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Swiss Observer

Il governo svizzero incaricato di organizzare un forum internazionale di pace sul Nagorno-Karabakh

Il Parlamento concede al governo un anno per organizzare negoziati di pace che permettano il ritorno degli armeni nella regione del Nagorno-Karabakh, sottolineando il ruolo diplomatico della Svizzera.

Il governo svizzero incaricato di organizzare un forum internazionale di pace sul Nagorno-Karabakh
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Il tempo stringe. In una decisa affermazione del proprio potere legislativo, il Parlamento svizzero ha di fatto imposto la propria agenda di politica estera al Paese, fissando al governo una scadenza inderogabile di un anno per organizzare un forum internazionale di pace. Non si tratta di una richiesta, bensì di un mandato. L’obiettivo è la turbolenta regione del Nagorno-Karabakh e la posta in gioco per la diplomazia svizzera non potrebbe essere più alta.

Obbligando il Consiglio federale ad agire, i parlamentari segnalano che il tradizionale ruolo della Svizzera di «buoni uffici» deve essere proattivo, non passivo. La direttiva è chiara: portare Azerbaigian e Armenia al tavolo dei negoziati in Svizzera entro 12 mesi. La mossa esercita un’enorme pressione sul potere esecutivo, chiamato a trovare una svolta diplomatica in una regione dove le tensioni restano altissime. Il governo deve ora affrontare una tabella di marcia rigida per risolvere un complesso rompicapo geopolitico, portando Berna direttamente sotto i riflettori della politica caucasica.

Il Consiglio degli Stati emette un verdetto decisivo

Martedì, con una schiacciante votazione di 29 a 12, il Consiglio degli Stati ha definito le istruzioni per il governo. Dopo la decisione del Consiglio nazionale in dicembre, il via libera della Camera alta consolida un fronte legislativo unito, che non accetta lo status quo. Si tratta di una maggioranza significativa, che va oltre le semplici dispute di partito e mette in luce la profonda convinzione dei parlamentari che la Svizzera debba intervenire.

I numeri raccontano di un Parlamento impaziente di fronte alle sottigliezze diplomatiche. Mentre il potere esecutivo preferisce spesso manovrare con prudenza dietro le quinte, il potere legislativo ha scelto un approccio diretto. Questa maggioranza di 29 voti obbliga il governo a orientarsi immediatamente verso l’organizzazione di un vertice di alto livello, a prescindere dall’attuale clima diplomatico. Il messaggio del Consiglio degli Stati è inequivocabile: per la Confederazione, il silenzio e l’inazione di fronte alla crisi del Nagorno-Karabakh non sono più un’opzione.

L’obiettivo: invertire lo sfollamento

La missione è ardua: negoziare il ritorno collettivo della popolazione armena in una regione ormai praticamente deserta. Dall’ultima incursione militare dell’Azerbaigian, il Nagorno-Karabakh ha conosciuto un esodo drammatico, lasciando città fantasma là dove un tempo prosperavano comunità. La direttiva del Parlamento svizzero mira a invertire questo crollo demografico attraverso negoziati vincolanti.

Non si tratta soltanto di un cessate il fuoco, ma anche di ripopolamento e ripristino dei diritti. Il forum intende affrontare le conseguenze di un conflitto che ha svuotato una regione e richiede garanzie di sicurezza che consentano a migliaia di persone di tornare alle loro case ancestrali. Concentrandosi sul «ritorno collettivo», la Svizzera affronta il nodo più sensibile del conflitto. L’ambizione è enorme: si vuole annullare la realtà sul terreno creata dall’ultima campagna militare facendo leva esclusivamente sulla diplomazia.

Cassis mette in guardia dallo stallo diplomatico

Il ministro degli affari esteri Ignazio Cassis frena, contrapponendo al mandato parlamentare una dura dose di realismo. «Nella situazione attuale, Armenia e Azerbaigian non vogliono una mediazione tramite la Svizzera», ha dichiarato Cassis, evidenziando la distanza tra le ambizioni legislative e la fattibilità diplomatica. Il ministro sottolinea che, nonostante la Svizzera abbia offerto i suoi «buoni uffici», le parti belligeranti non hanno mostrato alcun interesse.

Si crea così un punto di forte attrito. Il governo è ora tenuto per legge a organizzare un incontro a cui le parti invitate si rifiutano di partecipare. Cassis ha osservato che i due Paesi sostengono di aver concordato autonomamente un accordo di pace, ma che la conclusione resta lontana. Il Consiglio federale deve ora affrontare l’arduo compito di convincere Baku e Erevan che la mediazione svizzera non è soltanto un’opzione, ma una necessità, in contrasto con la posizione pubblica degli stessi Paesi che intende ospitare.

Gli interessi energetici alimentano l’urgenza

Idealmente, si tratta di pace; nella realtà, anche di potere e oleodotti. I senatori hanno parlato apertamente degli interessi della Svizzera nella regione, citando esplicitamente gli «stretti legami energetici con l’Azerbaigian». La stabilità nel Caucaso non è soltanto una questione umanitaria, è anche un imperativo economico per la sicurezza energetica.

Il coinvolgimento della Svizzera è strategico. La regione è un corridoio fondamentale per le risorse energetiche e un’instabilità prolungata minaccia queste vitali vie di approvvigionamento. Inserendosi nel processo di pace, la Svizzera protegge i propri interessi economici. La convergenza tra obiettivi umanitari e realpolitik energetica è alla base di questo mandato. Mentre il ministro degli affari esteri mette in guardia dalle resistenze, il Parlamento intravede una finestra in cui gli interessi svizzeri, morali e materiali, impongono un intervento immediato.