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Swiss Observer

L’accordo Svizzera-UE si scontra con ostacoli interni nonostante l’intesa di dicembre

Una commissione parlamentare si oppone al referendum obbligatorio sull’accordo con l’UE, mentre i dettagli dell’attuazione dell’intesa del dicembre 2024 sono oggetto di esame e dibattito.

AI19 febbraio 2025Il nostro processo editoriale
L’accordo Svizzera-UE si scontra con ostacoli interni nonostante l’intesa di dicembre
AIThe Local Switzerland

L’inchiostro è appena asciutto, ma i festeggiamenti sono già finiti. Il 20 dicembre 2024, la presidente della Confederazione Viola Amherd e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si sono strette la mano a Berna, concludendo un negoziato «storico» volto a ristabilire le relazioni compromesse tra la Svizzera e l’Unione europea. Eppure, mesi dopo, l’accordo è paralizzato, impantanato in una palude politica interna che rischia di vanificare anni di sforzi diplomatici.

Mentre Bruxelles e Berna hanno definito l’accordo «vantaggioso» per entrambe le parti, la realtà sul terreno è molto più incerta. Lo slancio generato dal vertice di dicembre si è scontrato con il muro della politica interna svizzera. Invece di procedere rapidamente alla ratifica, il Paese è ora alle prese con un acceso dibattito su come, e persino se, il popolo svizzero potrà esprimersi. Dopo la firma è calato un silenzio assordante, interrotto soltanto dall’inasprirsi dello scontro politico mentre le fazioni si preparano a una dura battaglia sulla sovranità. L’accordo resta in sospeso: una vittoria sulla carta che deve ancora superare il banco di prova della democrazia diretta svizzera.

La commissione respinge la garanzia della doppia maggioranza

Con una decisione determinante che cambia radicalmente il terreno di scontro, una commissione parlamentare si è pronunciata contro il referendum obbligatorio, con 15 voti contro 10. Non si tratta di un semplice dettaglio procedurale: è una svolta. Il referendum obbligatorio richiede una «doppia maggioranza», ossia l’approvazione sia del popolo sia della maggioranza dei Cantoni. Storicamente, questa soglia elevata ha fatto da tomba a progetti di legge controversi, consentendo ai Cantoni rurali e conservatori di bloccare modifiche anche quando approvate dalla maggioranza della popolazione a livello nazionale.

Optando per il referendum facoltativo, la commissione ha abbassato notevolmente la soglia necessaria per l’approvazione. Per il referendum facoltativo è sufficiente la maggioranza semplice dei voti popolari, privando gli oppositori della loro arma difensiva più potente: il veto dei Cantoni. Questa mossa strategica lascia intendere che i sostenitori dell’accordo con l’UE siano fiduciosi di poter vincere la votazione popolare, ma temano la roccaforte conservatrice dei Cantoni. Il risultato di 15 voti contro 10 evidenzia la profonda polarizzazione sotto la Cupola federale e segnala che la battaglia sulle modalità del voto è altrettanto feroce di quella sull’accordo stesso.

L’UDC dichiara guerra al trattato di «sottomissione»

L’Unione democratica di centro (UDC) non ha perso tempo e ha lanciato una dura offensiva, definendo l’accordo di dicembre un «trattato di sottomissione». La sua retorica mira a suscitare paure esistenziali: secondo il partito, l’intesa costringerebbe la Svizzera ad accettare automaticamente le regole dell’UE, senza possibilità di opporsi, smantellando di fatto la democrazia svizzera dall’esterno. Per l’UDC non si tratta di un accordo commerciale, ma di una rinuncia alla sovranità.

Il partito mette in guardia da un forte aumento dell’immigrazione e dalla perdita del controllo sulle frontiere nazionali, facendo leva su timori profondamente radicati nell’elettorato. Presentando l’accordo come una capitolazione di fronte a Bruxelles, l’UDC mobilita la propria base affinché respinga l’intesa, a prescindere dalla forma del referendum. La sua indignazione per il rifiuto della commissione del referendum obbligatorio è evidente: sa che, senza la necessità di ottenere la maggioranza dei Cantoni, bloccare l’accordo diventa molto più difficile. L’UDC si trova ora in prima linea nell’opposizione, pronta a trasformare la prossima votazione in un referendum sull’identità stessa della Svizzera.

Verdetto costituzionale: nessuna cessione a una comunità sovranazionale

A sostegno della mossa politica della commissione vi è la netta valutazione giuridica dell’Ufficio federale di giustizia (UFG). La sua conclusione non lascia dubbi: la Costituzione non impone un referendum obbligatorio. Secondo l’UFG, i nuovi trattati, pur essendo di vasta portata, non costituiscono un’adesione a una comunità sovranazionale. Sul piano giuridico, la Svizzera non entra a far parte dell’UE e, di conseguenza, non scatta la soglia eccezionale della doppia maggioranza.

Il Consiglio federale, tuttavia, non ha ancora giocato la sua ultima carta. Il ministro degli esteri Ignazio Cassis ha indicato che è comunque necessaria una procedura di consultazione, lasciando aperto un margine d’incertezza. Benché la via giuridica sembri spianata per una votazione a maggioranza semplice, le implicazioni politiche sono insidiose. Se il governo sarà percepito come intenzionato a scavalcare i Cantoni per far passare l’accordo, la scelta potrebbe ritorcersi contro di esso alle urne. I prossimi mesi metteranno alla prova la capacità delle sottigliezze giuridiche di reggere alla pressione dell’indignazione populista.