Vai al contenuto
Swiss Observer

La Svizzera affronta la crisi in Medio Oriente: difendere la neutralità mentre cittadini restano bloccati e aumentano le pressioni diplomatiche

Mentre il conflitto in Medio Oriente si intensifica, la Svizzera si confronta con l’applicazione della legge sulla neutralità, la gestione delle conseguenze della sospensione dei voli e l’urgenza di assistere quasi 5’000 cittadini svizzeri bloccati nella regione, ricevendo nel contempo il riconoscimento dell’Iran per il suo «ruolo costruttivo».

La Svizzera affronta la crisi in Medio Oriente: difendere la neutralità mentre cittadini restano bloccati e aumentano le pressioni diplomatiche
AISWI swissinfo.ch

Ben 4’800 cittadini svizzeri si trovano attualmente intrappolati in una morsa geopolitica e cercano disperatamente una via d’uscita, mentre il Medio Oriente sprofonda sempre più nel conflitto. La situazione è passata da un’interruzione dei viaggi a una vera e propria crisi di rimpatrio. Mentre alcune fortunate decine di persone sono riuscite a partire da Abu Dhabi all’inizio di questa settimana, la stragrande maggioranza è ancora bloccata, con il proprio destino legato alla volatile situazione di sicurezza che ha portato alla chiusura dello spazio aereo in tutta la regione.

«Occorre pazienza», ha avvertito Marianne Jenni, direttrice degli affari consolari, in una dichiarazione che sottolinea la gravità dell’impasse. Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) sta lavorando febbrilmente dietro le quinte, ma la realtà è dura: le possibilità di viaggiare con voli di linea stanno scomparendo. Il governo invita i cittadini a registrarsi sulla piattaforma «Travel Admin», ma per i 3’000 turisti negli Emirati Arabi Uniti e le centinaia di persone sparse fra Libano, Arabia Saudita e Israele, la registrazione digitale offre ben poco conforto in un contesto di guerra. Non si tratta soltanto di un ritardo: è una prova della capacità consolare della Svizzera in uno dei momenti più pericolosi del decennio.

Cieli chiusi: il traffico aereo si ferma

Swiss International Air Lines (SWISS) è stata costretta a ridurre drasticamente la propria attività, interrompendo di fatto collegamenti aerei essenziali con il Medio Oriente. Per dare la priorità alla sicurezza degli equipaggi e dei passeggeri, la compagnia ha sospeso i voli per Dubai fino a venerdì e per Tel Aviv fino a domenica. Non si tratta di un semplice adeguamento degli orari, ma dell’esclusione totale dei corridoi aerei più importanti della regione.

La compagnia aerea sta ora aggirando gli spazi aerei di Iran, Iraq, Israele, Libano e Giordania, con enormi difficoltà logistiche che compromettono i collegamenti. «La sicurezza degli equipaggi e dei passeggeri è la priorità assoluta», ha dichiarato SWISS, riconoscendo la frustrazione di chi spera di partire. Mentre Paesi come l’Italia e la Germania organizzano voli di evacuazione a carico dello Stato, la Svizzera non dispone attualmente di propri aerei da trasporto per operazioni su così vasta scala e dipende quindi dalla collaborazione delle autorità locali e dai pochi posti ancora disponibili sui voli di linea. Il messaggio è chiaro: i cieli sono chiusi e potrebbero restarlo ancora a lungo.

Sul filo della diplomazia: l’elogio di Teheran

In una svolta che mette in luce la posizione particolare della Svizzera sulla scena mondiale, nel caos Teheran ha elogiato Berna. Ali Bahreini, ambasciatore iraniano presso l’ONU, ha dichiarato che la Svizzera continua a svolgere un «ruolo costruttivo», contrapponendo esplicitamente la diplomazia elvetica a quella che ha definito l’«occasione persa» di altri Paesi europei.

Questo riconoscimento ha due facce. Da un lato conferma il mandato di lunga data della Svizzera quale potenza protettrice che rappresenta gli interessi statunitensi in Iran, dall’altro pone Berna sotto i riflettori in una posizione delicata. Mentre l’UE si orienta verso sanzioni, il canale svizzero con Teheran rimane aperto e attivo. Il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha chiesto un’immediata distensione, ma l’apprezzamento iraniano suggerisce che la Svizzera stia camminando su una linea sottile: mantenere la neutralità fungendo al contempo da principale tramite fra due Paesi in guerra. Questo capitale diplomatico è prezioso, ma viene speso in un contesto ad alto rischio, in cui un solo passo falso potrebbe compromettere il ruolo di mediatrice della Svizzera.

La trappola della neutralità: il dilemma militare statunitense

La conseguenza più dirompente del conflitto per la Svizzera riguarda l’applicazione rigorosa della legge sulla neutralità. Se la guerra dovesse protrarsi o intensificarsi, il Consiglio federale si troverebbe di fronte a una decisione cruciale, che potrebbe congelare i rapporti con Washington: chiudere lo spazio aereo svizzero agli aerei militari statunitensi. Il capo del DFAE Ignazio Cassis ha già indicato che si tratta di una possibilità concreta, richiamando i precedenti delle guerre in Iraq e in Kosovo.

La posta in gioco è enorme anche sul piano economico. Gli Stati Uniti sono il secondo maggiore acquirente di materiale bellico svizzero e nei primi tre trimestri dello scorso anno hanno acquistato materiale per la difesa per 74 milioni di franchi. L’applicazione della legge sulla neutralità non bloccherebbe soltanto i sorvoli, ma potrebbe anche limitare queste esportazioni redditizie. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) sta già agendo con «moderazione», ma l’applicazione integrale della legge avrebbe ripercussioni in tutto il settore della difesa svizzero. La Svizzera deve ora bilanciare la propria tradizione umanitaria con gli interessi economici e i rapporti con la superpotenza mondiale.