economia
La crisi ai vertici travolge Nestlé dopo lo scandalo dirigenziale
Il colosso alimentare svizzero Nestlé è confrontato a una profonda crisi dopo le partenze del CEO e del presidente del Consiglio di amministrazione, avvenute nel pieno di una controversia. Per l’azienda, attiva da 159 anni, si tratta di una crisi di leadership senza precedenti.

La facciata della perfezione aziendale svizzera è crollata. Nel giro di due settimane, in una sequenza di eventi sconcertante, Nestlé, colosso industriale attivo da 159 anni, ha perso sia il CEO sia il presidente del Consiglio di amministrazione, precipitando la più grande azienda alimentare al mondo in una crisi di leadership senza precedenti. Il caos è culminato mercoledì, durante la riunione «All In», in cui il presidente uscente Paul Bulcke si è rivolto a quasi 277’000 collaboratrici e collaboratori, in una scena descritta dagli addetti ai lavori come surreale. Bulcke ha cercato di mostrare fiducia, sostenendo che «il futuro è adesso», ma sul posto regnavano shock e incredulità.
A Vevey non è una situazione di ordinaria amministrazione. Il conglomerato, noto per la sua riservatezza e pilastro della stabilità svizzera, con una capitalizzazione di mercato superiore persino a quella di UBS, è ora alle prese con uno scandalo che colpisce al cuore la sua governance. Le dimissioni ravvicinate del CEO Laurent Freixe e del presidente Paul Bulcke hanno lasciato costernati gli ambienti economici e scosso gli investitori. Mentre la polvere si posa, la domanda non è soltanto chi guiderà Nestlé, ma anche se l’azienda potrà recuperare la reputazione di modello per il mondo degli affari svizzero.
Segreti e menzogne: il fallimento della governance
La causa scatenante di questo terremoto aziendale è tanto sordida quanto dannosa. Laurent Freixe, al timone da appena un anno, è stato estromesso dopo che è emersa una relazione non dichiarata con una persona direttamente subordinata a lui. Una violazione delle regole di condotta che ha scosso le fondamenta conservatrici della società svizzera. Per tutta un’estate mite, le voci si sono rincorse nella sede centrale sulle rive del Lemano, finché sono sfociate in denunce formali tramite il canale del gruppo «Speak up», dedicato alle segnalazioni. Le collaboratrici e i collaboratori, indignati per il presunto trattamento di favore, hanno costretto il Consiglio di amministrazione a intervenire.
«Nestlé è un simbolo. È un simbolo svizzero», afferma Arturo Bris dell’IMD World Competitiveness Centre. In un Paese che valorizza la discrezione e considera sacra la sfera privata, questa esposizione pubblica di questioni interne è un profondo shock culturale. La gestione della vicenda da parte del Consiglio di amministrazione è stata duramente criticata, perché avrebbe rivelato una «cultura aziendale compiacente», che anteponeva il consenso a un controllo rigoroso. Per un’azienda che ha introdotto sul mercato il latte in polvere per neonati e il cioccolato al latte, questa mancanza di giudizio rappresenta una grave carenza nei controlli interni, chiamati a proteggere l’integrità del marchio.
I mercati reagiscono: miliardi in fumo
Mentre il dramma ai vertici si consuma, i risultati finanziari delineano un quadro ancora più cupo. Gli investitori vendono le loro azioni, facendo scendere il corso da un massimo di 120 franchi nel 2022 a 70 franchi oggi. Non si tratta di una semplice flessione: è una massiccia distruzione di valore per gli azionisti, che riflette una profonda frustrazione per la direzione presa dall’azienda. La situazione finanziaria del gruppo lancia segnali d’allarme: il debito netto è quasi raddoppiato dal 2020.
La crescita delle vendite è rallentata drasticamente rispetto ai livelli record del periodo successivo alla pandemia di Covid, mentre i consumatori, messi a dura prova dall’inflazione, reagiscono con forza ai rincari. Il giudizio del mercato è chiaro: l’inerzia di Nestlé le costa cara. A differenza di concorrenti internazionali come Unilever o Kraft Heinz, che stanno adottando misure radicali per razionalizzare le attività, Nestlé è apparsa paralizzata. Lo scandalo ha semplicemente portato alla luce le debolezze di una struttura di governance che ha permesso ai risultati insufficienti di perdurare. Con miliardi di valore di mercato andati in fumo, ora occorre fermare l’emorragia prima che i danni diventino irreversibili.
La fine di un impero? Il dilemma dei conglomerati
La crisi di Nestlé pone una questione esistenziale fondamentale: l’era dei mega-conglomerati è finita? Da oltre un decennio, gruppi tentacolari come General Electric e Toshiba sono stati costretti a scindersi sotto il peso della propria complessità. Il campione nazionale svizzero ha resistito ostinatamente a questa logica, aggrappandosi alla propria identità di colosso «a largo raggio», con migliaia di marchi in 75 Paesi. Ma le crepe di questo modello sono ormai innegabili.
David Hayes, analista di Jefferies, pone la domanda cruciale: «Esiste un limite concreto a quanto un’organizzazione possa controllare ciò che accade?». I mercati dubitano sempre più che un unico gruppo dirigente possa guidare efficacemente un’impresa di queste dimensioni, con oltre un quarto di milione di dipendenti e un portafoglio che spazia da KitKat agli alimenti per animali Purina, attraverso acque economiche turbolente. Lo scandalo lascia pensare che le dimensioni stesse di Nestlé possano aver contribuito alla mancanza di supervisione, alimentando le richieste di una ristrutturazione radicale che potrebbe ridimensionare il colosso per garantirne la sopravvivenza.
Una nuova era: Navratil e Isla al comando
Tra le macerie, si fa avanti una nuova squadra dirigente. Philipp Navratil, già alla guida di Nespresso, assume la carica di CEO, affiancato da Pablo Isla, ex capo di Inditex, proprietaria di Zara, che diventa presidente del Consiglio di amministrazione. La nomina di Isla, estraneo al mondo chiuso dei colossi alimentari svizzeri, segnala un tentativo urgente di introdurre nuova disciplina ai vertici. Il mandato è chiaro: ristabilire la fiducia, rafforzare la governance e invertire la tendenza negativa sul piano finanziario.
La strada da percorrere, tuttavia, è irta di ostacoli. I nuovi dirigenti ereditano un’azienda con il morale basso, un corso azionario in forte calo e un’opinione pubblica scettica. Per la Svizzera, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Nestlé è più di un’azienda: è un indicatore del prestigio economico del Paese. Mentre la nuova dirigenza affronta l’inflazione e la cultura interna, il mondo osserva. Riuscirà a invertire la rotta, o Nestlé sarà costretta a smantellare l’impero che ha costruito in 159 anni?