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Swiss Observer

La Corte ginevrina sospende provvisoriamente il divieto del burkini e riapre il dibattito sull’accesso alle piscine pubbliche

Con una sentenza importante, la Corte di giustizia di Ginevra ha sospeso provvisoriamente il divieto comunale di indossare burkini e altri costumi da bagno integrali nelle piscine pubbliche. La decisione, che fa riferimento a una possibile violazione dei diritti fondamentali, riaccende a livello nazionale il dibattito sulla libertà religiosa, la laicità e gli spazi pubblici.

La Corte ginevrina sospende provvisoriamente il divieto del burkini e riapre il dibattito sull’accesso alle piscine pubbliche
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Il panorama giuridico ginevrino è appena cambiato sotto il sole estivo. Con una decisione che si ripercuote in tutta la Confederazione, la Corte di giustizia di Ginevra ha sospeso provvisoriamente un controverso divieto di burkini e costumi da bagno integrali nelle piscine pubbliche. Non si tratta di una semplice modifica regolamentare, ma di un intervento giudiziario diretto contro una legge che intendeva imporre costumi da bagno che terminassero sopra il ginocchio e lasciassero le braccia scoperte. La sentenza della Camera costituzionale blocca di fatto l’applicazione di queste restrizioni, garantendo che per ora le piscine restino accessibili a tutti, indipendentemente dall’abbigliamento. La decisione assesta un colpo alla legge approvata dal parlamento cantonale in maggio, che molti consideravano un attacco mirato alla libertà di espressione religiosa mascherato da «standardizzazione».

I comuni si ribellano alle disposizioni cantonali

Una coalizione di cinque importanti comuni, Vernier, Meyrin, Carouge, Lancy e la Città di Ginevra, si è opposta apertamente alla legge cantonale. Le autorità comunali non si sono limitate a protestare: hanno presentato ricorsi formali per tutelare la propria autonomia locale e le libertà personali della popolazione. Sostengono che il parlamento cantonale non abbia indicato alcun chiaro interesse pubblico a giustificazione del divieto, appellandosi invece a un vago desiderio di «uniformità». Questo scontro politico interno evidenzia una profonda frattura tra i legislatori cantonali di destra e le autorità locali, che ogni giorno devono fare i conti con la realtà di popolazioni urbane eterogenee. Lo stesso governo cantonale ginevrino aveva già avvertito che questa modifica legislativa violava la libertà personale, un monito che la Corte sta ora prendendo molto sul serio.

I diritti fondamentali si scontrano con l’uniformità laica

La sentenza della Corte tocca il cuore della crisi d’identità svizzera: la tensione tra le prescrizioni laiche e la libertà individuale. La Camera costituzionale ha rilevato che la «Coordinazione per un nuoto inclusivo», una potente alleanza composta da 12 organizzazioni, ha sollevato obiezioni fondate riguardo alla violazione dei diritti fondamentali. La legge, originariamente nata da una mozione dell’Unione democratica di centro (UDC), di destra, era stata concepita per limitare il burkini, ma in seguito è stata estesa a tutti i costumi da bagno lunghi per evitare che sembrasse rivolta specificamente contro una religione. La Corte ha tuttavia riconosciuto che escludere chi si copre per motivi religiosi, di pudore o di salute comporta uno «svantaggio» a cui è difficile porre rimedio una volta terminata la stagione estiva. Si tratta di un precedente importante per il modo in cui i tribunali svizzeri ponderano le «regole standardizzate» rispetto alla realtà vissuta dalle minoranze religiose.

Le ondate di caldo rendono più concrete le conseguenze umane

Con l’aumento delle temperature nella regione lemanica, il diniego di accesso alle piscine diventa più di una questione giuridica: è una questione di salute pubblica. Meriam Mastour, promotrice del ricorso, ha sottolineato che la decisione della Corte è fondamentale per garantire l’accesso durante l’attuale ondata di caldo. Quando la colonnina di mercurio sale, le piscine pubbliche sono infrastrutture essenziali per rinfrescare le città. Sospendendo provvisoriamente il divieto, la Corte garantisce che le persone vulnerabili, comprese quelle che per motivi di salute necessitano di indumenti protettivi contro i raggi UV o che seguono precetti religiosi in materia di abbigliamento, non siano private di un luogo in cui trovare sollievo. La Corte ha sottolineato in particolare che il parlamento cantonale non aveva indicato alcuna ragione specifica per l’«applicazione immediata» del divieto, rendendo particolarmente difficile giustificare l’esclusione di cittadini durante un periodo di caldo estremo.

Una nazione divisa ai bordi delle piscine

Lo scontro ginevrino è l’ultimo punto di tensione di una più ampia disputa svizzera sulla visibilità e la religione. Fa seguito al divieto nazionale di coprirsi il volto, noto come «divieto del burqa», entrato in vigore il 1° gennaio 2025, e testimonia un Paese profondamente diviso sui limiti della laicità. Sebbene la decisione della Corte ginevrina sia solo provvisoria, potrebbe segnalare un cambiamento di orientamento nella giurisprudenza. Il ricorso sarà ora esaminato nel merito, un procedimento che probabilmente si protrarrà fino ai mesi più freddi, ma l’effetto immediato è chiaro: per ora Ginevra ha scelto di dare la priorità all’inclusione rispetto alla rigida uniformità. Gli altri Cantoni seguiranno attentamente il caso e il suo esito potrebbe ridefinire i confini della libertà personale negli spazi pubblici in tutta la Svizzera. La battaglia per l’anima della vita pubblica svizzera si combatte ora ai bordi delle piscine.