Politica
Il Parlamento svizzero respinge l’iniziativa per agevolare la naturalizzazione
Il Consiglio nazionale ha respinto nettamente un’iniziativa popolare volta a semplificare la procedura di naturalizzazione e a uniformarne i criteri in tutto il Paese, trasmettendo il progetto al Consiglio degli Stati.

Con una maggioranza schiacciante di due terzi, il Consiglio nazionale ha fermato nettamente il movimento che chiedeva una revisione delle leggi sulla cittadinanza. Con 130 voti contrari e soltanto 62 favorevoli, il Consiglio nazionale ha lanciato un messaggio chiaro: il percorso per diventare svizzeri resterà uno dei più rigorosi d’Europa. Questo importante rifiuto è giunto al termine di un dibattito estenuante durato cinque ore e mezza, che ha messo a nudo le profonde divisioni ideologiche all’interno di Palazzo federale. L’«Iniziativa per la democrazia», sostenuta dall’alleanza della società civile «Aktion Vierviertel», intendeva abbattere gli ostacoli attuali alla naturalizzazione, ma ha incontrato una forte opposizione da parte dei blocchi di centro e di destra. Il voto non è soltanto un passaggio procedurale: rappresenta una ferma difesa dello status quo in un Paese in cui identità e integrazione sono costantemente sotto esame. Mentre i socialisti e i Verdi si battevano per modernizzare quelli che definiscono diritti civili «obsoleti», i loro sforzi sono stati sistematicamente respinti da una maggioranza che considera l’attuale requisito di dieci anni di soggiorno una necessaria «prova del fuoco» per chi aspira alla cittadinanza.
Il nodo dei cinque anni: respinte le modifiche radicali
L’iniziativa proponeva di dimezzare il requisito di soggiorno, portandolo da dieci a soli cinque anni. Una modifica che avrebbe trasformato radicalmente il panorama demografico della vita civica svizzera, ma il Consiglio nazionale non ha ceduto. Secondo il diritto vigente, le persone che presentano domanda devono avere un permesso di domicilio C e dimostrare dieci anni di integrazione, un requisito che i sostenitori dell’iniziativa giudicavano eccessivamente severo. La riforma proposta intendeva inoltre abbassare il requisito linguistico al livello base A2, sostenendo che «la democrazia richiede partecipazione, non perfezione». Gli oppositori sono però accorsi in difesa del sistema attuale, affermando che la cittadinanza svizzera è una «ricompensa per una riuscita integrazione», non un punto di partenza. Il rifiuto ha anche affossato una controproposta della sinistra politica, che mirava ad agevolare la naturalizzazione in particolare per le persone immigrate di seconda generazione. Attualmente, questo gruppo deve superare gli stessi ostacoli dei nuovi arrivati, a meno che non appartenga alla terza generazione. Il rifiuto di scendere a compromessi segnala una crescente chiusura in Parlamento nei confronti di qualsiasi attenuazione dei criteri per ottenere la cittadinanza svizzera.
Controllo federale o sovranità cantonale
Al centro di questa battaglia legislativa si trova un duro scontro di potere tra Berna e i singoli Cantoni. L’«Iniziativa per la democrazia» chiedeva che la Confederazione assumesse il pieno controllo della legislazione sulla naturalizzazione, privando di fatto i Cantoni del diritto di stabilire criteri propri. L’attuale struttura federalista della Svizzera consente ai Cantoni di fissare requisiti di soggiorno che vanno da due a cinque anni e di definire i dettagli del colloquio di naturalizzazione. Questo mosaico di regole fa sì che diventare svizzeri a Ginevra sia un’esperienza molto diversa rispetto a Svitto. Respingendo l’iniziativa, il Consiglio nazionale ha riaffermato il valore dell’autonomia cantonale. I critici dell’iniziativa hanno sostenuto che le comunità locali sono le più qualificate per valutare l’integrazione, mentre i fautori hanno denunciato una «lotteria del codice postale», che tratta le persone in modo ineguale a seconda del luogo in cui vivono. Questa tensione tra uniformità nazionale e tradizione locale resta il principale ostacolo a qualsiasi futura riforma, mentre il Consiglio nazionale sceglie di proteggere l’approccio storico «dal basso» alla cittadinanza.
Un Paese diviso: le conseguenze politiche
La battaglia passa ora al Consiglio degli Stati, ma l’inerzia è chiaramente dalla parte dei conservatori. L’Unione democratica di centro (UDC) ha persino cercato di spostare ulteriormente l’ago della bilancia, proponendo senza successo di obbligare chi presenta domanda a rinunciare alla cittadinanza d’origine per ottenere i documenti svizzeri. Questo approccio identitario del «tutto o niente» mette in evidenza la natura polarizzante del dibattito. In un momento in cui i casi di furto d’identità sono in aumento e l’economia deve fare i conti con le conseguenze della libera circolazione, la questione di chi possa definirsi «svizzero» non è mai stata così cruciale. Per il 25% della popolazione svizzera che non possiede un passaporto svizzero, questo rifiuto ricorda chiaramente quanto siano alte le barriere che circondano la democrazia alpina. L’iniziativa sarà infine sottoposta al giudizio decisivo del popolo svizzero, con una votazione federale. Fino ad allora, il messaggio da Berna è chiaro: le chiavi della Confederazione non saranno consegnate facilmente. La battaglia per «diritti civili moderni» deve affrontare una strada in salita contro un Parlamento deciso a preservare l’esclusività della croce svizzera.