Diritto svizzero
Lafarge, di proprietà svizzera, impugna la condanna per finanziamento del terrorismo in Siria
Il produttore di cemento Lafarge, di proprietà del colosso svizzero Holcim, ha impugnato la condanna pronunciata da un tribunale di Parigi per aver versato milioni a gruppi jihadisti al fine di mantenere operativo uno stabilimento in Siria. L’appello riapre un caso di criminalità aziendale che ha suscitato grande clamore.

Il panorama economico globale è scosso: il colosso del cemento Lafarge, oggi controllato dal gigante svizzero Holcim, ha impugnato formalmente la condanna per finanziamento del terrorismo. Non si tratta soltanto di una mossa legale, ma di un tentativo disperato di cancellare una macchia indelebile dalla reputazione di uno dei maggiori gruppi industriali al mondo. L’appello riapre un caso che ha già fatto tremare le sale dei consigli di amministrazione di Zurigo e Parigi, obbligandoli a confrontarsi con la dura realtà di fare affari in zone di guerra. Mentre Holcim cerca di prendere le distanze dall’eredità dell’acquisizione, l’ombra dello stabilimento di Jalabiya, nel nord della Siria, si allunga più che mai. Questa battaglia legale rappresenta un momento decisivo per la responsabilità delle imprese, mentre il mondo osserva se una multinazionale possa davvero essere chiamata a rispondere del sangue versato in nome del profitto.
Il prezzo del sangue: 5,6 milioni di euro per collaborare con i terroristi
Tra il 2013 e il 2014, dalle casse dell’azienda sono confluiti direttamente 5,6 milioni di euro nelle mani di gruppi jihadisti. Questo è stato il prezzo, calcolato a freddo, pagato da Lafarge per mantenere operativo il suo stabilimento di cemento in Siria, mentre il resto del mondo assisteva al precipitare del Paese nel caos. Il Tribunale penale di Parigi è stato severo nella sua valutazione, affermando che la società era «disposta a scendere a qualsiasi compromesso» per tutelare i propri profitti. Oltre ai pagamenti diretti, il tribunale ha inflitto all’azienda la massima multa penale, pari a 1,125 milioni di euro, e una pesante sanzione doganale di 4,57 milioni di euro per aver violato le sanzioni internazionali. Questo flusso di denaro rivela una preoccupante disponibilità ad aggirare i protocolli di sicurezza globali. La difesa sostiene che si trattasse di misure necessarie per garantire la sicurezza del personale, mentre l’accusa descrive una multinazionale che alimentava proprio le forze del terrore che affermava di cercare di gestire.
Codardia aziendale: la caduta dei vertici
Sei anni di carcere: è la pena senza precedenti inflitta all’ex CEO Bruno Lafont, accusato dal tribunale di aver agito in «malafede» e con «codardia». In una drammatica caduta in disgrazia, l’ex capo di un fiore all’occhiello dell’industria francese è stato condotto al carcere della Santé di Parigi, anche se ora si batte per essere liberato. Non è l’unico imputato: altri sette dirigenti devono rispondere del loro operato. Christian Herrault, ex braccio destro di Lafont, è stato condannato a cinque anni per aver diretto le trattative con lo Stato islamico allo scopo di concludere un «accordo redditizio». Queste condanne infrangono il tetto di cristallo dell’immunità dei dirigenti. Il messaggio del tribunale è chiaro: è finita l’epoca in cui ci si poteva nascondere dietro le strutture aziendali per celare la complicità in violazioni dei diritti umani. Anche se questi uomini hanno presentato appello, l’immagine di un CEO in cella è un severo monito per i dirigenti di tutto il mondo: «non sapere» non è più una difesa valida.
I giganti svizzeri sotto esame: le ripercussioni globali
Questo caso colpisce al cuore il modello economico svizzero e riaccende il feroce dibattito sull’Iniziativa per imprese responsabili. Mentre Holcim fa i conti con le conseguenze delle azioni della sua controllata, la pressione sulle multinazionali con sede in Svizzera affinché controllino le proprie catene di approvvigionamento globali ha raggiunto livelli altissimi. ONG come Sherpa ed ECCHR hanno salutato la condanna di primo grado come una «grande vittoria», ma l’appello rischia di rinviare la giustizia di anni. Per la Svizzera, Paese che si fregia della neutralità e di una tradizione bancaria etica, lo scandalo Lafarge è un incubo sul piano della reputazione. La vicenda impone di fare i conti con una domanda: i colossi svizzeri possono davvero controllare l’etica delle aziende che acquisiscono? Con il proseguire dell’appello, le implicazioni per il diritto internazionale sono considerevoli. L’esito determinerà se il «marchio svizzero» rimarrà sinonimo di qualità e integrità o diventerà uno scudo per la complicità delle imprese nei conflitti più violenti del mondo.