economia
Si inaspriscono le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Svizzera: l’industria orologiera fa i conti con dazi del 39%
Il settore orologiero svizzero è alle prese con dazi statunitensi senza precedenti, mentre il Governo tenta di riavviare i negoziati

L’atmosfera alle Giornate orologiere di Ginevra di questo mese era a dir poco funerea. Le 66 marche presenti si sono riunite per presentare le loro innovazioni, ma l’aria era soffocata da un’unica cifra devastante: 39%. È la nuova, strabiliante aliquota doganale imposta dagli Stati Uniti sulle esportazioni svizzere, una decisione che ha provocato onde d’urto nel settore del lusso del Paese. L’annuncio, che ha gettato un’ombra sulle celebrazioni della Festa nazionale svizzera in agosto, si è ormai trasformato in una minaccia esistenziale per gli orologiai.
Non si tratta di un piccolo adeguamento, ma di un colpo durissimo per una delle industrie più emblematiche della Svizzera. Con il rallentamento del mercato cinese dal 2022, gli Stati Uniti erano diventati il principale mercato di sbocco per gli orologi svizzeri, assorbendo nel 2024 da soli una quota enorme, pari a 4,3 miliardi di CHF (5,4 miliardi di dollari). Ora, quel sostegno viene soffocato. «Non riesco a immaginare che la Svizzera possa convivere con un’aliquota doganale del 39%», ha dichiarato Georges Kern, CEO di Breitling, dando voce alla palpabile preoccupazione del settore. Ad aprile alcune marche hanno raddoppiato freneticamente le esportazioni, facendole salire a 853 milioni di CHF per fare scorta prima della scadenza, ma le riserve di magazzino non dureranno per sempre. Il settore deve ora fare i conti con una realtà in cui i suoi prodotti rischiano di diventare troppo cari proprio nel suo mercato più importante.
Un disperato tentativo diplomatico a Washington
Berna si affanna per limitare i danni. Guy Parmelin, ministro dell’economia svizzero, ha annullato all’improvviso gli impegni in patria per volare a Washington, portando con sé quella che i funzionari descrivono come un’«offerta ottimizzata» per riavviare i negoziati in stallo. La posta in gioco non potrebbe essere più alta e la pressione è enorme. Questo nuovo tentativo diplomatico arriva dopo un precedente round disastroso, durante il quale, secondo quanto riferito, i rapporti si sarebbero deteriorati quando la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter avrebbe «fatto la predica» a Donald Trump sulla politica economica, inducendo il presidente statunitense a interrompere direttamente i colloqui con lei.
La strada da seguire è irta di ostacoli. Parmelin deve confrontarsi con un’amministrazione statunitense scettica. Howard Lutnick, segretario al Commercio degli Stati Uniti, ha usato toni duramente sprezzanti parlando con Bloomberg e ha descritto la Svizzera come «una piccola nazione di 9 milioni di persone, con poco da offrire agli esportatori americani». Parmelin punta a incontrare il rappresentante statunitense per il Commercio Jamieson Greer e, potenzialmente, il segretario al Tesoro Scott Bessent, ma la posizione americana sembra improntata all’indifferenza. La delegazione svizzera sostiene che il nuovo pacchetto rappresenta un autentico nuovo inizio diplomatico, ma per ora Washington sembra intenzionata a lasciare la Svizzera con il fiato sospeso.
Terreno impari: le disparità nel commercio mondiale
L’ingiustizia dei dazi alimenta l’indignazione in tutto lo spettro politico svizzero. La Svizzera è stata relegata in una fascia umiliante tra i partner commerciali, con i quinti dazi statunitensi più elevati al mondo, tra Birmania e Iraq. La disparità è evidente e punitiva: mentre gli esportatori svizzeri si scontrano con una barriera del 39%, i loro concorrenti nell’Unione europea devono far fronte a un 15% sostenibile e il Regno Unito è fermo al 10%.
«È scioccante vedere che l’Unione europea è tassata al 15%, mentre noi siamo soggetti al 39%», ha dichiarato Delphine Bachmann, responsabile dell’economia del Cantone di Ginevra, chiedendo un intervento immediato della Confederazione. Questa disparità minaccia di annientare il vantaggio competitivo del «Swiss Made». Poiché l’orologeria rappresenta il 7% delle esportazioni svizzere totali, il Governo federale è sottoposto a forti pressioni affinché allinei le aliquote a quelle dei vicini europei. Tuttavia, secondo esperti come Oliver Müller di LuxeConsult, la logica potrebbe non prevalere. A suo avviso, mentre settori strategici come quello farmaceutico potrebbero non subire conseguenze, gli orologi di lusso sono «un bersaglio perfetto per misure populiste»: ben visibili, di alto valore e facili da attaccare sul piano politico.
Il paradosso Trump: collezionista e difensore dei dazi
Al centro di questa guerra commerciale c’è una pungente ironia: l’uomo che impone i dazi è uno dei consumatori più noti al mondo proprio del prodotto che sta tassando. Il presidente Donald Trump è un noto appassionato di orologeria svizzera e viene spesso visto con modelli di grande prestigio di marche come Rolex, Patek Philippe e Vacheron Constantin. Nel 2024 ha persino lanciato una marca di orologi a suo nome, con un meccanismo tourbillon progettato da un atelier di La Chaux-de-Fonds.
Eppure, il gusto personale non si è tradotto in clemenza politica. Come osserva Oliver Müller, «è Donald Trump a decidere da solo, spesso d’impulso». Il settore sta imparando a proprie spese che Trump collezionista è una persona diversa da Trump protezionista. Le marche svizzere sperano in una sospensione dei dazi da parte della Corte suprema degli Stati Uniti, dove una corte d’appello federale li ha mantenuti provvisoriamente fino a metà ottobre, ma il futuro immediato dipende dall’imprevedibilità del presidente statunitense. Per ora, l’industria orologiera svizzera continua a lavorare in condizioni precarie, in attesa di vedere se la sua «offerta ottimizzata» riuscirà a superare le mura della Casa Bianca.