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I dazi statunitensi sui farmaci potrebbero spingere la Svizzera verso la recessione
Gli economisti mettono in guardia dal rischio di recessione mentre gli Stati Uniti minacciano dazi del 100% sulle esportazioni farmaceutiche svizzere

La Svizzera è sull’orlo di una crisi economica, mentre gli Stati Uniti minacciano dazi sbalorditivi del 100% sulle esportazioni farmaceutiche. Non si tratta di una semplice disputa diplomatica, ma di un attacco diretto a una componente vitale dell’economia svizzera. Dopo un annuncio dai toni altalenanti su Truth Social, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che dal 1° ottobre i medicinali «di marca o brevettati» saranno colpiti da dazi paralizzanti, a meno che la produzione non venga trasferita sul suolo americano.
L’avvertimento dell’economista del Politecnico federale di Zurigo Hans Gersbach è netto e inequivocabile: questa politica crea un «chiaro rischio di recessione». Anche se i dettagli restano pericolosamente vaghi, l’intento è evidente. Il mercato statunitense è fondamentale per le esportazioni svizzere e un dazio di questa portata equivale a un vero e proprio embargo commerciale. Non si parla più di piccoli aggiustamenti, ma di un potenziale arresto improvviso dell’economia che potrebbe vanificare anni di crescita. Ottobre si avvicina e già la sola incertezza sta avvelenando il clima imprenditoriale.
Farmaceutica: il motore si arresta
L’industria farmaceutica non è soltanto un settore: è il motore principale dell’economia svizzera e contribuisce per ben il 7-8% al prodotto interno lordo (PIL). Da decenni è il principale motore della crescita delle esportazioni e protegge la Svizzera dalle crisi globali che hanno colpito duramente altri Paesi. Ora questa forza è diventata il nostro «tallone d’Achille».
A differenza di altri settori, dove i margini sono ridotti, il comparto farmaceutico si basa su innovazioni brevettate e di alto valore. Un dazio del 100% raddoppia di fatto il prezzo di questi prodotti nel loro mercato più importante, rendendoli immediatamente non competitivi. Hans Gersbach avverte che, se i dazi saranno applicati su vasta scala e in modo duraturo, i danni non resteranno confinati ai bilanci aziendali: si ripercuoteranno sull’intera economia, minacciando posti di lavoro, entrate fiscali e prosperità nazionale. Il peso enorme del comparto farmaceutico significa che non esiste un piano alternativo: se il settore farmaceutico vacilla, l’economia svizzera ne risente.
L’obbligo di «produrre in America»
L’ultimatum è brutale nella sua semplicità: «Produrre in America» oppure pagarne il prezzo. Per essere esentate dai dazi, le aziende devono costruire stabilimenti entro i confini degli Stati Uniti. Questa manovra protezionistica mette i dirigenti svizzeri alle strette: abbandonare la base produttiva nazionale oppure perdere l’accesso al più grande mercato sanitario del mondo.
Mentre colossi del settore come Roche e Novartis avevano previsto il cambiamento di rotta, annunciando investimenti significativi negli Stati Uniti già in aprile, il quadro resta insidioso. Queste aziende gestiscono già importanti centri negli Stati Uniti, il che potrebbe proteggerle dall’impatto iniziale. Tuttavia, trasferire complesse catene di approvvigionamento farmaceutiche è un’impresa estremamente difficile. Non si può spostare da un giorno all’altro un laboratorio sterile e tecnologicamente avanzato oltre Atlantico. Questa imposizione rischia di svuotare la base industriale svizzera, trasformando gli stabilimenti nazionali in reliquie mentre i capitali migrano per soddisfare le richieste di Washington.
Shock economici a catena
La minaccia arriva mentre la Svizzera è ancora alle prese con i dazi del 39% imposti il 1° agosto, che hanno colpito i settori dell’orologeria e degli strumenti di precisione. Inizialmente si stimava che lo shock avrebbe ridotto il PIL dello 0,3-0,6%: un colpo doloroso, ma sostenibile e ritenuto «evitabile» per quanto riguarda il rischio di recessione. Ma ora il margine di protezione economica è svanito.
I medicinali erano esentati e hanno permesso all’economia di reggere durante gli attacchi commerciali di agosto. Togliere questa protezione cambia completamente i calcoli. Stiamo assistendo a una crisi che si aggrava, con diversi settori chiave delle esportazioni sotto attacco simultaneamente. L’effetto cumulativo di un colpo del 39% al settore dei macchinari seguito da un dazio del 100% sui prodotti farmaceutici crea una tempesta perfetta. La resilienza dell’economia svizzera è leggendaria, ma nessuna economia è immune da una guerra commerciale totale contro i suoi due prodotti d’esportazione più preziosi.
Colossi contro imprese vulnerabili
Nel mondo imprenditoriale svizzero sta emergendo una pericolosa frattura. Venerdì i corsi azionari di colossi come Roche e Novartis sono rimasti stabili, ma le prospettive per le piccole e medie imprese (PMI) sono fosche. «Le grandi aziende... potrebbero essere esentate, ma molte imprese più piccole ne risentiranno», avverte Gersbach.
Le piccole aziende biotecnologiche specializzate non dispongono del capitale necessario per costruire fabbriche negli Stati Uniti dall’oggi al domani. Per loro, un dazio del 100% è una minaccia esistenziale. Nel frattempo, i colossi stanno già cambiando strategia: Novartis ha lanciato una piattaforma per vendere direttamente ai pazienti statunitensi il medicinale Cosentyx, riducendone il prezzo per placare le critiche negli Stati Uniti. Questa capacità di adattamento è un privilegio dei più ricchi. Quando la situazione si sarà stabilizzata, potremmo ritrovarci con un settore farmaceutico svizzero più concentrato, meno diversificato e, in ultima analisi, alla mercé dei capricci della politica americana. I prossimi mesi diranno se l’innovazione svizzera riuscirà a resistere al protezionismo statunitense.