giustizia
Il sistema giudiziario svizzero sotto esame per i casi di crimini internazionali
Nonostante le promesse di dare priorità ai casi di criminalità internazionale, la gestione in Svizzera dei procedimenti fondati sulla giurisdizione universale continua a essere criticata per i ritardi e le presunte ingerenze politiche.

La Svizzera è accusata di non essere all’altezza dei propri ideali. Nonostante la coraggiosa dichiarazione del 2022 del procuratore generale Stefan Blättler, secondo cui il Paese ha un «particolare obbligo morale» di perseguire i crimini internazionali, la giustizia svizzera procede a un ritmo esasperatamente lento. Blättler, che aveva assunto la carica promettendo di porre fine all’inerzia dell’era di Michael Lauber, si trova ora di fronte alla dura realtà di un sistema che non mantiene le promesse.
La discrepanza tra parole e fatti è evidente. Mentre il procuratore generale ha richiamato lo spirito della Croce Rossa per giustificare una stretta contro i criminali di guerra, i critici sostengono che l’Ufficio del procuratore generale resti impantanato nei ritardi. L’ottimismo che aveva accolto i primi 100 giorni di Blättler si sta affievolendo, lasciando spazio a un crescente scrutinio sulla possibilità che la Svizzera, polo diplomatico mondiale, offra involontariamente ai responsabili dei crimini più efferati del mondo un rifugio in cui guadagnare tempo.
Un deficit impressionante: due condanne in quattordici anni
Le statistiche sono impietose. Dal trasferimento nel 2011 dei casi di crimini internazionali dalla giustizia militare alle autorità giudiziarie civili, la Svizzera ha ottenuto appena due condanne. Non si tratta di un arretrato, ma di un fallimento sistemico. La recente condanna, nel maggio 2024, dell’ex ministro dell’Interno gambiano Ousman Sonko a 20 anni di carcere per crimini contro l’umanità è un solitario segnale di successo in un mare di stagnazione.
L’unica altra vittoria in quasi un decennio e mezzo è la condanna del signore della guerra liberiano Alieu Kosiah, la cui pena di 20 anni è stata confermata nel giugno 2023. Per quanto significative, queste sentenze rappresentano una frazione infinitesimale dei potenziali casi che restano inevasi. Esperti di diritto e organizzazioni per i diritti umani lanciano l’allarme: un sistema giudiziario che emette una sentenza ogni sette anni non è un deterrente, è un collo di bottiglia.
I bersagli di alto profilo sfuggono a una giustizia rapida
Il tempo è nemico della giustizia e, in Svizzera, sta avendo la meglio. La gestione di casi di grande rilievo che coinvolgono il generale algerino Khaled Nezzar e il siriano Rifaat al-Assad rivela una preoccupante tendenza all’inerzia. Il caso contro Nezzar risale al 2011, mentre il procedimento contro al-Assad è iniziato nel 2013. Da oltre un decennio le vittime aspettano, mentre ritardi procedurali e presunte ingerenze politiche frenano i progressi.
Le incriminazioni sono infine arrivate, ma la durata stessa di queste indagini solleva interrogativi scomodi sulla volontà politica. Benoit Meystre di TRIAL International rileva «segnali positivi» in queste incriminazioni, ma sottolinea che gli sviluppi sono «attesi da tempo». La morte di Nezzar prima che si potesse giungere a una sentenza definitiva ricorda in modo doloroso che, quando la giustizia tarda così a lungo, di fatto viene negata. Il sistema svizzero non lotta soltanto contro i criminali, ma anche contro il tempo, e sta perdendo.
La carenza di risorse alimenta l’impunità aziendale
Oltre ai signori della guerra, la Svizzera deve affrontare una prova cruciale: chiamare le imprese a rispondere delle proprie responsabilità. Una prova che, al momento, non sta superando. Le denunce presentate già nel 2019 per il saccheggio di legno di rosa senegalese e le accuse del 2020 relative al contrabbando di petrolio libico che coinvolgono un commerciante svizzero restano in un limbo giudiziario. «Non sappiamo a che punto siano gli altri casi», afferma Meystre, sottolineando la mancanza di trasparenza che sottrae gli attori aziendali al controllo pubblico.
La causa principale è evidente: la carenza di risorse. TRIAL International sostiene che sia la polizia federale sia l’Ufficio del procuratore generale operano con «mezzi insufficienti». Non si tratta soltanto di una lamentela burocratica, ma di una paralisi concreta che incide sull’efficacia dei procedimenti penali. Senza un forte aumento dei finanziamenti e del personale, la promessa svizzera di combattere la criminalità internazionale resterà una tigre di carta, permettendo che la complicità aziendale, spesso complessa, resti impunita.