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Swiss Observer

La Svizzera cerca legami più stretti con l’UE in materia di difesa in un contesto di sicurezza in evoluzione

Il Parlamento svizzero sostiene l’iniziativa del governo di negoziare un partenariato in materia di sicurezza e difesa con l’Unione europea, segnando un possibile cambiamento nella politica di cooperazione militare.

AI16 settembre 2025Il nostro processo editoriale
La Svizzera cerca legami più stretti con l’UE in materia di difesa in un contesto di sicurezza in evoluzione
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A Berna è in corso una svolta storica. Lunedì il Consiglio nazionale ha sostenuto con decisione l’iniziativa del governo volta a instaurare un partenariato formale in materia di sicurezza e difesa con l’Unione europea. Non si tratta di un semplice adeguamento burocratico, ma di un cambiamento radicale della politica estera svizzera, che riconosce il venir meno dell’illusione di poter garantire la difesa da soli. Il Consiglio nazionale ha adottato la mozione con urgenza, segnalando che l’era di una linea di sicurezza rigorosamente indipendente sta rapidamente volgendo al termine.

Autorizzando il Consiglio federale ad avviare negoziati, il Parlamento ha di fatto ammesso che lo statu quo non è sostenibile. La mozione, approvata nonostante la vivace opposizione, allinea il potere legislativo all’annuncio di giugno del potere esecutivo, che aveva deciso di esaminare legami più stretti. La Svizzera sta ora uscendo attivamente dal proprio guscio difensivo, spinta da una realtà in cui l’isolamento equivale a vulnerabilità. Il messaggio dalla capitale è chiaro: per restare sicura, la Svizzera deve integrarsi.

Il vuoto transatlantico: il disimpegno degli Stati Uniti impone una scelta

L’ombrello di sicurezza su cui l’Europa, e di riflesso la Svizzera, ha fatto affidamento per decenni si sta ripiegando. La maggioranza parlamentare ha indicato esplicitamente nel cambiamento del quadro della politica di sicurezza in Europa il principale motivo di questa scelta, citando in particolare il progressivo disimpegno del governo statunitense dall’architettura comune di sicurezza europea. Questa ritirata strategica di Washington ha lasciato un vuoto che Berna non può più ignorare.

La Svizzera si confronta con una nuova e dura realtà geopolitica. Con gli Stati Uniti che fanno un passo indietro, l’onere della sicurezza ricade interamente sul continente. La maggioranza ha sostenuto che restare in disparte non è più una strategia praticabile, mentre il principale garante della sicurezza occidentale si disimpegna. La decisione è una risposta diretta a un ordine globale frammentato, nel quale la dipendenza da superpotenze lontane lascia il posto alla necessità di rafforzare la sicurezza a livello regionale. La scelta svizzera è un calcolo pragmatico: in un panorama della sicurezza europea post-americano, l’UE è l’unica opzione concreta.

L’economia della guerra: la spinta verso gli acquisti congiunti

Oltre alla geopolitica, anche la logica economica spinge verso questo partenariato. Una cooperazione più stretta in materia di sicurezza con l’UE apre la strada ad acquisti congiunti di materiale per la difesa a costi inferiori, un fattore cruciale mentre i costi delle tecnologie militari continuano a salire. La maggioranza in aula ha sottolineato che l’integrazione offre l’opportunità di razionalizzare il bilancio dell’esercito svizzero grazie al potere contrattuale collettivo, invece di dover sostenere il peso di acquisti isolati e a prezzi maggiorati.

I moderni sistemi di difesa sono estremamente costosi e, per un Paese delle dimensioni della Svizzera, sviluppare o acquistare sistemi proprietari è sempre meno efficiente dal punto di vista finanziario. Allineandosi alle iniziative dell’UE in materia di acquisti, la Svizzera accede a economie di scala finora irraggiungibili. Si tratta di ottenere di più con ogni franco speso. La strategia del governo non riguarda soltanto le alleanze politiche: è un imperativo finanziario per garantire che l’esercito svizzero resti moderno e capace senza mandare in bancarotta le finanze federali.

Definire la neutralità: le linee dello scontro politico

La marcia verso Bruxelles incontra tuttavia una forte resistenza interna. Una minoranza della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale, dominata dall’Unione democratica di centro (UDC), ha tentato senza successo di respingere la mozione, sostenendo che minaccia il principio sacrosanto della neutralità svizzera. Secondo l’UDC, accordi militari vincolanti con l’UE compromettono la capacità sovrana della Svizzera di restare al di fuori dei conflitti esteri.

Il governo, al contrario, mantiene una posizione sicura e afferma che questo partenariato è pienamente compatibile con la neutralità. Sostiene che cooperare non significa sottomettersi. Con l’intensificarsi del dibattito, nel 2025 la definizione di ciò che significa essere «neutrali» viene riscritta in tempo reale. Mentre l’UDC si aggrappa a un’interpretazione isolazionista, la maggioranza parlamentare ha segnalato che la vera neutralità richiede una difesa forte, che ora può essere garantita soltanto attraverso un partenariato. La votazione è stata vinta, ma la battaglia ideologica per il futuro della politica estera svizzera è tutt’altro che conclusa.