UBS
Il Consiglio degli Stati rinvia la decisione su norme più severe per i fondi propri di UBS
Il Consiglio degli Stati ha rinviato la decisione sui requisiti patrimoniali più severi per le filiali estere di UBS. La proposta potrebbe obbligare la banca a detenere circa 18 miliardi di franchi supplementari di capitale di base, dando il via a un ampio dibattito sulla stabilità finanziaria e sulla competitività.

Il Consiglio degli Stati ha rinviato una votazione che potrebbe ridefinire la struttura patrimoniale di UBS. Giovedì 17 settembre, la Camera alta non ha avuto il tempo di concludere il dibattito sui requisiti patrimoniali più severi per le banche di rilevanza sistemica con importanti attività all’estero. La discussione riprenderà la settimana prossima, lasciando in sospeso le proposte più incisive.
In pratica, la legge riguarderebbe UBS, poiché attualmente è la principale banca svizzera che rientra in questo quadro. Il Consiglio federale vuole che UBS sostenga le sue filiali estere con il 100% di capitale proprio di base di qualità primaria, noto come CET1. Il CET1 è la forma di capitale bancario di qualità più elevata ed è composto principalmente da capitale azionario e utili non distribuiti.
UBS si oppone fermamente all’approccio del Governo. Secondo la banca, la misura potrebbe richiedere circa 22 miliardi di dollari, ossia 18 miliardi di franchi, di capitale di base supplementare. Questa cifra ha portato la questione al centro di un più ampio dibattito parlamentare su come la Svizzera debba proteggersi da una futura crisi bancaria preservando al contempo la competitività internazionale della sua maggiore banca.
Poiché il Consiglio degli Stati non è arrivato a esaminare le mozioni di minoranza, il punto di equilibrio definitivo tra garanzie finanziarie e costi operativi resta da definire.
Il Governo chiede una copertura CET1 completa
La proposta del Governo imporrebbe una copertura completa in CET1 per le filiali estere di UBS. Secondo il piano sottoposto al Consiglio degli Stati, le unità estere delle banche di rilevanza sistemica dovrebbero essere sostenute interamente da capitale di base duro. Il requisito riguarda il capitale disponibile per assorbire direttamente le perdite, invece di fare affidamento anche su strumenti che in caso di difficoltà possono essere convertiti o svalutati.
La proposta riflette l’esperienza della Svizzera, sede di una banca attiva a livello globale le cui operazioni estere potrebbero diventare cruciali durante una crisi. Imporre che queste filiali siano sostenute da capitale darebbe alle autorità svizzere un margine finanziario più ampio e una fonte più chiara di assorbimento delle perdite qualora un’unità incontrasse difficoltà.
UBS sostiene che il cambiamento avrebbe costi elevati. La sua stima di 18 miliardi di franchi di capitale di base supplementare riguarda fondi che altrimenti potrebbero sostenere i prestiti, gli investimenti, i riacquisti di azioni o altre priorità aziendali. Il rapporto di partenza non specifica come UBS soddisferebbe il requisito né quale effetto avrebbe l’aumento sulle sue attività.
Il dibattito al Consiglio degli Stati verte quindi sia sulla struttura della norma sia sulla cifra principale. I parlamentari devono decidere quanta protezione occorra per le attività estere e quali forme di capitale debbano essere computate a tale scopo.
La commissione propone un compromesso sui fondi propri
La commissione del Consiglio degli Stati ha proposto una via intermedia, aumentando al 50% la copertura con capitale duro. La maggioranza della Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati, nota come CET-S, ha proposto di inasprire il regime attuale «too big to fail» senza adottare il modello del Governo basato interamente sul CET1.
Secondo il piano della commissione, il 50% delle partecipazioni estere sarebbe coperto da capitale CET1, rispetto all’attuale 45%. Il restante 50% potrebbe essere sostenuto da obbligazioni AT1, ossia strumenti di capitale aggiuntivo di base di qualità primaria. Questi titoli possono assorbire perdite in determinate condizioni, ma sono diversi dal capitale azionario ordinario e nel quadro normativo sono trattati diversamente dal capitale CET1.
La proposta modificherebbe anche la combinazione attuale. Le norme vigenti prevedono, per le partecipazioni estere interessate, il 45% di capitale di base più il 17% di obbligazioni AT1. Secondo il rapporto di partenza, anche UBS respinge l’approccio della commissione, ma il rapporto non indica le motivazioni dettagliate della banca né una stima separata dei costi di questa alternativa.
La posizione della commissione si colloca ora tra il requisito del 100% del Consiglio federale e le norme vigenti. Quando il dibattito riprenderà, il Consiglio degli Stati avrà quindi a disposizione diverse possibili soluzioni, comprese ulteriori modifiche alle proporzioni o agli strumenti ammessi.
La minoranza chiede una soglia del 90%
Una consistente minoranza del Consiglio degli Stati chiede un requisito del 90%. Questa alternativa si avvicinerebbe molto più alla posizione del Consiglio federale che alla proposta della maggioranza della commissione. Secondo Keystone-SDA, durante il dibattito i rappresentanti dei partiti di sinistra hanno sostenuto il piano del Governo, mentre altri parlamentari hanno appoggiato la formula più moderata della commissione.
Le cifre mostrano le diverse posizioni in seno al Consiglio degli Stati: il livello attuale di capitale duro è del 45%, la maggioranza della commissione propone il 50%, una minoranza della Camera alta vuole il 90% e il Consiglio federale chiede una copertura CET1 del 100%. Queste percentuali riguardano il requisito di capitale di base duro e non vanno interpretate come una ripartizione dei voti o come dati sul sostegno dell’opinione pubblica.
La controversia evidenzia anche la divisione politica sulle norme svizzere «too big to fail». Requisiti più severi potrebbero rafforzare la capacità del Paese di gestire le perdite all’interno di un gruppo bancario globale. Potrebbero anche aumentare il capitale che UBS deve detenere a fronte delle sue attività internazionali, con possibili ripercussioni sulla distribuzione delle risorse da parte della banca.
Il Consiglio degli Stati non ha ancora votato sulle mozioni di minoranza. La prossima sessione chiarirà se i parlamentari approveranno la raccomandazione della commissione, si avvicineranno al modello del Governo oppure elaboreranno un’altra soluzione prima che il disegno di legge prosegua il suo iter.
Il Consiglio degli Stati affronta la prossima prova normativa
Il dibattito della settimana prossima deciderà fino a che punto la Svizzera si spingerà oltre le garanzie attuali. Il Consiglio degli Stati deve prima concludere le deliberazioni e votare sulle mozioni di minoranza. La decisione della Camera alta influirà poi sull’iter del disegno di legge in Parlamento, anche se il rapporto di partenza non indica le tappe procedurali rimanenti né prevede quale sarà l’esito finale.
Per UBS, la posta in gioco riguarda sia il capitale sia la certezza normativa. La banca opera a livello internazionale, mentre la sua principale responsabilità di vigilanza e politica resta legata alla Svizzera. Una norma che richiedesse più capitale CET1 a copertura delle filiali estere potrebbe offrire alle autorità svizzere una maggiore protezione in caso di crisi. A seconda della sua formulazione definitiva e dei confronti internazionali, potrebbe anche rendere il quadro svizzero più severo delle norme applicate alle banche globali concorrenti.
Per i responsabili politici, la questione segue la logica del regime «too big to fail»: più una banca è grande e interconnessa, maggiore dovrebbe essere la sua capacità di assorbire perdite senza ricorrere al sostegno pubblico. Il disaccordo riguarda il livello adeguato e le tipologie di capitale da considerare.
Il rinvio della votazione al Consiglio degli Stati ha prolungato questa valutazione. Finché i parlamentari non avranno definito le percentuali, UBS, le autorità di vigilanza e gli investitori continueranno a confrontarsi con un quadro non ancora risolto delle future norme svizzere sui fondi propri.