Giustizia
La Procura di San Gallo archivia l’inchiesta sugli abusi nella Chiesa cattolica per prescrizione
La Procura di San Gallo ha concluso senza sporgere denuncia la sua inchiesta su cinque segnalazioni di abusi sessuali storici all’interno della Chiesa cattolica. La decisione, successiva alla pubblicazione nel 2023 di un importante rapporto nazionale sugli abusi, cita la prescrizione come motivo principale per non proseguire i casi.

Nessuna denuncia penale. È questo il bilancio netto e definitivo della Procura di San Gallo dopo un’inchiesta molto seguita sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica. Nonostante cinque segnalazioni concrete riguardanti cinque sacerdoti accusati e dieci vittime identificate, non si è arrivati a un procedimento penale. L’inchiesta, avviata dopo il dirompente rapporto nazionale sugli abusi del settembre 2023, si è ufficialmente arenata, lasciando le vittime senza la giustizia civile che cercavano.
La decisione di archiviare l’inchiesta mette in luce la grave paralisi del sistema giuridico svizzero di fronte ai traumi del passato. Le accuse erano abbastanza serie da giustificare un’inchiesta che i procuratori hanno definito «lunga e complessa», ma per chi si batte per le vittime l’esito lascia l’amaro in bocca. Le segnalazioni, tra cui una della Diocesi di Coira relativa a un’aggressione risalente agli anni Settanta, sono state infine accantonate non perché mancasse la verità, ma a causa dei rigidi vincoli procedurali. La decisione lancia un messaggio inquietante: agli occhi dello Stato, per questi specifici reati il tempo per chiedere conto ai responsabili è scaduto.
La tirannia del tempo
La prescrizione si è rivelata lo scudo definitivo per gli accusati. In una svolta frustrante, la Procura di San Gallo ha dovuto ammettere che il tempo trascorso rendeva impossibile ottenere una condanna. In quattro casi in cui la prescrizione non era tecnicamente ancora intervenuta, le prove si erano semplicemente dissolte nella nebbia della storia. Il portavoce Leo-Philippe Menzel ha confermato che le indagini sono state approfondite, ma che le accuse non hanno potuto essere comprovate nella misura richiesta dal diritto penale.
La realtà di indagare su reati commessi decenni fa è dura. Le vittime, traumatizzate e sfinite, spesso non erano in grado di fornire date e dettagli precisi, necessari per un atto d’accusa al giorno d’oggi, oppure non desideravano rivivere l’orrore. Inoltre, dove la legge non ha potuto intervenire, è intervenuta la morte: in un caso il sacerdote accusato era già deceduto, mentre in un altro il sospettato è stato giudicato permanentemente incapace di sostenere un processo. La Camera d’accusa del Cantone di San Gallo ha rifiutato l’autorizzazione ad avviare un procedimento, chiudendo di fatto i dossier. Questo vicolo cieco giuridico sottolinea quanto sia difficile perseguire la giustizia quando i presunti autori sono anziani o deceduti e i ricordi dei sopravvissuti si scontrano con i rigorosi standard probatori del tribunale.
Una crisi sistemica in cifre
Questi cinque casi archiviati sono solo la punta di un enorme iceberg. Si inseriscono nel contesto dello studio monumentale del 2023, che ha portato alla luce oltre 1’000 casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica svizzera dal 1950. La portata della crisi è innegabile e continua ad aumentare. Nei soli sei mesi successivi alla pubblicazione del rapporto, oltre 160 nuove presunte vittime sono uscite dall’ombra per denunciare abusi, segno che si è aperta una vera e propria diga.
L’inchiesta di San Gallo riguardava dieci potenziali vittime, persone la cui sofferenza umana resta ora senza una soluzione giudiziaria. Il divario tra l’enorme numero di accuse e la scarsità di condanne è allarmante. La Procura ha svolto il proprio dovere, ma le statistiche dipingono un quadro cupo di un sistema giudiziario impreparato ad affrontare un fallimento morale sistemico di tale portata. Mentre il numero delle vittime che denunciano continua a crescere, si allarga la distanza tra la verità storica e le conseguenze giuridiche, lasciando la popolazione svizzera confrontata con una realtà scomoda: riconoscere gli abusi non equivale a punirli.
Diritto canonico: l’ultima possibilità?
Con le porte del tribunale civile ormai chiuse, l’attenzione si sposta nuovamente e con forza sulla Chiesa stessa. In un’ironia della sorte, l’istituzione accusata dei reati è ora l’unica in grado di emettere un verdetto. La Diocesi di San Gallo ha annunciato che i risultati dell’inchiesta di polizia saranno integrati nei procedimenti in corso secondo il diritto canonico. A differenza del rigido Codice penale svizzero, la Chiesa può rinunciare alla prescrizione e, in teoria, punire i responsabili a prescindere dal tempo trascorso.
Sia la Diocesi di Coira sia quella di San Gallo si sono impegnate a proseguire con l’attuazione delle misure previste dal diritto canonico. Lo scetticismo resta tuttavia elevato. Ci si può fidare della Chiesa perché faccia giustizia al proprio interno dopo decenni di silenzio? Le autorità civili hanno fatto un passo indietro, ma ora l’intera responsabilità morale ricade sui vescovi. Hanno i dossier, hanno i nomi e hanno il potere di intervenire là dove lo Stato non ha potuto. L’opinione pubblica seguirà da vicino per vedere se il «diritto canonico» si tradurrà in conseguenze concrete o soltanto in ulteriore burocrazia interna.