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Swiss Observer

Una commissione parlamentare sostiene il referendum a doppia maggioranza per i futuri accordi con l’UE

Una commissione parlamentare chiave ha sostenuto una proposta che richiede che i futuri accordi bilaterali con l’Unione europea siano approvati dalla doppia maggioranza del popolo e dei Cantoni. La mossa, che ancorerebbe gli accordi nella Costituzione, segnala l’elevata posta politica dei prossimi negoziati.

Una commissione parlamentare sostiene il referendum a doppia maggioranza per i futuri accordi con l’UE
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Una votazione decisiva, con 15 voti favorevoli e 10 contrari, ha cambiato radicalmente il panorama della diplomazia svizzero-europea. La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha appena sostenuto una proposta di grande portata: in futuro, gli accordi bilaterali con l’Unione europea dovranno superare una votazione a doppia maggioranza, del popolo e dei Cantoni. Non si tratta di una semplice modifica procedurale, ma di una decisa affermazione della democrazia diretta svizzera. Chiedendo che il pacchetto Bilaterali III sia ancorato direttamente nella Costituzione federale, la commissione porta l’asticella per l’approvazione al livello più alto possibile. Questa mossa rispecchia una posizione già adottata in precedenza dal Consiglio degli Stati e segnala un fronte parlamentare unito, che considera i prossimi accordi con l’UE una questione di suprema importanza nazionale. La posta in gioco è enorme: la decisione trasforma un referendum ordinario in una prova costituzionale che potrebbe ridefinire per una generazione il posto della Svizzera in Europa.

Colmare il divario di sovranità

Al centro di questa iniziativa legislativa vi è un’evidente contraddizione costituzionale che gli esperti di diritto stanno cercando di risolvere. Il professor Stefan G. Schmid dell’Università di San Gallo avverte che l’estensione della libera circolazione delle persone crea una tensione senza precedenti con il mandato costituzionale vigente, che impone alla Svizzera di gestire autonomamente l’immigrazione. Per risolvere il problema, la commissione propone una «disposizione transitoria», un ponte giuridico pensato per consentire al pacchetto Bilaterali III di coesistere con le leggi nazionali restrittive. Inoltre, con 16 voti favorevoli e 9 contrari, la commissione ha sostenuto l’esame di un referendum «sui generis», un meccanismo giuridico unico, concepito appositamente per questa situazione di crisi. Non si tratta soltanto di commercio, ma anche della supremazia del diritto svizzero. Secondo la nuova proposta, se il Tribunale federale dovesse trovarsi di fronte a un conflitto tra gli accordi con l’UE e il diritto federale, dovrebbe dare la precedenza alla volontà esplicita del legislatore svizzero, tutelando il margine di manovra nazionale anche a rischio di conseguenze internazionali.

I critici temono un fallimento totale

Mentre la maggioranza spinge per un ancoraggio costituzionale, una minoranza di 10 dissidenti avverte con forza che questa strategia potrebbe rivelarsi controproducente, con conseguenze catastrofiche. Sostiene che imporre una modifica costituzionale creerebbe un quadro rigido, impedendo di sottoporre al voto in un unico pacchetto coerente gli accordi e la legislazione d’attuazione essenziale. Questa frammentazione è «allarmante» per chi ritiene che metta a rischio il delicato compromesso raggiunto sulla protezione dei salari, una pietra angolare della stabilità del mercato del lavoro svizzero. Se i Cantoni o il popolo respingessero anche solo una parte della disposizione costituzionale, l’intera architettura dei Bilaterali III potrebbe diventare irrilevante. Il timore è palpabile: nel tentativo di salvare gli accordi attraverso una «iper-democratizzazione», il Parlamento potrebbe involontariamente offrire alla campagna del «no» proprio gli strumenti necessari per smantellare anni di lavoro diplomatico. La tensione tra tutela della sovranità e integrazione economica non è mai stata così acuta.

Verso una decisione storica

La Svizzera si trova ora a un bivio e deve affrontare una decisione destinata a lasciare il segno nella sua storia. Il sostegno della commissione all’obbligo della doppia maggioranza garantisce che l’ultima parola sugli accordi con l’UE non spetterà ai palazzi del potere di Bruxelles o Berna, bensì alle urne di ogni Comune e Cantone. Questo approccio «dal basso» è la prova definitiva del modello svizzero. Mentre i 720 parlamentari si preparano a discutere questi risultati, l’attenzione si sposta sul popolo svizzero, chiamato a soppesare i vantaggi dell’accesso al mercato rispetto all’intangibilità dell’autonomia costituzionale. Nei prossimi mesi si assisterà a una mobilitazione senza precedenti delle forze politiche, mentre entrambe le parti si preparano a un referendum che riguarda tanto l’identità svizzera quanto la politica economica. Una cosa è certa: l’era della «diplomazia silenziosa» è finita; il futuro delle relazioni tra la Svizzera e l’UE è ormai una battaglia pubblica per l’anima del Paese.