Ginevra
Gli investigatori dell’ONU lanciano l’allarme sui siriani arrestati in Siria
Secondo gli investigatori dell’ONU a Ginevra, Israele ha arrestato decine di siriani in territorio siriano e li avrebbe trasferiti in Israele. Le circostanze potrebbero configurare crimini di guerra. Gli investigatori affermano che non è chiaro dove si trovino i detenuti né quali siano le loro condizioni.

Alla fine di giugno, secondo quanto riferito, 49 siriani, tra cui due bambini, si trovavano sotto la custodia dell’esercito israeliano, dopo essere stati arrestati in territorio siriano. Fionnuala Ní Aoláin, membro della Commissione internazionale d’inchiesta sulla Siria, ha dichiarato il 9 settembre al Consiglio dei diritti umani dell’ONU a Ginevra che il gruppo è stato poi trasferito in Israele.
La commissione ha affermato che le circostanze potrebbero configurare crimini di guerra. Gli investigatori non hanno potuto accedere ai detenuti e le loro famiglie dispongono di poche informazioni attendibili sul luogo in cui sono trattenuti e sulle loro condizioni. Secondo Ní Aoláin, Israele ha negato l’accesso.
Le accuse pongono al centro di una rinnovata attenzione un’operazione transfrontaliera di detenzione nell’ambito delle attività militari israeliane in Siria. Le conclusioni della commissione non costituiscono una sentenza di un tribunale e Ní Aoláin ha sottolineato di parlare in virtù di un mandato del Consiglio dei diritti umani, non a nome dell’ONU nel suo insieme.
Il suo resoconto conferisce comunque al caso un’immediata dimensione internazionale. Ginevra, sede del Consiglio dei diritti umani e di importanti organizzazioni umanitarie, è diventata il principale forum in cui documentare i presunti trasferimenti e chiedere informazioni sui detenuti.
I posti di blocco aumentano la pressione sui civili
I posti di blocco e le postazioni militari israeliane hanno trasformato la vita quotidiana dei civili siriani nelle zone interessate, hanno affermato gli investigatori. Ní Aoláin e la commissaria Monia Ammar hanno visitato la zona a luglio. Dopo la visita, Ní Aoláin ha condannato quella che ha descritto come una rete di posti di blocco temporanei e postazioni militari istituite da Israele.
Ha dichiarato che centinaia di persone erano state interrogate e arrestate. La commissione ha inoltre riferito che alcune abitazioni erano state distrutte e ha descritto le attività militari israeliane degli ultimi due anni come sempre più prolungate e radicate. Ní Aoláin ha affermato che queste misure hanno avuto conseguenze significative per i civili, aggravando la pressione dovuta agli sfollamenti, all’insicurezza e alle limitazioni alla libertà di movimento.
Gli investigatori hanno anche espresso preoccupazione per l’estensione dell’occupazione israeliana in Siria. La loro dichiarazione giunge in un contesto di persistente incertezza sullo status giuridico e sulle conseguenze concrete della presenza militare israeliana in territorio siriano.
Per i civili la questione è immediata, non diplomatica. I posti di blocco possono limitare l’accesso al lavoro, alle scuole, alle cure mediche e ai familiari. Il resoconto della commissione non fornisce un elenco completo delle persone arrestate né indica l’ubicazione di tutte le postazioni militari. Delinea però una situazione che, secondo gli investigatori, richiede ulteriori verifiche e l’accertamento delle responsabilità.
Le famiglie di Suwayda cercano ancora i dispersi
Nelle violenze dello scorso anno a Suwayda sono state uccise oltre 1’500 persone e gli investigatori non dispongono ancora di informazioni su molte persone scomparse. A marzo la Commissione internazionale d’inchiesta sulla Siria ha affermato che durante le violenze sono stati commessi atti configurabili come crimini di guerra. Ní Aoláin e Ammar hanno rinnovato la loro preoccupazione per le persone dichiarate scomparse o arrestate dopo i combattimenti.
L’incertezza non riguarda soltanto i presunti trasferimenti in Israele. Migliaia di drusi sono ancora sfollati e le autorità locali e nazionali continuano a non trovare un accordo su come affrontare la situazione, ha affermato Ní Aoláin. Questa impasse continua ad alimentare l’insicurezza nonostante gli sforzi del governo siriano.
La commissione ha inoltre criticato Damasco per la detenzione di migliaia di persone accusate di essere legate al regime deposto di Bashar al Assad. Le autorità siriane hanno dichiarato che sono in corso migliaia di indagini o procedimenti giudiziari. Ní Aoláin ha affermato che la Siria deve affrontare enormi difficoltà nell’instaurare uno Stato di diritto credibile, tra cui la necessità di verificare la legittimità di queste detenzioni.
Nel loro insieme, le conclusioni degli investigatori descrivono diverse crisi di detenzione che si sovrappongono. Le persone scomparse, i presunti abusi commessi da attori armati e le deboli garanzie giuridiche continuano a ostacolare l’accertamento delle responsabilità in tutta la Siria.
Gli investigatori estendono l’attenzione al campo di Roj
Nel campo di Roj, nel nord-est della Siria, sono ancora detenute oltre 2’000 persone, soprattutto donne e bambini, per presunti legami con gruppi jihadisti. Ní Aoláin ha definito il sistema di detenzione del campo la più vasta detenzione arbitraria per motivi di sicurezza attualmente in corso in qualsiasi parte del mondo. Ha aggiunto che oltre 100 bambini sono trattenuti in siti militari.
Le critiche della commissione al campo di Roj mostrano che le sue preoccupazioni si estendono oltre i confini e coinvolgono diverse fazioni armate. Gli investigatori contestano a Israele il presunto trasferimento di siriani sotto la custodia israeliana e chiedono al contempo una verifica giuridica delle pratiche di detenzione delle autorità siriane e delle più ampie misure di sicurezza della coalizione internazionale.
La questione è particolarmente urgente per i bambini, che possono trascorrere anni in detenzione senza una procedura giudiziaria chiara né una concreta possibilità di tornare a casa. La dichiarazione della commissione non indica tempi per rilasci, procedimenti giudiziari o rimpatri. Sottolinea però la portata del problema e il persistente divario tra le esigenze di sicurezza dichiarate e le garanzie giuridiche.
Per le organizzazioni umanitarie con sede a Ginevra, questi casi si aggiungono a una già ampia documentazione di detenzioni irrisolte, sparizioni e sfollamenti. Ogni caso richiede accesso, identificazione e una valutazione indipendente delle prove a carico della persona detenuta.
Ginevra alla prova sull’accertamento delle responsabilità
L’allarme lanciato dagli investigatori pone l’accesso ai detenuti e una verifica giuridica credibile al centro della prossima fase dell’impegno internazionale in Siria. Dalla caduta del regime di Assad, alla fine del 2024, la Svizzera segue da vicino la transizione siriana e Ginevra resta un importante centro diplomatico e umanitario per il Paese. Le accuse riguardano quindi direttamente le istituzioni e le organizzazioni svizzere che si occupano di accertamento delle responsabilità, sfollamenti e accesso umanitario.
La commissione non ha reso noti i nomi delle 49 persone che sarebbero state trasferite in Israele, né i luoghi in cui potrebbero essere detenute. Queste lacune limitano le verifiche indipendenti e lasciano i familiari dipendenti da informazioni parziali o non ufficiali. Il presunto rifiuto israeliano di concedere l’accesso rende ancora più urgente istituire un meccanismo che possa verificare identità, luoghi di detenzione, stato di salute e situazione giuridica.
Lo stesso principio vale per i detenuti in custodia delle autorità siriane e per quelli rinchiusi nel campo di Roj. Secondo gli investigatori, le autorità devono distinguere i procedimenti giudiziari legittimi dalle detenzioni senza un giusto processo. Devono inoltre rendere conto delle persone scomparse durante le violenze a Suwayda e altrove.
Le conclusioni della commissione manterranno la pressione su governi e organismi internazionali affinché forniscano documenti, consentano l’accesso e chiariscano le responsabilità. A Ginevra, la prossima prova consisterà nel capire se la documentazione porterà a una protezione concreta per le persone di cui non si conosce ancora la sorte.