Vai al contenuto
Swiss Observer

La minaccia dei dazi statunitensi mette a un bivio la produzione del coltellino svizzero

L’iconico coltellino svizzero è alle prese con una crisi d’identità: gli Stati Uniti impongono dazi del 39% sulle importazioni, mettendo alla prova la tradizione manifatturiera svizzera.

AI23 settembre 2025Il nostro processo editoriale
La minaccia dei dazi statunitensi mette a un bivio la produzione del coltellino svizzero
AISWI swissinfo.ch

Un dazio sulle importazioni del 39% si è abbattuto sui produttori svizzeri, spezzando la tranquillità di Ibach, nel Canton Svitto, e provocando onde d’urto nell’economia nazionale. Mentre l’Unione europea ha ottenuto un’aliquota gestibile del 15% e il Regno Unito se l’è cavata con appena il 10%, la Svizzera è stata colta di sorpresa dal prelievo più elevato imposto a una nazione occidentale. Non è un’esercitazione: è un attacco economico diretto alla tradizione esportatrice della nazione alpina.

Carl Elsener Jr., CEO di Victorinox, ammette che la decisione è stata una sorpresa totale. Da decenni gli Stati Uniti sono il mercato più importante dell’azienda, un rapporto consolidato quando i soldati statunitensi riportarono a casa i coltellini dopo la Seconda guerra mondiale. Ora questo legame è messo alla prova da una barriera protezionistica che nessuno a Berna si aspettava. L’entità del dazio, quasi tre volte quella applicata dal Regno Unito, annuncia una nuova fase d’incertezza nelle relazioni commerciali tra Svizzera e Stati Uniti e lascia i dirigenti a chiedersi perché il loro Paese neutrale sia stato preso di mira con tanta durezza.

Profitti in caduta: l’incubo da 13 milioni di dollari

Il prossimo anno Victorinox dovrà fare i conti con un’imposta potenziale di 13 milioni di dollari (10,3 milioni di franchi), un’emorragia finanziaria che rischia di stravolgere la sua strategia dei prezzi. Se questi dazi diventeranno permanenti, l’azienda si troverà di fronte a una scelta impossibile: assorbire l’ingente costo o trasferirlo sui consumatori statunitensi. I suoi coltelli da cucina professionali sono già più costosi di quelli dei concorrenti europei, con un conseguente indebolimento del vantaggio competitivo costruito in oltre un secolo.

Anche la realtà logistica è altrettanto cupa. Quella che un tempo era una procedura di esportazione snella si è trasformata in un calvario kafkiano, fatto di complesse pratiche doganali. Jan Atteslander di EconomieSuisse avverte che questi dazi colpiscono duramente l’economia orientata alle esportazioni e che occorre trovare urgentemente una soluzione. La pressione finanziaria è immediata e grave: con il franco svizzero già forte, un sovrapprezzo supplementare del 39% pesa come un macigno sulla redditività. Per un’azienda a conduzione familiare, orgogliosa della propria stabilità, il quadro finanziario è passato da prevedibile a precario nel giro di una notte.

Crisi d’identità: «Made in America» è ancora svizzero?

Lo shock ha provocato una crisi esistenziale nelle ordinate fabbriche della Svizzera centrale: un coltellino svizzero può essere fabbricato in America e restare comunque svizzero? Aziende come Victorinox sono ora costrette a prendere in considerazione l’impensabile, ossia trasferire la produzione negli Stati Uniti per aggirare la barriera dei dazi. Il dilemma tocca il cuore stesso del marchio «Swiss Made», un marchio di qualità che si fonda sulla precisione dei lavoratori nella valle alpina di Ibach, nel Canton Svitto.

Non si tratta solo di una decisione aziendale: è una resa dei conti culturale. Lo status di oggetto di culto del coltellino è stato consacrato da icone della cultura pop statunitense come MacGyver, ma la sua anima resta legata all’acciaio inossidabile svizzero e all’artigianato. Elsener, esponente della quarta generazione della sua famiglia alla guida dell’azienda, mantiene un atteggiamento pragmatico, ma prudente. Trasferire la produzione diluirebbe l’eredità di un’icona che da oltre un secolo porta impressi la croce e lo scudo argentati. Il settore è a un bivio e deve scegliere tra la sopravvivenza finanziaria e la tutela dell’autenticità della propria identità nazionale.

Diplomazia disperata: Berna cerca un accordo in fretta

I funzionari svizzeri si stanno affrettando per convincere Washington e smantellare la barriera commerciale. Il presidente Trump ha preso esplicitamente di mira l’ampio surplus commerciale svizzero di 39 miliardi di dollari, definendo «ingiusto» il rapporto. In risposta, il ministro dell’economia Guy Parmelin si è recato questo mese a Washington, portando con sé quella che definisce un’«offerta migliore» per rinegoziare le condizioni commerciali. L’urgenza è palpabile: ogni giorno in cui il dazio resta in vigore, la competitività svizzera si indebolisce.

L’iniziativa comprende anche una diplomazia informale ad alto rischio. Jean-Frédéric Dufour, CEO di Rolex, ha persino cercato un contatto diretto con Trump, invitandolo nel palco VIP agli US Open di New York. Questo impegno a tutto campo sottolinea la gravità della minaccia. La Svizzera si prepara al peggio sperando per il meglio, ma gli equilibri di potere sono cambiati. I principi d’indipendenza del Paese si scontrano con la forza bruta del protezionismo americano, mentre l’industria svizzera attende con il fiato sospeso un accordo che possa salvare le sue esportazioni più iconiche.