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Swiss Observer

Un’inchiesta rivela componenti svizzeri nelle armi russe nonostante le sanzioni

Nonostante le sanzioni, componenti fabbricati in Svizzera, come microprocessori e moduli GPS, vengono regolarmente individuati nei sistemi d’arma russi impiegati in Ucraina. Un nuovo rapporto indica che la Svizzera è una delle principali fonti europee di questa tecnologia, sollevando interrogativi sull’efficacia delle sanzioni e sulla neutralità del Paese.

AI25 febbraio 2026Il nostro processo editoriale
Un’inchiesta rivela componenti svizzeri nelle armi russe nonostante le sanzioni
AISWI swissinfo.ch

Sono stati identificati ben 322 componenti fabbricati in Svizzera nell’arsenale russo, consolidando il ruolo indesiderato della Svizzera come principale fonte europea di tecnologia che alimenta la macchina da guerra di Vladimir Putin. Mentre il governo svizzero afferma di rispettare il diritto internazionale, la realtà sul terreno in Ucraina racconta una storia più cupa. Dai resti degli attacchi con droni a Kramatorsk ai sistemi di guida interni dei missili da crociera, l’ingegneria di precisione svizzera contribuisce involontariamente alla distruzione delle città ucraine.

Non si tratta di un rivolo, ma di un flusso costante. Le inchieste rivelano che, nonostante un regime sanzionatorio rigoroso, la Svizzera supera i Paesi europei vicini per volume di tecnologie a duplice uso che finiscono in mani russe. Non sono semplici componenti generici: si tratta di microprocessori, moduli GPS e connettori essenziali per la guerra moderna. La rivelazione colpisce al cuore la neutralità svizzera e solleva interrogativi scomodi sull’efficacia dei controlli alle esportazioni. Mentre i missili piovono, il marchio «Made in Switzerland» è diventato il cupo simbolo del divario tra le intenzioni diplomatiche e la spietata efficienza dei mercati neri globali.

I giganti dell’industria nel mirino

I nomi più noti del settore tecnologico svizzero si trovano ad affrontare un incubo di pubbliche relazioni, mentre i loro prodotti continuano a riaffiorare tra le macerie della guerra. L’inchiesta cita esplicitamente importanti aziende come Huber+Suhner, il Gruppo Lemo, Ublox e ST Microelectronics. Non si tratta di realtà poco conosciute, ma di pilastri dell’industria svizzera. I dati sono schiaccianti: un modulo GPS di Ublox trovato in un drone russo è stato fabbricato nel marzo 2025, tre anni dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala.

Anche Huber+Suhner e il Gruppo Lemo figurano nei dati doganali russi, con componenti come i connettori per antenne ricondotti a catene di approvvigionamento che riforniscono l’esercito russo. Le aziende negano con fermezza di aver agito direttamente in modo illecito, invocando rigorosi obblighi contrattuali e l’interruzione dei rapporti commerciali con la Russia. Le prove, tuttavia, indicano che le loro misure di protezione non funzionano. Ublox sostiene che i suoi componenti sono prodotti in serie per usi civili, come i monopattini elettrici, ma questa giustificazione convince poco quando gli stessi chip guidano le munizioni. La facilità con cui questi componenti vengono riconvertiti mette in luce una vulnerabilità fondamentale: la tecnologia svizzera è troppo preziosa e troppo accessibile perché l’esercito russo possa ignorarla.

La deviazione asiatica: come si sgretolano le sanzioni

Il percorso da una fabbrica svizzera a un carro armato russo raramente è diretto. Si snoda invece attraverso una rete complessa e opaca di intermediari, soprattutto in Asia. I documenti doganali analizzati dagli inquirenti mostrano che nel gennaio 2024 connettori Huber+Suhner sono arrivati a Hong Kong, destinati a un’azienda che rifornisce l’esercito russo. Questa «deviazione asiatica» è la principale arteria per aggirare le sanzioni e permette a tecnologie proibite di passare inosservate tra le maglie dei controlli sul commercio globale.

I produttori svizzeri spesso sostengono di non esserne a conoscenza, indicando l’impossibilità di tracciare ogni componente prodotto in serie una volta immesso sul mercato globale. Tuttavia, la ricorrenza di questi casi lascia pensare a una carenza sistemica nella verifica della catena di approvvigionamento. È chiaro che le procedure di «conoscenza del cliente» vengono aggirate da una rete di società di comodo e fornitori di servizi logistici concepita per nascondere la destinazione finale. Mentre le aziende svizzere chiudono la porta d’ingresso, la finestra sul retro a Hong Kong resta spalancata e convoglia hardware essenziale direttamente all’aggressore.

La difesa burocratica si scontra con richieste urgenti

La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) si difende, affermando di perseguire le violazioni «con coerenza» e di aver triplicato il personale dal 2022 per dare priorità all’applicazione delle sanzioni. Per critici come Samuel Bickett, tuttavia, queste misure burocratiche sono del tutto insufficienti. L’enorme quantità di tecnologia svizzera presente sul campo di battaglia rappresenta una denuncia costante delle attuali strategie di controllo. Bickett sostiene che triplicare il personale non serve a nulla se il flusso di tecnologia non viene fermato.

Ora si chiede un deciso rafforzamento della sorveglianza: esaminare ogni singolo articolo che figura nei dati doganali russi e sanzionare l’intero ecosistema, compresi fornitori di servizi logistici, banche e assicurazioni, che agevola questi scambi. La Svizzera si trova a un bivio. Può continuare a trincerarsi dietro procedure e dichiarazioni di neutralità, oppure può intervenire con misure incisive e senza precedenti per chiudere le falle. Fino ad allora resta una verità scomoda: l’innovazione svizzera è attualmente un pilastro dell’aggressione russa.