Finanza
Il ruolo della Svizzera nel caso Magnitsky sotto esame: milioni trasferiti all’estero
Mentre l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa si prepara ad adottare una risoluzione critica nei confronti della gestione svizzera dell’affare Magnitsky, le indagini rivelano che di recente milioni di dollari legati al caso di frode sono stati trasferiti da conti bancari svizzeri.

Una frode colossale da 230 milioni di dollari, iniziata nel cuore di Mosca, è tornata a tormentare la Confederazione. Mentre l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) si prepara a votare una risoluzione che potrebbe compromettere la reputazione della Svizzera in materia di integrità giuridica, il sistema giudiziario del Paese è sotto accusa. L’affare Magnitsky, una vasta operazione transfrontaliera di riciclaggio di denaro, non è più soltanto una nota storica: è una questione ancora aperta. I procuratori svizzeri hanno archiviato il caso quattro anni fa, ma osservatori internazionali lanciano l’allarme e si chiedono se la Confederazione sia diventata un porto sicuro per i capitali russi di provenienza illecita. La posta in gioco non ha precedenti e va ben oltre i fondi congelati: riguarda il modo in cui la Svizzera applica le norme giuridiche internazionali di fronte alla corruzione globale.
La grande fuga: come 6 milioni di franchi sono sfuggiti a UBS
Più di 6 milioni di franchi sono stati trasferiti da conti bancari svizzeri presso UBS e Edmond de Rothschild, eludendo il raggio d’azione degli inquirenti federali. Nel solo mese di febbraio 2026, Denis Katsyv, cittadino russo legato alla frode fiscale da 230 milioni di dollari scoperta dal defunto Sergei Magnitsky, ha trasferito circa 5,5 milioni di franchi su conti personali in Israele e Armenia. La fuga di capitali è avvenuta nonostante il Tribunale federale avesse già stabilito che il metodo impiegato per calcolare i fondi «contaminati» era viziato. In un primo momento Katsyv era stato condannato a confiscare appena l’1 per cento dei suoi averi, una cifra irrisoria pari a 78’000 dollari, ma è riuscito a trasferire all’estero quasi il 99 per cento dei suoi beni prima che le autorità potessero ricalcolare la confisca. La tempistica è allarmante: i trasferimenti sono avvenuti poche settimane dopo una sentenza storica che avrebbe dovuto far scattare un congelamento immediato.
Crisi costituzionale per il procuratore generale
Il Tribunale federale ha inferto un duro colpo al Ministero pubblico della Confederazione (MPC), dichiarando «incostituzionale» la sua gestione dei fondi legati all’affare Magnitsky. In una sentenza che ha scosso la comunità giuridica, il tribunale ha stabilito che la formula del MPC per determinare quali fondi provenissero da attività criminali non aveva una base legale. Questa lacuna ha permesso alle persone legate alla frode di mantenere il controllo sulla maggior parte dei loro averi. Esperti di diritto, tra cui l’avvocato zurighese Thomas Rihm, sostengono che, dopo la decisione del tribunale, il MPC avesse il «dovere giuridico» di sequestrare questi beni. Invece, la mancata reazione immediata ha creato un vuoto che ha permesso ai capitali di fuggire. Questa negligenza procedurale potrebbe ora esporre la Confederazione a una rigorosa responsabilità dello Stato, poiché la possibilità di recuperare questi fondi è probabilmente svanita nel nulla, al di là dei confini nazionali.
Strasburgo chiede conto della gestione dell’affare Magnitsky
La pressione aumenta a Strasburgo mentre l’APCE si prepara a votare una risoluzione che critica apertamente la risposta «controversa» della Svizzera al caso Magnitsky. Sebbene le risoluzioni dell’APCE non siano vincolanti, hanno un notevole peso politico e contribuiscono a orientare il dibattito internazionale sullo Stato di diritto. Il progetto di risoluzione, approvato all’unanimità dalla Commissione per gli affari giuridici e i diritti umani, chiede perché le autorità svizzere abbiano archiviato un caso di corruzione di tale portata, mentre altre giurisdizioni proseguivano le indagini. La Svizzera, membro del Consiglio d’Europa, si trova ora nella scomoda posizione di dover difendere la propria indipendenza giudiziaria dalle accuse di essere indulgente nei confronti del riciclaggio di denaro. La risoluzione pone una domanda cruciale: il sistema giudiziario svizzero è ancora in linea con le norme internazionali oppure se ne è discostato per proteggere il proprio settore finanziario?
Reputazione sull’orlo del baratro: il costo dell’inazione
Le conseguenze di questa mancanza vanno ben oltre i 6 milioni di franchi recentemente trasferiti all’estero. La Svizzera si trova ora ad affrontare una duplice crisi: un fallimento giuridico interno e ripercussioni diplomatiche internazionali. Se il MPC non riuscirà a dimostrare di saper congelare e confiscare efficacemente i beni legati alla corruzione globale, il Paese rischia di essere emarginato dal sistema finanziario internazionale. Il caso Magnitsky è diventato una prova decisiva per la «Nuova Svizzera», un Paese che sostiene di essersi lasciato alle spalle l’era del segreto bancario. Tuttavia, mentre milioni vengono trasferiti in Israele e Armenia sotto gli occhi del procuratore generale, questa affermazione appare sempre più fragile. In futuro, il Parlamento svizzero dovrà stabilire se le leggi attuali diano al MPC i mezzi necessari per agire oppure se il sistema sia concepito in modo da consentire ai potenti di andarsene con il bottino.