Vai al contenuto
Swiss Observer

Un sondaggio svizzero rileva una diffusa apertura verso teorie del complotto screditate

Un sondaggio svizzero ha rilevato che molte persone interpellate ritenevano plausibili false teorie del complotto, comprese quelle sul Covid-19 e sul presunto controllo segreto della politica occidentale da parte degli ebrei. I risultati sollevano interrogativi sulla diffusione della disinformazione e delle convinzioni antisemite in Svizzera.

Un sondaggio svizzero rileva una diffusa apertura verso teorie del complotto screditate
AILe News

Quasi la metà delle persone interpellate ha ritenuto plausibile una falsa affermazione sul coronavirus. In un sondaggio condotto nel luglio 2026, il 49.4% degli utenti di Internet interrogati nella Svizzera tedesca e romanda ha dichiarato che era piuttosto o molto plausibile che il coronavirus fosse stato prodotto come arma biologica in un laboratorio cinese. Il dato emerge da uno studio del Centro di ricerca sull’opinione pubblica e la società dell’Università di Zurigo, noto come fög.

La formulazione è importante: l’affermazione sosteneva che il virus fosse stato prodotto deliberatamente come arma. Non si trattava di una tesi generica su una possibile origine della pandemia legata a un laboratorio. I ricercatori hanno intervistato 1,222 persone di età compresa tra i 18 e i 79 anni e presentato 12 affermazioni in ordine casuale. Sei descrivevano eventi classificati come veri o ben documentati, mentre sei erano prive di fondamento o implausibili. La combinazione delle due categorie mirava a dissuadere le persone interpellate dal respingere automaticamente tutte le affermazioni.

I risultati indicano una diffusa disponibilità a considerare plausibili affermazioni che i ricercatori hanno classificato come prive di fondamento. Comprendono anche una teoria antisemita secondo cui gli ebrei controllerebbero segretamente la politica occidentale, ritenuta plausibile dal 36% delle persone interpellate.

Seguire le tesi nel dibattito svizzero

L’accusa sul coronavirus è risultata la più accreditata tra le sei affermazioni prive di fondamento del sondaggio. Al secondo posto si è piazzata la tesi secondo cui le élite politiche incoraggerebbero l’immigrazione in Europa per modificarne la popolazione: il 40.5% l’ha ritenuta piuttosto o molto plausibile. Le percentuali sono state del 36.9% per l’affermazione secondo cui i governi userebbero il cambiamento climatico come pretesto per controllare le persone e del 36% per la tesi antisemita sulle reti ebraiche che controllerebbero la politica occidentale.

La tesi secondo cui sarebbe stato dimostrato che la tecnologia 5G provoca gravi danni alla salute ha ottenuto valutazioni di plausibilità dal 33.8%. Un altro 28.3% ha ritenuto plausibile che fosse stato lo stesso governo statunitense a compiere gli attentati dell’11 settembre.

Queste risposte non equivalgono tutte a dichiarazioni di convinzione assoluta. Chi giudica un’affermazione «piuttosto plausibile» può esprimere incertezza oltre che convinzione. Le cifre dello studio misurano la disponibilità delle persone interpellate ad attribuire plausibilità, non dimostrano che abbiano accettato ogni affermazione come un fatto. Le posizioni in classifica mostrano tuttavia quanto possano apparire credibili narrazioni prive di fondamento in ambiti molto diversi, dalla salute pubblica e la politica climatica all’immigrazione e all’antisemitismo.

Sviluppare abitudini migliori per verificare le affermazioni

Il ricorso al giornalismo affermato era associato a una minore vulnerabilità alle affermazioni prive di fondamento. Le persone che consultavano regolarmente testate come la radiotelevisione pubblica e i quotidiani in abbonamento erano meno propense a considerare credibili le sei affermazioni implausibili rispetto a chi seguiva poco il giornalismo.

Il quadro non era lo stesso per ogni tipo di consumo mediatico. Secondo lo studio, l’esposizione occasionale alle notizie su Instagram e TikTok non faceva alcuna differenza. Nemmeno un consumo intenso di un ampio ventaglio di fonti, comprese piattaforme sociali e media alternativi, era associato a una differenza. Venire semplicemente a contatto con più informazioni non corrispondeva a una maggiore resistenza alle affermazioni.

I ricercatori hanno inoltre rilevato che la capacità di individuare argomentazioni fuorvianti era importante. Le persone più capaci di riconoscere prove selezionate ad arte, false analogie e generalizzazioni affrettate erano meno propense ad accettare le teorie complottiste prive di fondamento. Anche un livello di formazione più elevato era associato a una minore vulnerabilità. L’età e il genere, invece, non presentavano un’associazione significativa. Secondo lo studio, le abitudini di informazione e le competenze utilizzate per valutare le argomentazioni sono elementi centrali per comprendere la vulnerabilità.

Rendere più facile trovare le verifiche

Quasi quattro persone interpellate su cinque erano favorevoli a potenziare i team di verifica dei fatti nelle redazioni. Gli autori dello studio raccomandano un’offerta informativa più solida, una verifica dei fatti più visibile e un’educazione che aiuti a riconoscere manipolazioni e falsità. I risultati suggeriscono che la capacità di valutare la struttura di un’argomentazione può essere importante quanto le notizie a cui si è esposti.

Per le organizzazioni mediatiche svizzere, il sondaggio indica un ruolo concreto per una verifica trasparente: mostrare ai lettori come vengono controllate le affermazioni e rendere più facili da trovare le rettifiche e le verifiche dei fatti. Nel sondaggio, le emittenti pubbliche e i quotidiani in abbonamento figuravano tra le testate affermate associate a una minore vulnerabilità. Questa associazione non significa che una singola abitudine informativa garantisca l’immunità dalle false affermazioni, ma indica il giornalismo di fiducia come una componente della risposta proposta dai ricercatori.

Lo studio ha riguardato utenti di Internet nelle regioni germanofone e francofone del Paese. I risultati inseriscono la disinformazione e le teorie complottiste antisemite in un dibattito svizzero più ampio sull’accesso alle notizie, l’alfabetizzazione mediatica e il modo in cui le persone valutano le prove.