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Swiss Observer

Crisi del sonno in Svizzera: un terzo della popolazione lotta contro l’insonnia

Nuovi dati governativi rivelano che oltre un terzo della popolazione svizzera ha problemi di sonno, alimentando una «economia del sonno» da 85 miliardi di euro e sollevando preoccupazioni per la salute pubblica.

Crisi del sonno in Svizzera: un terzo della popolazione lotta contro l’insonnia
AISWI swissinfo.ch

Un abitante della Svizzera su tre è ormai alle prese ogni notte con l’insonnia. Nuovi dati governativi mettono in luce una grave crisi di salute pubblica che si sta diffondendo in tutto il Paese e smentisce il mito di un idillio alpino all’insegna del riposo. Non si tratta soltanto di svegliarsi intontiti: la difficoltà ad addormentarsi è diventata la nuova normalità per una fetta consistente della popolazione, segnando un profondo cambiamento sociale.

Intervistato da RTS, lo psicosociologo Philippe Zawieja conferma che il fenomeno va ben oltre i nostri confini, ma in Svizzera il suo impatto è particolarmente marcato. Mentre il Paese affronta questa ondata di insonnia, le conseguenze sono immediate e gravi. Siamo alle prese con un deficit collettivo di riposo che rischia di compromettere la nostra rinomata efficienza e la qualità di vita. I numeri parlano chiaro e la tendenza è allarmante: la Svizzera è sveglia, e ne sta pagando il prezzo.

Il business miliardario della stanchezza

Quando la salute pubblica vacilla, il mercato prospera. L’«economia del sonno» globale ha raggiunto un valore stimato tra gli 85 e i 90 miliardi di euro, pari a circa 80 miliardi di franchi, grazie a una popolazione disposta a pagare qualsiasi prezzo per riposare. Questa enorme industria prospera sulla nostra incapacità di staccare la spina e vende di tutto: dai materassi ad alta tecnologia ai dispositivi per la terapia della luce, fino ai farmaci per favorire il sonno e alle tisane.

Non è un mercato di nicchia, ma una vera e propria potenza finanziaria. Gli investimenti privati affluiscono verso soluzioni che promettono di indurre artificialmente il sonno che non riusciamo più a raggiungere in modo naturale. Il boom rappresenta però un paradosso della vita moderna: spendiamo miliardi per recuperare una necessità biologica che dovrebbe essere gratuita. Come osserva Zawieja, la capitalizzazione del sonno sta rapidamente diventando uno dei motori economici più caratteristici della nostra epoca, trasformando la stanchezza umana in una merce commerciabile.

La scomparsa del buio: come la modernità ci ha privati del riposo

Il buio autentico è ormai una risorsa scomparsa dai centri urbani svizzeri. «Il nostro rapporto con il sonno è strettamente legato all’urbanizzazione», afferma Zawieja, indicando nell’arrivo dell’illuminazione stradale elettrica il momento in cui i nostri cicli naturali si sono spezzati. Oggi le città funzionano senza sosta, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Anche nei centri più piccoli della Svizzera, l’assalto sensoriale di luci, rumori e attività non si interrompe mai davvero, rendendo per molti fisiologicamente impossibile un sonno profondo e rigenerante.

Il nemico è anche nelle nostre mani. La luce diffusa di smartphone e schermi, spesso tenuti accanto al letto, aumenta la vigilanza e riduce drasticamente la produzione di melatonina. Siamo biologicamente predisposti per un mondo che non esiste più e costretti a orientarci in un paesaggio di crepuscolo permanente. Il conflitto tra il nostro orologio interno e l’ambiente esterno è costante e intenso, e compromette la qualità del sonno anche quando finalmente chiudiamo gli occhi.

Caffeina e dissimulazione: l’arte redditizia di fingere energia

Stiamo alimentando «il mercato più redditizio dell’economia capitalistica»: l’industria del dormire meno. Incapace di riposare, la società ha fatto ricorso a sostanze per riuscire ad affrontare la giornata. Caffè, bevande energetiche e integratori vengono consumati su scala industriale, non per piacere, ma come carburante necessario per contrastare la stanchezza cronica. Zawieja richiama l’attenzione su una realtà più cupa, in cui si ricorre anche a sostanze illecite per sostenere artificialmente una forza lavoro ormai allo stremo.

Al tempo stesso, spendiamo cifre enormi per nascondere i danni. Nel 2023 il solo mercato dei prodotti cosmetici contro i segni della stanchezza valeva 17 miliardi di euro e si prevede che raggiunga i 27 miliardi entro il 2033. Copriamo occhiaie e pelle spenta con creme costose, creando un’apparenza di vitalità mentre il nostro corpo si deteriora. È una doppia economia, fatta di stimolazione e dissimulazione, pensata per mantenere a ogni costo i lavoratori esausti produttivi e presentabili.

Dal PIL al pronto soccorso: il costo catastrofico della stanchezza

La stanchezza è un distruttore silenzioso di ricchezza e fa perdere ogni anno una quota stimata tra l’1,5% e il 3% del PIL mondiale. Ma il costo non si misura soltanto in franchi: si misura anche in termini di sicurezza delle persone. Zawieja lancia un monito inquietante: «Il personale sanitario stanco commette più errori di quello riposato». Nei settori in cui la sicurezza è cruciale, dalle centrali nucleari al pilotaggio degli aerei, il margine di errore è nullo, eppure la forza lavoro dorme sempre meno.

Anche le conseguenze fisiche sono devastanti. La carenza cronica di sonno contribuisce direttamente all’epidemia di obesità e alla sedentarietà, creando un circolo vizioso di cattiva salute e minore produttività. In ufficio, compromette le interazioni sociali e frena il rendimento. Stiamo facendo funzionare la società in deficit, accettando rischi che in qualsiasi altro contesto sarebbero considerati intollerabili. Il prezzo dell’insonnia si paga in incidenti, errori medici e stagnazione economica.

Riprendersi la notte: la lotta per spazi di riposo

La soluzione richiede un rifiuto radicale della cultura del 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Zawieja propone di creare «spazi rifugio», luoghi e momenti deliberatamente riservati al riposo e alla disconnessione. Non è un lusso, ma una strategia di sopravvivenza. Dobbiamo imporci un coprifuoco digitale, evitando gli schermi nei 30-60 minuti prima di coricarci, e reintegrare un’attività fisica moderata per ristabilire i nostri ritmi biologici.

Per il terzo della popolazione già alle prese con l’insonnia, tuttavia, cambiare alcune abitudini potrebbe non bastare. «Il buon senso e la prudenza suggeriscono di rivolgersi a uno specialista del sonno», conclude Zawieja. Per andare avanti occorre riconoscere che dormire non è un segno di debolezza, ma un’esigenza biologica imprescindibile. La Svizzera deve decidere se continuare ad alimentare l’economia miliardaria della stanchezza o riprendersi la notte e, con essa, la salute del Paese.