Ginevra
Il divieto ginevrino dei simboli religiosi finisce in tribunale
Il divieto ginevrino di esibire simboli religiosi vistosi per i membri dei parlamenti cantonale e comunali è oggetto di un ricorso legale. L’articolo spiega la modifica costituzionale, gli argomenti sulla libertà religiosa e il modo in cui i tribunali potrebbero definire i limiti della laicità nella vita pubblica svizzera.

Quattro ricorsi legali portano ora davanti ai tribunali il divieto ginevrino dei simboli religiosi. Gli elettori hanno approvato la modifica costituzionale con il 51,5% dei voti nel giugno 2026, ma il risultato risicato non ha chiuso la controversia. La modifica impedisce ai membri dei parlamenti cantonale e comunali di indossare simboli religiosi vistosi, tra cui il velo, la kippah e la croce.
La misura ha suscitato obiezioni da parte di parlamentari dei Verdi, cristiani evangelici, una politica locale protestante e due privati cittadini, uno musulmano e uno cristiano. I loro ricorsi invocano in generale la libertà di coscienza, la partecipazione democratica, il diritto superiore e i diritti fondamentali individuali.
La tempistica conferisce alla causa un peso immediato. Il Parlamento ginevrino ha adottato la proposta dopo anni di disaccordi sulla questione se gli eletti debbano sottostare alle stesse regole di neutralità dei funzionari dell’esecutivo. La modifica trasferisce ora il disaccordo sul piano giuridico, dove i giudici valuteranno fin dove il Cantone può estendere il proprio modello di laïcité.
I procedimenti chiariranno inoltre se Ginevra può regolamentare l’espressione religiosa visibile dei rappresentanti eletti che siedono in organi chiamati a rispecchiare la popolazione. Nessuna sentenza ha ancora risolto i ricorsi.
Un voto risicato acuisce la divisione
La modifica è stata approvata con un margine di appena 1,5 punti percentuali. A giugno gli elettori ginevrini hanno sostenuto la proposta, mentre il governo cantonale vi si è opposto. Il risultato ha dato ai sostenitori un mandato costituzionale, ma il margine ristretto ha messo in luce la profondità della divisione politica.
La campagna è nata da una coalizione che comprendeva l’Unione democratica di centro, il Partito liberale radicale, il Centro e il movimento populista di destra Mouvement Citoyen Genevois. Secondo i promotori, i simboli religiosi vistosi potevano compromettere l’immagine di neutralità confessionale dell’aula e distrarre dal dibattito parlamentare.
L’opposizione è arrivata soprattutto dalla sinistra. Dopo il voto, Carole-Anne Kast, esponente socialista del governo cantonale ginevrino, ha definito incostituzionale la misura. Secondo i critici, il divieto va oltre il dovere di neutralità dello Stato e impone un onere alle persone che esercitano un mandato elettivo.
Poiché la proposta modificava la Costituzione ginevrina, la decisione finale spettava agli elettori. Questo iter procedurale ha reso la controversia più significativa. I tribunali non possono semplicemente riesaminare la campagna politica. Dovranno valutare se una modifica costituzionale approvata dal popolo sia conforme alle garanzie giuridiche superiori, tra cui la libertà di religione e di coscienza.
Ginevra estende il proprio modello di laicità
Le regole ginevrine sulla neutralità sono già profondamente radicate nella vita pubblica. Dal 1907 il Cantone applica una rigida separazione tra Chiesa e Stato, distinguendosi dal resto della Svizzera. Dal 2019, i membri del governo cantonale e degli esecutivi comunali sono tenuti a non esibire simboli religiosi nello svolgimento delle loro funzioni ufficiali. Restrizioni analoghe si applicano ai dipendenti pubblici e agli insegnanti.
Inizialmente i parlamentari erano esclusi. La Camera costituzionale ginevrina aveva distinto tra i funzionari che incarnano lo Stato e gli eletti che rappresentano un elettorato eterogeneo. Questa motivazione è diventata il bersaglio dei sostenitori di un divieto più ampio.
L’anno scorso Céline Zuber-Roy, parlamentare liberale, ha richiamato l’attenzione sulla questione presentandosi in aula con uno scolapasta in testa. L’oggetto è associato al pastafarianesimo, una religione satirica creata nel 2005 dal laureato americano in fisica Bobby Henderson. Con questo gesto Zuber-Roy intendeva sostenere che i simboli religiosi vistosi potessero cambiare l’immagine pubblica dell’aula e distogliere l’attenzione dal dibattito.
In seguito il Parlamento ha votato per inserire il divieto nella Costituzione. I ricorsi legali mettono ora alla prova la tenuta della distinzione tra rappresentare lo Stato e rappresentare la società, alla luce della definizione più ampia di neutralità laica adottata da Ginevra.
I ricorrenti invocano i diritti fondamentali
I ricorrenti pongono la libertà di coscienza al centro della causa. Sostengono che Ginevra non possa usare la laicità per escludere dalla piena partecipazione alle istituzioni elettive chi esibisce la propria appartenenza religiosa. I ricorsi sollevano anche questioni democratiche, poiché i seggi parlamentari sono assegnati tramite elezioni e i deputati rappresentano elettori con convinzioni diverse.
Il conflitto giuridico segna una netta linea di demarcazione nell’interpretazione ginevrina della neutralità. I sostenitori del divieto considerano il Parlamento un’istituzione pubblica i cui membri dovrebbero proiettare un’immagine comune e aconfessionale. Gli oppositori vedono invece i parlamentari eletti come cittadini che esercitano diritti politici, non come dipendenti pubblici che agiscono in nome dello Stato.
La distinzione ha conseguenze pratiche. Una restrizione applicata a un membro del governo o a un insegnante può essere giustificata in modo diverso da una imposta a un parlamentare che discute leggi, vota i bilanci e rappresenta i propri elettori. I tribunali dovranno valutare se questi ruoli comportino obblighi diversi nell’ambito delle garanzie dei diritti fondamentali.
Tra i ricorrenti figurano anche una persona musulmana e una cristiana, oltre a parlamentari dei Verdi e oppositori protestanti. La varietà delle loro provenienze sottolinea che la controversia non riguarda una sola comunità religiosa. È in gioco il modo in cui l’identità religiosa può manifestarsi nelle istituzioni pubbliche svizzere.
Una prova per la laicità svizzera
La causa potrebbe definire fin dove i Cantoni svizzeri possono spingersi nell’imporre la neutralità religiosa. La politica ginevrina ricorda la tradizione più restrittiva della laïcité francese, mentre in genere gli altri Cantoni svizzeri adottano un approccio meno esteso nei confronti delle espressioni religiose visibili nelle istituzioni pubbliche. Una sentenza sulla modifica ginevrina attirerebbe quindi l’attenzione anche fuori dai confini cantonali.
I tribunali esamineranno la compatibilità della modifica costituzionale con il diritto superiore e i diritti fondamentali. I ricorsi non annullano il voto popolare, così come il voto non esonera la magistratura dal dovere di esaminare le norme cantonali. È una dinamica tipica del federalismo svizzero, in cui la democrazia diretta opera parallelamente ai controlli costituzionali e a tutela dei diritti.
Per le istituzioni politiche ginevrine, la questione immediata è se i parlamentari possano continuare a partecipare ai lavori indossando simboli vistosi. Per la Svizzera, la questione più ampia riguarda il confine tra neutralità istituzionale e libertà personale nelle cariche elettive.
I procedimenti chiariranno inoltre se le restrizioni ginevrine del 2019 costituiscano una base giuridica per estendere il divieto ai parlamenti, oppure se resti determinante la precedente distinzione stabilita dalla Camera costituzionale. Fino alla sentenza dei tribunali, la modifica resta un cambiamento controverso dell’ordinamento costituzionale ginevrino.