Vai al contenuto
Swiss Observer

Il divieto ginevrino dei simboli religiosi finisce in tribunale

Il divieto ginevrino di indossare simboli religiosi vistosi, rivolto ai membri dei parlamenti cantonale e comunali, è contestato in sede giudiziaria. I critici sostengono che la modifica costituzionale, approvata di misura dagli elettori, violi i diritti fondamentali.

AI15 settembre 2026Il nostro processo editoriale
Il divieto ginevrino dei simboli religiosi finisce in tribunale
AILe News

Quattro ricorsi legali portano ora davanti ai tribunali il divieto ginevrino dei simboli religiosi. La modifica, approvata dagli elettori nel giugno 2026, impedisce ai membri dei parlamenti cantonale e comunali di indossare simboli religiosi vistosi quando esercitano il loro mandato elettivo. Il divieto riguarda, tra gli altri, il velo, la kippah e le croci.

Il voto ha definito lo status costituzionale della modifica all’interno di Ginevra, ma non ha risolto la questione della sua compatibilità con il diritto superiore. I ricorrenti sostengono che il divieto violi la libertà di coscienza, i principi democratici e i diritti fondamentali individuali. L’ultimo ricorso è stato presentato nel settembre 2026 da due privati cittadini, una persona musulmana e una cristiana. Hanno contestato la misura anche parlamentari cantonali dei Verdi, cristiani evangelici e un politico protestante a livello comunale.

La controversia ha un peso particolare a Ginevra, un cantone che adotta uno degli approcci più rigorosi della Svizzera in materia di neutralità religiosa. I procedimenti giudiziari verificheranno se il cantone possa estendere ai rappresentanti eletti riuniti nelle camere legislative le restrizioni già imposte ai funzionari pubblici. Esamineranno inoltre fino a che punto possa spingersi una modifica costituzionale quando incide sulla partecipazione politica e sull’espressione pubblica della fede.

Per le istituzioni politiche ginevrine, la questione è ormai andata oltre gli slogan della campagna. I tribunali devono ora valutare una misura adottata da una risicata maggioranza popolare e contestata dal governo cantonale.

Un voto risicato alimenta una disputa più ampia

La modifica è stata approvata con il 51,5% dei voti, lasciando Ginevra divisa con uno scarto inferiore ai due punti percentuali. Il parlamento cantonale aveva deciso di inserire il divieto nella Costituzione, facendo scattare una votazione popolare poiché la proposta comportava una modifica costituzionale.

Il risultato è andato contro la volontà del governo ginevrino. L’opposizione è arrivata soprattutto dalla sinistra politica, tra cui Carole-Anne Kast, socialista e membro dell’esecutivo cantonale. Kast ha criticato l’esito e sostenuto che la modifica fosse incostituzionale.

I sostenitori hanno basato le loro argomentazioni sull’immagine e sul funzionamento del parlamento. L’iniziativa è stata appoggiata dall’Unione democratica di centro, dai Liberali, dal Centro e dal movimento populista di destra Mouvement Citoyen Genevois. Secondo loro, un parlamento dovrebbe apparire religiosamente neutrale e i simboli vistosi possono influenzare la percezione dell’istituzione.

Il voto è giunto al termine di un lungo dibattito sullo status dei rappresentanti eletti. Nel 2019, la Camera costituzionale ginevrina aveva stabilito che i parlamentari rappresentano la società nella sua diversità, e non lo Stato in quanto tale. Questo ragionamento lasciava i legislatori al di fuori delle restrizioni imposte ai membri del governo e agli altri dipendenti del settore pubblico. La modifica costituzionale mette direttamente in discussione questa distinzione.

L’esito risicato della votazione offre ai tribunali un quadro politicamente delicato da esaminare, anche se la questione giuridica dipenderà dai diritti costituzionali e dalla gerarchia delle norme applicabili.

Ginevra estende le regole sulla laicità

Ginevra limita già i simboli religiosi in gran parte del settore pubblico. Dal 2019, i membri del governo cantonale e degli esecutivi comunali devono astenersi dal mostrare simboli religiosi nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali. Restrizioni analoghe si applicano ai funzionari e agli insegnanti.

I parlamentari erano esclusi da queste regole perché la Camera costituzionale considerava diversamente il loro ruolo. Secondo i giudici, i legislatori eletti rappresentano la popolazione, anziché incarnare lo Stato come un membro dell’esecutivo o un funzionario. La nuova modifica elimina questa distinzione per le assemblee cantonale e comunali.

Il cambiamento ha messo in luce interpretazioni contrapposte della laïcité, il modello ginevrino di neutralità religiosa. Dal 1907 il cantone mantiene una rigida separazione tra Chiesa e Stato. I sostenitori del divieto considerano questo principio una garanzia affinché le istituzioni politiche non sembrino favorire una fede rispetto a un’altra. Gli oppositori sostengono che la neutralità possa trasformarsi in una restrizione per chi partecipa alla vita pubblica, soprattutto quando la regola prende di mira forme visibili di osservanza religiosa.

Secondo le fonti, l’approccio ginevrino è più vicino a quello francese che alla prassi della maggior parte dei cantoni svizzeri. Il confronto è rilevante perché la contestazione non riguarda soltanto l’abbigliamento in parlamento. Si tratta di capire come il federalismo svizzero concili modelli diversi di laicità, tutelando al contempo gli stessi diritti politici.

Una provocazione in parlamento rende la questione più acuta

Un colapasta è diventato un insolito accessorio nel dibattito ginevrino sulla neutralità religiosa. L’anno scorso, Céline Zuber-Roy, deputata del PLR, si è presentata in aula con un colapasta associato al pastafarianesimo, un movimento religioso satirico creato nel 2005 dal fisico americano Bobby Henderson.

La dimostrazione richiamava la protesta di Henderson contro i tentativi di insegnare il disegno intelligente accanto all’evoluzionismo nelle scuole del Kansas. La sua tesi era che, se si riconosceva una spiegazione soprannaturale non verificabile, bisognava accordare lo stesso trattamento anche a un’altra. Da allora, i simboli pastafariani, colapasta compreso, sono comparsi nei dibattiti sulla libertà religiosa e sui limiti della neutralità ufficiale.

Zuber-Roy ha usato il simbolo per sostenere che le manifestazioni religiose vistose possono distrarre dal lavoro parlamentare e influire sull’immagine della camera. Il suo intervento ha offerto ai sostenitori di un divieto più ampio un esempio efficace per la loro campagna. Ha anche illustrato le ragioni della complessità della disputa giuridica. Una regola pensata per disciplinare i simboli più appariscenti deve applicarsi a tutte le fedi e ai sistemi di credenze, comprese le forme di espressione religiosa che molti considerano insolite o provocatorie.

La modifica non menziona alcuna religione in particolare. I suoi effetti giuridici saranno tuttavia valutati alla luce di pratiche concrete, tra cui il velo islamico, le kippah ebraiche e le croci cristiane. I ricorsi pendenti chiedono se una regola generale possa restare proporzionata quando, nella pratica, incide su specifiche forme di osservanza religiosa.

I tribunali potrebbero creare un precedente svizzero

Spetterà ai tribunali decidere se il divieto costituzionale ginevrino possa resistere alle contestazioni fondate sui diritti fondamentali. Il primo ricorso è stato presentato nel dicembre 2025, prima della votazione popolare, mentre il quarto è arrivato nel settembre 2026. I ricorsi riuniscono le obiezioni di gruppi politici, comunità religiose e privati cittadini.

Tra gli ultimi ricorrenti figurano una persona musulmana e una cristiana. La loro partecipazione sottolinea l’ampiezza delle argomentazioni degli oppositori, secondo i quali la modifica incide sulla libertà di coscienza e non su una sola confessione. Hanno contestato la norma anche parlamentari dei Verdi, cristiani evangelici e un politico protestante a livello comunale.

I procedimenti potrebbero chiarire i limiti costituzionali delle regole ginevrine sulla laicità e lo status dei rappresentanti eletti secondo il diritto svizzero. Una sentenza potrebbe influenzare il modo in cui i cantoni distinguono tra membri dell’esecutivo, dipendenti pubblici e legislatori. Potrebbe inoltre orientare i futuri dibattiti sull’espressione religiosa nelle assemblee e in altre istituzioni pubbliche.

La tempistica resta incerta. Le fonti individuano i ricorsi e le loro principali argomentazioni, ma non riferiscono alcuna decisione giudiziaria né indicano quando sarà emessa una sentenza. Nel frattempo, gli elettori ginevrini hanno approvato la restrizione, ma spetta ai tribunali stabilire se tale approvazione sia compatibile con i diritti tutelati dal diritto superiore. L’esito sarà seguito ben oltre i confini del cantone, in particolare nel dibattito che prosegue in Svizzera sul ruolo della religione nella vita pubblica.

La prova ginevrina va oltre i confini cantonali

Il caso ginevrino metterà alla prova il modo in cui le istituzioni svizzere conciliano la neutralità pubblica con la rappresentanza politica. Il cantone ha adottato una forma di laïcité più rigorosa rispetto alla maggior parte degli altri cantoni svizzeri, limitando i simboli religiosi in alcuni ambiti del settore pubblico, mentre fino alla modifica di quest’anno i parlamentari erano sottoposti a un regime diverso.

Questa distinzione rifletteva un principio democratico: i parlamenti sono composti da rappresentanti eletti che rispecchiano la popolazione, compresa la sua diversità religiosa. La nuova norma adotta una visione diversa e attribuisce alla camera un carattere visibilmente neutrale, anche quando ciò limita il modo in cui alcuni rappresentanti si vestono o manifestano le proprie convinzioni.

I ricorsi sottopongono entrambi i principi all’esame dei tribunali. I giudici dovranno considerare la formulazione e lo scopo della modifica, i suoi effetti sulla libertà di coscienza e il ruolo dei legislatori eletti. Dovranno inoltre inquadrare le regole ginevrine nel più ampio contesto costituzionale svizzero.

L’esito potrebbe risolvere la controversia immediata sul velo, le kippah, le croci e altri simboli vistosi nelle assemblee ginevrine. Potrebbe anche fornire indicazioni per future misure cantonali riguardanti la religione, le istituzioni politiche e il servizio pubblico. Per ora, il 51,5% dei voti resta la base democratica del divieto, mentre quattro ricorsi legali ne mantengono irrisolto lo status giuridico definitivo.