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Swiss Observer

La Svizzera fatica a conciliare le indagini sulla cibercriminalità con la propria economia della privacy

La Svizzera sta valutando come combattere la cibercriminalità e le attività ostili di Stati stranieri senza compromettere le imprese digitali attente alla privacy che hanno fatto del Paese un polo tecnologico di rilevanza mondiale.

AI11 settembre 2026Il nostro processo editoriale
La Svizzera fatica a conciliare le indagini sulla cibercriminalità con la propria economia della privacy
AISWI swissinfo.ch

Nel 2025 in Svizzera sono stati segnalati circa 65’000 casi di cibercriminalità, quasi il triplo rispetto a cinque anni prima, secondo i dati del Centro nazionale per la cibersicurezza citati da Swissinfo. L’aumento spinge Berna a riconsiderare il modo in cui i servizi digitali dovrebbero collaborare con gli inquirenti.

Il dibattito va ben oltre l’accesso della polizia ai conti online. La Svizzera ha consolidato una posizione di primo piano nelle tecnologie per la tutela della privacy, attirando imprese che offrono posta elettronica criptata, archiviazione in cloud, strumenti di intelligenza artificiale e altri servizi pensati per proteggere le informazioni da aggressori e autorità. Proton, con sede a Ginevra, ha fatto della legislazione svizzera in materia di privacy un elemento centrale della propria immagine.

Questo modello commerciale è ora sotto pressione proprio a causa dello stesso contesto di minacce che rende interessanti le comunicazioni sicure. Gruppi criminali, Stati ostili e terroristi possono usare sistemi criptati per celare le proprie attività, mentre imprese e utenti comuni si affidano alla crittografia per proteggere segreti commerciali, dati personali e corrispondenza sensibile.

La risposta proposta dal governo si è concentrata sull’ordinanza sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni. Le modifiche proposte nel 2025 chiarirebbero gli obblighi dei fornitori di servizi Internet nelle indagini penali. Le piattaforme più grandi potrebbero essere soggette a obblighi di conservazione dei dati e di collaborazione più simili a quelli imposti ai tradizionali operatori di telecomunicazione.

Le decisioni prese a Berna avranno ripercussioni sia sulla sicurezza pubblica sia sulle condizioni che hanno permesso alla Svizzera di diventare un polo tecnologico.

Le imprese della privacy si oppongono a Berna

Proton afferma di aver sospeso i piani d’investimento in nuove infrastrutture in Svizzera, citando preoccupazioni per l’orientamento delle norme proposte. L’azienda sostiene che nuovi obblighi di conservazione e collaborazione potrebbero indebolire la fiducia da cui dipendono i servizi che tutelano la privacy.

Proton non è più una piccola startup svizzera di nicchia. Secondo i dati citati da Swissinfo, l’azienda ginevrina è diventata la più grande impresa europea nel settore delle tecnologie per la privacy e conta oltre 100 milioni di utenti nel mondo. I suoi prodotti comprendono posta elettronica criptata, archiviazione in cloud e servizi di intelligenza artificiale.

Il direttore operativo Raphael Auphan ha dichiarato che la controversia riguarda la reputazione della Svizzera tanto quanto i singoli obblighi di conformità. Ha avvertito che il Paese potrebbe perdere imprese cresciute grazie alle protezioni svizzere della privacy e che hanno promosso questi standard presso clienti in tutto il mondo.

Le ragioni commerciali hanno un peso evidente. Le imprese che si occupano di privacy scelgono le giurisdizioni anche in base alla prevedibilità del diritto e all’affidabilità delle garanzie offerte. Se i fornitori ritengono che la Svizzera imporrà una raccolta più ampia di dati o un accesso più rapido per gli inquirenti, potrebbero trasferire altrove nuovi server, personale e investimenti.

Le imprese hanno inoltre interesse a opporsi a norme che potrebbero aumentare i costi o rendere i loro prodotti meno attrattivi. Questo non risolve il dibattito politico, ma spiega perché Proton e aziende simili chiedano al governo di limitare o riconsiderare gli obblighi proposti.

Berna riscrive le regole digitali

Le norme proposte avvicinerebbero le piattaforme digitali al quadro giuridico applicato ai tradizionali operatori di telecomunicazione. L’obiettivo è offrire agli inquirenti vie più chiare per accedere alle informazioni nei procedimenti penali, imponendo ad alcuni fornitori di conservare o comunicare più dati.

Questo approccio rispecchia l’evoluzione del quadro delle minacce. Le autorità svizzere devono far fronte a un rapido aumento dei casi di cibercriminalità segnalati e alle preoccupazioni legate allo sfruttamento dei servizi online da parte di Stati ostili e reti terroristiche. Gli inquirenti hanno bisogno di prove utilizzabili e i procuratori devono poter contare su fornitori che rispondano attraverso una procedura giuridica prevedibile.

La crittografia complica questa procedura, poiché gli strumenti di tutela della privacy più efficaci sono concepiti per impedire gli accessi non autorizzati. In molti casi, il fornitore potrebbe non disporre dei contenuti in forma leggibile. Gli obblighi di conservazione dei dati possono inoltre entrare in conflitto con l’architettura tecnica di un servizio, soprattutto quando un’azienda ha progettato il proprio prodotto per raccogliere il minor numero possibile di informazioni.

Il materiale di partenza non indica un testo legislativo definitivo né un calendario d’attuazione stabilito. Mostra tuttavia che la Svizzera sta valutando se le norme vigenti siano adeguate ai servizi che operano oltre frontiera e combinano comunicazione, archiviazione e intelligenza artificiale.

La controversia riguarda quindi più della procedura di polizia. È in gioco il modo in cui il diritto svizzero definisce un fornitore Internet, quali informazioni le imprese debbano conservare e fin dove le autorità possano spingersi nei sistemi utilizzati da clienti al di fuori della Svizzera.

La Svizzera definisce la propria rotta digitale

La decisione della Svizzera definirà le condizioni di un settore tecnologico fondato sulla fiducia nel diritto. La tradizione costituzionale del Paese in materia di tutela della privacy è diventata un valore commerciale, consentendo alle imprese di promuovere la giurisdizione svizzera presso clienti che cercano protezione da criminali, aziende e sorveglianza governativa.

La pressione riguarda anche le democrazie liberali dell’Unione europea, degli Stati Uniti e del Regno Unito. Ognuna sta adattando le proprie norme alla cibercriminalità e alle attività ostili di Stati stranieri, cercando al contempo di salvaguardare l’uso legittimo della crittografia. La sfida specifica della Svizzera deriva dalle dimensioni della sua economia della privacy e dalla forza del marchio nazionale a essa associato.

Per chi vive in Svizzera, l’esito potrebbe incidere sui servizi utilizzati per la posta elettronica, l’archiviazione, i pagamenti e le comunicazioni aziendali. Per le imprese, potrebbe influire sulla scelta di dove installare le infrastrutture e sulla quantità di informazioni raccolte. Per gli inquirenti, il valore di qualsiasi riforma dipenderà dalla sua capacità di produrre prove a cui i fornitori possano accedere tecnicamente e che possano comunicare legalmente.

Il governo deve quindi risolvere questioni pratiche oltre a quelle politiche. Quali fornitori dovrebbero essere soggetti a obblighi più rigorosi? Quali dati dovrebbero essere conservati? Come dovrebbero svolgersi le indagini transfrontaliere? Quali garanzie dovrebbero impedire che l’accesso ordinario si estenda oltre i casi gravi?

La Svizzera non ha ancora trovato un equilibrio. I prossimi passi normativi mostreranno se il Paese riuscirà a rafforzare le indagini sulla cibercriminalità mantenendo credibile la tutela della privacy agli occhi di utenti e investitori.