Vai al contenuto
Swiss Observer

La Svizzera commemora i partigiani italiani con le «pietre d’inciampo»

Una cerimonia commemorativa storica in Ticino segna la posa delle «pietre d’inciampo» in onore dei partigiani italiani morti nel 1944 mentre fuggivano dal fascismo verso la Svizzera.

La Svizzera commemora i partigiani italiani con le «pietre d’inciampo»
AISWI swissinfo.ch

La storia raramente tace e, in Valle Onsernone, ora brilla nel bronzo. In una toccante cerimonia tenutasi martedì, il Canton Ticino ha fatto i conti con un tragico capitolo della Seconda guerra mondiale, posando le «pietre d’inciampo» (Stolpersteine) in memoria dei partigiani italiani morti mentre cercavano rifugio. È solo la seconda volta che questi commoventi monumenti vengono posati nella Svizzera italiana, segno di un rinnovato impegno a ricordare le vittime del fascismo.

Le pietre rendono omaggio in particolare a Federico Marescotti e Renzo Coen, due uomini che hanno pagato con la vita la lotta per la libertà, e ad Adriano Bianchi, sopravvissuto a gravi ferite. Alla cerimonia, cui hanno partecipato il sindaco di Onsernone e i discendenti delle vittime, non si è svolto un semplice rituale, ma si è lanciato un messaggio deciso contro l’oblio. Incastrati nelle strade stesse in cui la storia si è fatta violenta, questi cubi di bronzo costringono i passanti a «inciampare», fisicamente e mentalmente, nel passato, affinché i nomi di chi fuggì dal terrore nazifascista non vengano mai cancellati dal tempo.

Il crollo della Repubblica dell’Ossola

Per 40 giorni memorabili, nell’autunno del 1944, nella Repubblica dell’Ossola regnò la libertà, in una zona liberata dal dominio di Mussolini. Ma quella speranza fu brutalmente spezzata il 10 ottobre, quando una massiccia offensiva dei fascisti italiani, rafforzati da reparti tedeschi, travolse la regione. Il crollo fu rapido e catastrofico e costrinse la popolazione a una fuga disperata.

Decine di migliaia di civili e combattenti si ritrovarono intrappolati. In questa caotica ondata di persone c’erano 250 partigiani, che scelsero la pericolosa via della Valle Vigezzo per raggiungere la sicurezza del confine svizzero. Non stavano semplicemente fuggendo da una battaglia persa: correvano per salvarsi la vita da un regime deciso ad annientarli. La portata di questo esodo mette in evidenza quanto fossero fragili le zone liberate e quanto la guerra fosse pericolosamente vicina alla neutrale Svizzera.

Il confronto mortale al confine

La situazione al valico dei Bagni di Craveggia degenerò in un incubo. Quando i 250 partigiani arrivarono, le autorità svizzere di frontiera inizialmente rifiutarono loro l’ingresso, attenendosi con inflessibile rigidità alla neutralità. Ma, mentre gli inseguitori fascisti si avvicinavano, la minaccia di un massacro imminente divenne innegabile.

Con una decisione cruciale presa all’ultimo momento per evitare un bagno di sangue, il confine venne aperto. Per alcuni, però, era troppo tardi. Tra i fascisti all’inseguimento e le guardie svizzere a protezione del valico scoppiò una pioggia di proiettili. Nel caos dello scontro a fuoco transfrontaliero, Federico Marescotti e Renzo Coen furono uccisi e Adriano Bianchi rimase gravemente ferito. Questo scambio mortale ricorda con crudezza che i confini svizzeri non erano uno scudo impenetrabile contro la violenza della Seconda guerra mondiale, ma luoghi di scontro in cui politica e umanità si confrontarono con conseguenze letali.

Un’eredità europea della memoria

La posa delle pietre in Ticino si inserisce in un movimento continentale di straordinaria portata. Avviato nel 1996 dall’artista tedesco Gunter Demnig, il progetto delle Stolpersteine è diventato il più grande memoriale decentralizzato al mondo. Oggi si stima che 100’000 di queste pietre di bronzo siano incastonate nei marciapiedi di 23 Paesi europei, formando un vasto mosaico della memoria.

Da Berna a Bienne e da Winterthur a Zurigo, anche la Svizzera dissemina sempre più il proprio territorio di queste targhe commemorative. Ogni pietra rappresenta una persona specifica, vittima del nazionalsocialismo, e la riporta nei quartieri in cui ha vissuto o cercato rifugio. Con la sua partecipazione a questa rete, il Ticino non rende omaggio soltanto a tre uomini: collega la storia locale della Valle Onsernone a un impegno paneuropeo per mantenere visibili, tangibili e impossibili da ignorare le atrocità del XX secolo.