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Swiss Observer

Uno studio svizzero svela la sorveglianza cinese delle comunità tibetane e uigure

Una ricerca pionieristica commissionata dal governo documenta l’intimidazione sistematica e la sorveglianza delle comunità in esilio in Svizzera da parte di agenti cinesi.

AI18 febbraio 2025Il nostro processo editoriale
Uno studio svizzero svela la sorveglianza cinese delle comunità tibetane e uigure
AISWI swissinfo.ch

Con una decisione senza precedenti, che rompe con le consuete cortesie diplomatiche, la Svizzera è diventata il primo governo nazionale a commissionare ufficialmente uno studio sull’entità della sorveglianza straniera sul proprio territorio. I risultati sono esplosivi. La ricerca pionieristica, diretta da Ralph Weber dell’Università di Basilea, conferma ciò che molti temevano da tempo: il lungo braccio del Partito comunista cinese sta soffocando attivamente la libertà delle comunità tibetane e uigure proprio qui, nel Paese alpino.

Il rapporto, che copre un periodo cruciale dal 2000 a oggi, documenta una campagna sistematica di intimidazione che viola i diritti umani fondamentali. Non si tratta di semplici attriti diplomatici, ma di un attacco calcolato alla sovranità e alla sicurezza. Lo studio rivela che le violazioni dei diritti, sia tentate sia riuscite, sono diffuse e dipingono un quadro inquietante di una potenza straniera che opera con allarmante impunità entro i confini svizzeri. Mentre le autorità esaminano i risultati, la domanda resta: Berna terrà la posizione o gli interessi economici metteranno a tacere le proteste?

Agenti sotto copertura: i meccanismi della repressione transnazionale

Decine di agenti di sicurezza che rispondono a Pechino sono attualmente attivi in Svizzera, spesso senza dare nell’occhio. Il rapporto svela una strategia sfrontata: gli agenti si spacciano per membri del personale delle ambasciate o dei consolati per infiltrarsi nelle comunità della diaspora. Non si tratta di sorveglianza passiva, ma di coercizione attiva e aggressiva. Le tattiche descritte sono inquietanti e colpiscono sul piano personale.

Le vittime raccontano di aver ricevuto telefonate minatorie direttamente dalla Cina, con cui veniva chiesto loro di spiare i membri della propria comunità. Il ricatto è brutale: la sicurezza dei familiari che vivono ancora in Tibet o nello Xinjiang. Se gli esuli rifiutano di collaborare, i loro cari rimasti in patria rischiano immediate ritorsioni. Questa «repressione transnazionale» estende di fatto i confini dello Stato di polizia cinese alle città svizzere, trasformando luoghi sicuri in zone di paura. L’audacia di queste operazioni mette in evidenza una grave lacuna nelle misure di protezione contro lo spionaggio a favore dei residenti vulnerabili.

Fiducia infranta: il costo psicologico per gli esuli

L’effetto più insidioso della campagna di Pechino è la completa erosione della fiducia all’interno delle stesse comunità in esilio. Il gruppo di Ralph Weber, sulla base di 60 interviste approfondite, ha scoperto una comunità lacerata dai sospetti. La paura è palpabile: chiunque potrebbe essere un informatore.

«Abbiamo constatato che molti membri della comunità tibetana in Svizzera sospettano che altri esponenti della diaspora lavorino per “i cinesi”», afferma Weber. Questa sfiducia, trasformata in un’arma, è particolarmente devastante per i nuovi arrivati, guardati con grande sospetto perché hanno ancora stretti legami familiari in Tibet e sono quindi facili bersagli di ricatti. Seminando discordia, gli agenti cinesi riescono a isolare i membri della comunità, impedendo loro di organizzarsi in modo efficace. Il trauma psicologico è profondo: persone fuggite dalle persecuzioni si ritrovano a guardarsi alle spalle a Zurigo e Ginevra, consapevoli di non essere mai davvero riuscite a fuggire.

Berna sotto accusa: le autorità svizzere fanno abbastanza?

Forse la rivelazione più allarmante è che lo stesso Stato svizzero potrebbe, senza volerlo, favorire questa repressione. Il rapporto evidenzia una tendenza preoccupante: gli attivisti tibetani ritengono che le autorità svizzere limitino i loro diritti fondamentali per compiacere Pechino. Le manifestazioni davanti al Parlamento a Berna sono state sottoposte a restrizioni e le prassi in materia d’asilo diventano sempre più rigide.

Lo studio osserva che le autorità locali sono spesso meno intimidite delle loro controparti nazionali, ma la percezione della diaspora è chiara: la Svizzera si piega. Gli autori documentano episodi di pressioni dirette esercitate dalla Cina su funzionari svizzeri, anche se non è chiaro quanto spesso abbiano avuto successo. Mentre il rapporto circola nei corridoi di Palazzo federale, il governo svizzero affronta una prova cruciale. Rafforzerà lo scudo democratico a protezione di queste minoranze perseguitate o il «lungo braccio» della Cina continuerà a dettare le condizioni della libertà nel cuore dell’Europa?