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Swiss Observer

Primo cittadino svizzero condannato per aver combattuto in Ucraina

In un caso storico, un tribunale militare svizzero ha condannato un cittadino per aver combattuto come volontario in Ucraina. La sentenza costituisce un precedente per circa 15 casi analoghi sotto inchiesta e ha riacceso il dibattito sul diritto svizzero e sulla neutralità.

Primo cittadino svizzero condannato per aver combattuto in Ucraina
AILe News

La neutralità svizzera non è più soltanto un concetto diplomatico: ha ufficialmente mietuto la sua prima vittima in tribunale. In una sentenza storica che dissolve l’ambiguità sul servizio militare all’estero, un tribunale militare vicino a Zurigo ha condannato un cittadino con doppia nazionalità svizzera e israeliana per aver combattuto come volontario in Ucraina. Non si tratta di un semplice avvertimento, ma di un’azione legale diretta. Il tribunale ha inflitto una pena detentiva sospesa di 18 mesi, la prima sanzione penale pronunciata contro un cittadino svizzero per aver preso le armi nel conflitto contro la Russia.

La sentenza ha provocato un’onda d’urto nel panorama giuridico svizzero. Anche se l’opinione pubblica può essere favorevole a Kyiv, la lettera della legge resta inflessibile. Prestare servizio in un esercito straniero è severamente vietato dal Codice penale militare svizzero, una norma concepita per tutelare la forte e storica neutralità del Paese. Questa decisione dimostra che la magistratura non è disposta a fare concessioni, nemmeno di fronte a una guerra che molti considerano una lotta per la libertà europea. Lo Stato ha tracciato una linea: la cittadinanza comporta limiti che non vengono meno al confine ucraino.

Quindici nel mirino: l’inchiesta si allarga

Questa condanna è solo la punta dell’iceberg. Ben 15 casi analoghi sono attualmente al vaglio degli inquirenti e coinvolgono circa una dozzina di altri cittadini svizzeri, che si trovano così direttamente nel mirino della giustizia. La condanna del cittadino con doppia nazionalità svizzera e israeliana costituisce un cupo precedente per i procedimenti ancora in corso. Le autorità non chiudono un occhio: perseguono attivamente le violazioni del diritto militare.

La portata di questa stretta rivela una tensione significativa nella popolazione svizzera. Nonostante il rischio di una pena detentiva, alcuni cittadini scelgono comunque di lasciare la sicurezza delle Alpi per le trincee del Donbas. La giustizia militare, distinta da quella civile, opera ora a ritmo accelerato. Poiché in Svizzera il servizio militare è obbligatorio per tutti gli uomini abili al servizio, questi volontari rientrano pienamente nella giurisdizione dei tribunali militari, organi specializzati incaricati di far rispettare la disciplina e garantire la responsabilità. Con l’avanzare dei 15 procedimenti, possiamo attenderci una serie di sentenze che metteranno ulteriormente alla prova la tenuta della dottrina svizzera di non intervento.

Un campo minato morale: legge contro coscienza

Lo scontro tra norme rigide e imperativi morali non è mai stato così aspro. Patrick Hofstetter, docente di spicco all’Accademia militare del Politecnico federale di Zurigo, sostiene che la questione si colloca in una posizione delicata all’intersezione tra opinione pubblica, diritto e coscienza individuale. Se il quadro giuridico è «molto chiaro», il servizio è vietato, il panorama morale è una caotica zona grigia.

La Svizzera è alle prese con una profonda crisi d’identità. Da un lato, la legge esige neutralità assoluta e non partecipazione. Dall’altro, singoli cittadini si sentono moralmente obbligati a difendere all’estero i valori democratici. Hofstetter sottolinea che alcuni condannano queste azioni perché mettono irresponsabilmente a rischio la neutralità svizzera, mentre altri le considerano eroiche. Al tribunale, però, l’eroismo interessa poco: conta il codice. La magistratura impone di fatto una separazione tra moralità personale e dovere civico, stabilendo che il passaporto svizzero impedisce di tradurre in azione la propria coscienza geopolitica.

Contro lo Stato: i volontari accettano le conseguenze

Nonostante il verdetto pronunciato a Zurigo, in Ucraina ci sono ancora cittadini svizzeri che combattono. La minaccia del carcere non ha scoraggiato i volontari più determinati. Un combattente svizzero, attualmente attivo nella zona del conflitto, ha dichiarato con tono di sfida di essere pienamente «pronto a scontare una pena detentiva». La sua critica al Paese d’origine è dura e pungente: «Ho incontrato persone provenienti da tutto il mondo... e in pochi Paesi le autorità hanno creato problemi ai cittadini che hanno scelto di combattere in Ucraina per la libertà e l’indipendenza».

Questa posizione mette in luce una frattura crescente tra l’apparato statale e i cittadini più combattivi. Mentre il governo dà la priorità alla protezione diplomatica, queste persone scelgono di passare all’azione. Lo smarrimento del volontario, «Non capisco perché questo dovrebbe essere un problema per la Svizzera», fa eco a un sentimento sempre più diffuso tra chi ritiene che la neutralità non debba significare passività di fronte all’aggressione. Mentre gli altri 15 casi si avvicinano al processo, la Svizzera si trova di fronte a una realtà scomoda: può incarcerare questi volontari, ma non può cancellare per legge le loro convinzioni.