politica estera
La Svizzera afferma il proprio ruolo diplomatico con iniziative sull’Iran e l’Ucraina
Il Dipartimento federale degli affari esteri ha convocato l’ambasciatore iraniano per protestare contro le violenze ai danni dei manifestanti, assumendo una posizione ferma. Nel frattempo, il ministro degli esteri Ignazio Cassis, nel suo nuovo ruolo di presidente dell’OSCE, si è impegnato a rafforzare gli sforzi dell’organizzazione per la pace in Ucraina.

La Svizzera non sussurra più nei corridoi del potere: parla con voce forte e chiara. In una settimana decisiva per la politica estera svizzera, Berna ha lanciato una duplice offensiva diplomatica, affrontando la crescente brutalità in Iran e assumendo al contempo le redini di un panorama della sicurezza europeo frammentato. Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha infranto le consuetudini diplomatiche convocando l’ambasciatore iraniano per protestare contro un’ondata di violenze sancite dallo Stato, segnando un significativo inasprimento dei toni.
Nel frattempo, il ministro degli esteri Ignazio Cassis è salito sulla scena internazionale come nuovo presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Di fronte a quella che definisce la «crisi più grave della storia dell’organizzazione», Cassis cerca di far leva sulla neutralità svizzera per tracciare una via verso la pace in Ucraina. Non si tratta di una neutralità passiva, bensì di un impegno attivo e ad alto rischio. Mentre il mondo osserva, la Svizzera si posiziona non solo come sede di colloqui, ma anche come forza propulsiva che chiede responsabilità e dialogo in un’arena geopolitica sempre più instabile.
Convocato l’ambasciatore iraniano: un bilancio di vittime senza precedenti
Le cifre sono impressionanti e la realtà sul campo è cupa. Mentre fonti ufficiali iraniane confermano circa 2’500 morti dall’inizio delle proteste, la ONG Iran Human Rights, con sede in Norvegia, riferisce una cifra sconvolgente di quasi 3’500 manifestanti uccisi. Questa discrepanza mette in luce una brutale repressione che Monika Schmutz Kirgöz del DFAE ha definito «senza precedenti in un lasso di tempo così breve». La pazienza di Berna è finita.
In una mossa dettata da «profonda preoccupazione», le autorità svizzere hanno convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere la propria totale incomprensione di fronte alla portata del bagno di sangue. Il messaggio trasmesso è stato netto e inequivocabile: le violenze devono cessare e le libertà fondamentali dei manifestanti devono essere garantite. Inoltre, la Svizzera ha ribadito la sua ferma opposizione alla pena di morte, che incombe sui manifestanti detenuti. Il canale diplomatico resta aperto: dal 1980 la Svizzera rappresenta gli interessi degli Stati Uniti in Iran. Tuttavia, il tono è passato dalla mediazione allo scontro. Le strade di Berna e Zurigo hanno rispecchiato questa tensione: di recente la polizia è stata costretta a intervenire con gas lacrimogeni davanti all’ambasciata iraniana, portando il conflitto alle porte della Svizzera stessa.
Cassis affronta a Vienna una «crisi grave»
La guerra della Russia contro l’Ucraina non ha soltanto destabilizzato una regione: ha spinto l’OSCE sull’orlo dell’irrilevanza. Nel suo discorso inaugurale a Vienna come presidente in carica, Ignazio Cassis non ha cercato di edulcorare la situazione. Ha dichiarato che il conflitto ha precipitato l’organizzazione in una crisi storica, scuotendo dalle fondamenta il consenso e la fiducia. Eppure, in pieno stile svizzero, Cassis intravede un’opportunità nel caos. Ha sostenuto con convinzione che la crisi attuale debba rafforzare l’OSCE, non emarginarla.
La tabella di marcia svizzera è ambiziosa. Cassis si è impegnato a preparare l’organizzazione affinché possa svolgere un «ruolo mirato, credibile e complementare» non appena una tregua o una de-escalation diventerà possibile. È una scommessa sul futuro: preparare gli strumenti della pace mentre gli ingranaggi della guerra sono ancora in movimento. Ha inoltre chiesto il rilascio immediato di tre collaboratori dell’OSCE attualmente detenuti in Russia, lanciando una sfida diretta a Mosca. L’organizzazione è tuttavia frenata dalla mancanza di risorse. Cassis ha sottolineato che senza un budget, una priorità che intende risolvere rapidamente, l’OSCE non può funzionare. «Stiamo preparando proposte pragmatiche», ha affermato, segnalando che la Svizzera intende riparare il motore mentre guida la nave attraverso l’uragano.
Limiti e forza della neutralità
La Svizzera cammina sul filo tra le proprie tradizioni umanitarie e le dure realtà dei conflitti moderni. In Iran, il mandato di «Potenza protettrice» consente a Berna di mantenere aperto un canale importante tra Washington e Teheran. Gabriel Lüchinger, rappresentante speciale del Consiglio federale, ne ha fatto uso attivo durante una telefonata con Ali Larijani, responsabile della sicurezza iraniana. Ma avere accesso non significa avere influenza, e il numero crescente di vittime dimostra i limiti del soft power di fronte a un autoritarismo repressivo.
A Vienna, intanto, Cassis ha badato a non alimentare aspettative eccessive. L’OSCE, ha avvertito, «non è né una forza di mantenimento della pace né una soluzione miracolosa». È una piattaforma, un meccanismo di dialogo che funziona soltanto quando le parti sono disposte a collaborare. Promuovendo riforme e un budget, la Svizzera cerca di garantire che, quando in Ucraina emergerà finalmente la volontà di pace, le strutture necessarie a sostenerla non siano crollate. Con il 2026 che avanza, la strategia svizzera è chiara: mantenere aperti i canali, denunciare le atrocità e tenere in funzione la macchina internazionale, anche se gli ingranaggi sono attualmente bloccati dalla guerra e dalla repressione.