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Swiss Observer

In Ticino esplode la protesta contro i femminicidi dopo più omicidi

Circa 200 persone si sono radunate a Bellinzona per protestare contro la violenza sulle donne, dopo che due dei cinque femminicidi registrati quest’anno in Svizzera sono avvenuti nel Canton Ticino. Gli organizzatori chiedono una maggiore sensibilizzazione della società e misure concrete per contrastare la violenza di genere.

AI26 febbraio 2026Il nostro processo editoriale
In Ticino esplode la protesta contro i femminicidi dopo più omicidi
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Il Ticino è sotto shock. In una forte manifestazione di dolore e rabbia collettivi, martedì sera quasi 200 persone hanno riempito Piazza Governo a Bellinzona, chiedendo che si ponga immediatamente fine alla violenza che sconvolge le loro comunità. La causa di questa mobilitazione civica è chiara e allarmante: dei cinque femminicidi registrati in Svizzera dall’inizio dell’anno, ben due sono avvenuti nel Canton Ticino. Questa concentrazione sproporzionata di violenza ha trasformato il cantone a sud delle Alpi nell’epicentro di una crisi nazionale.

Organizzata dal collettivo femminista Io l’8 ogni giorno, la manifestazione non si è limitata a commemorare le vittime, ma ha chiesto che si assumano le proprie responsabilità. Le manifestanti e i manifestanti hanno partecipato fianco a fianco con membri del Gran Consiglio, colmando la distanza tra le piazze e i palazzi del potere. Il messaggio che arriva da Bellinzona è chiaro: lo status quo è letale. Mentre nelle vicinanze era in corso la sessione parlamentare mensile, i manifestanti hanno fatto sì che le loro voci arrivassero fin dentro le sale legislative, trasformando un raduno locale in un punto cruciale per il dibattito svizzero sulla parità di genere. L’urgenza è palpabile: il Ticino non chiede più un cambiamento, lo reclama a gran voce.

Un elenco straziante: 129 vite spezzate

I numeri non sono semplici statistiche: denunciano un fallimento sistemico. Durante la manifestazione, gli organizzatori hanno letto ad alta voce un elenco straziante di 129 date, luoghi ed età, corrispondenti a ogni donna uccisa in Svizzera dall’inizio del 2020. Questo interminabile elenco, confermato dalla piattaforma nazionale Stopfemizid.ch, mette a nudo una realtà brutale, in contrasto con la reputazione internazionale della Svizzera come Paese sicuro. Se il tasso complessivo di criminalità rimane basso, le statistiche sulla violenza domestica raccontano una storia del tutto diversa e più sanguinosa.

La Svizzera fatica da tempo a contenere la violenza di genere. La lettura di questi 129 nomi ricorda in modo agghiacciante che la sensibilizzazione cresce, ma la sicurezza no. Il recente aumento dei casi in Ticino non è un’anomalia, bensì la prosecuzione di una tendenza mortale che dura da oltre mezzo decennio. Dando voce all’enorme numero di vittime, le attiviste e gli attivisti ne sottraggono i nomi all’anonimato e costringono il pubblico e la politica a confrontarsi con la portata della strage. È una crisi che si misura nei cimiteri, e il bilancio continua a salire senza controllo.

Le sopravvissute affrontano il «mostro» presente nella stanza

La denuncia più toccante della serata non è arrivata da una politica, ma dalla figlia di una donna uccisa appena 11 giorni fa. In una testimonianza che ha ammutolito la piazza, ha dichiarato che sua madre aveva «sposato il mostro», convinta di fare la scelta giusta. Questa potente affermazione sfata il mito secondo cui le vittime sarebbero in qualche modo complici o ingenue: attribuisce chiaramente la colpa agli autori dei crimini e alla società che li protegge.

La relatrice ha lanciato una dura critica al sistema educativo e alle norme sociali che continuano a definire le donne in base alle loro relazioni con gli uomini. Ha sostenuto che alle ragazze si insegna ancora a considerarsi soprattutto mogli, madri o compagne, anziché persone autonome. Riferendosi alla copertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, ha osservato che persino le vincitrici di medaglie d’oro vengono ridotte a «madri vincenti» o «mogli». Secondo lei, questa riduzione culturale alimenta il senso di diritto che sta alla base del femminicidio. Finché la società, e in particolare le scuole, non insegnerà alle ragazze che hanno un valore intrinseco, indipendente dai loro ruoli sociali, il ciclo della violenza non si spezzerà.

Responsabilità dei media e intervento politico

Le parole contano, e i media svizzeri sono criticati per non usare quelle giuste. Le attiviste e gli attivisti hanno condannato le testate che hanno descritto come un semplice «episodio di sangue» un recente omicidio in cui una donna è stata uccisa dal marito. Questo linguaggio eufemistico normalizza la violenza e ne nasconde la natura di genere. «È dal cambiamento del linguaggio che tutto ha inizio», ha affermato una rappresentante di Io l’8 ogni giorno. La richiesta è semplice: chiamarlo con il suo nome, femminicidio. Rifiutarsi di dare un nome al problema significa esserne complici e ostacola la comprensione pubblica e la risposta politica.

La pressione politica aumenta. Il Consiglio comunale di Bellinzona non può più ignorare il sangue versato alle porte della città. L’alleanza di sinistra Unità di Sinistra ha interpellato formalmente il Municipio, chiedendo se esistano protocolli specifici per la gestione dei casi di violenza domestica. Chiede inoltre una formazione obbligatoria per il personale comunale, affinché possa riconoscere i segnali d’allarme prima che la violenza sfoci in tragedia. Con l’aumento delle vittime, è finita l’epoca in cui ci si poteva voltare dall’altra parte: le istituzioni ticinesi sono ora avvertite che la negligenza susciterà indignazione pubblica.