizzera continuerà a distinguersi nel cuore dell’Europa o adeguerà le proprie leggi agli imperativi morali dei suoi cittadini.