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UBS valuta il trasferimento della sede centrale negli Stati Uniti di fronte ai requisiti patrimoniali
La più grande banca svizzera valuta un possibile trasferimento della sede centrale negli Stati Uniti, mentre il Consiglio degli Stati discute requisiti patrimoniali più severi per le banche di rilevanza sistemica.

Le placche tettoniche della finanza svizzera tremano, mentre riaffiorano le voci secondo cui UBS, il colosso bancario del Paese, starebbe valutando attivamente il trasferimento della propria sede centrale negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato, una delegazione di alto livello guidata dal presidente del Consiglio di amministrazione Colm Kelleher e dal CEO Sergio Ermotti avrebbe incontrato esponenti dell’amministrazione Trump per negoziare un possibile addio a Zurigo. Non si tratta di un semplice cambio di indirizzo, ma di una svolta strategica sismica per un istituto che gestisce la cifra vertiginosa di 5'000 miliardi di dollari di attivi.
Il momento scelto non è casuale. Mentre il Consiglio degli Stati si riunisce per discutere un giro di vite sulle istituzioni «di rilevanza sistemica», UBS sembra usare il proprio peso globale per fare pressione contro la regolamentazione interna. La banca, cresciuta in modo esponenziale dopo l’acquisizione di Credit Suisse sostenuta dallo Stato nel 2023, si trova ora alle prese con un governo intenzionato a imporre rigorose misure di salvaguardia. Un portavoce ha definito «decisamente prematuro» ogni commento, ma il silenzio dei vertici la dice lunga. Se i colloqui dovessero concretizzarsi, la Svizzera rischierebbe di perdere il gioiello della corona del suo centro finanziario, attratto dalla deregolamentazione di Wall Street.
La disputa sui 42 miliardi di dollari: il costo della fedeltà
Al centro della disputa c’è una somma colossale. Il pacchetto «Lex UBS» proposto dal governo svizzero comprende 31 misure distinte, concepite per proteggere l’economia da un’altra crisi bancaria. Per UBS, il costo del rispetto delle nuove regole è astronomico. Secondo i calcoli interni della banca, il nuovo regime richiederebbe 24 miliardi di dollari supplementari (19,1 miliardi di franchi) di capitale CET1. Sommando i 18 miliardi di dollari già richiesti dopo l’integrazione di Credit Suisse, l’onere patrimoniale complessivo salirebbe a 42 miliardi di dollari, una cifra schiacciante.
La direzione di UBS ha bollato le proposte come «punitive ed eccessive». Il punto di attrito è un requisito che imporrebbe alle banche di rilevanza sistemica di coprire interamente le filiali estere con capitale di qualità primaria della casa madre, riducendo drasticamente l’efficienza del capitale. La banca afferma di sostenere i principi della sicurezza, ma sostiene che un accumulo di capitale così estremo la metterebbe in una posizione di svantaggio competitivo a livello globale. Questo braccio di ferro finanziario si è trasformato in una trattativa ad alto rischio, in cui la posta non è soltanto costituita dai franchi, ma anche dalla sede dell’ultimo grande gruppo bancario globale rimasto in Svizzera.
Alla ricerca di alleati: la strategia di fusione americana
Un trasferimento negli Stati Uniti richiederebbe probabilmente più di semplici formalità: servirebbe una conquista strategica. Secondo le indiscrezioni, UBS starebbe valutando l’acquisizione o la fusione con un importante istituto locale per consolidare la propria presenza oltreoceano. Tra i possibili obiettivi sono stati menzionati gruppi finanziari statunitensi di medie dimensioni, in particolare PNC Financial e Bank of New York. Acquisire un’entità di questo tipo giustificherebbe non solo il trasferimento della sede centrale, ma integrerebbe immediatamente UBS più a fondo nel sistema finanziario americano.
Questa mossa aggressiva indica che UBS è pronta a scambiare le proprie radici svizzere con la possibilità di crescere su scala americana. Fondendosi con un’entità statunitense, la banca potrebbe potenzialmente aggirare le norme «Swiss finish», più restrittive, che minacciano attualmente la sua redditività. La strategia è audace e comporta rischi di esecuzione, ma mostra fin dove la direzione della banca è disposta a spingersi per evitare quella che considera una camicia di forza normativa a Berna. Il messaggio agli azionisti è chiaro: crescita ed efficienza del capitale vengono prima della tradizione.
Berna non si lascia intimidire: politica contro profitti
Nonostante la minaccia di un esodo incomba, il governo svizzero non si lascia intimorire. La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha risposto con fermezza alle manovre della banca, affermando che la minaccia di una partenza «non è nuova» e che non spetta al governo decidere dove le aziende debbano stabilirsi. Il Consiglio federale resta fermo nella sua missione di proteggere i contribuenti svizzeri dalle conseguenze di una possibile catastrofe «too big to fail», dando la priorità alla stabilità economica nazionale rispetto alle concessioni alle imprese.
Il clima politico a Berna è teso. L’integrazione di Credit Suisse ha creato un monopolio di dimensioni senza precedenti e i legislatori sono sottoposti a forti pressioni affinché questo colosso non diventi un rischio. Le azioni UBS sono salite dell’1,7% dopo le indiscrezioni, segno dell’ottimismo degli investitori per un futuro meno regolamentato, ma lo stallo segna un momento cruciale per la Svizzera. Il Paese deve ora decidere se ammorbidire la propria posizione per trattenere il suo campione oppure mantenere la linea sulla regolamentazione e rischiare di dire addio alla sede centrale del più grande gestore patrimoniale al mondo.