economia
Il Consiglio degli Stati estende il sostegno alle aziende colpite dai dazi statunitensi
Il Parlamento approva l’estensione dell’indennità per lavoro ridotto da 18 a 24 mesi per aiutare le aziende svizzere ad affrontare le misure commerciali statunitensi.

Con una decisione determinante per proteggere l’economia nazionale dal protezionismo aggressivo degli Stati Uniti, il Consiglio degli Stati ha votato a favore di un’estensione dell’indennità per lavoro ridotto da 18 a 24 mesi. Questa misura cruciale arriva mentre le aziende svizzere fanno i conti con un dazio punitivo del 39% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, un onere che minaccia di frenare la crescita e provocare licenziamenti. L’approvazione della Camera alta segna il superamento del primo importante ostacolo legislativo nella corsa a proteggere le industrie nazionali dagli shock geopolitici esterni.
L’estensione, che dovrebbe restare in vigore fino alla fine del 2028, non è un semplice adeguamento burocratico, ma un meccanismo di sopravvivenza. Le aziende chiedono questo sostegno a gran voce da quando i dazi sono aumentati in agosto, e il Consiglio federale ha sostenuto appieno la proposta. Ampliando la rete di sicurezza, il governo riconosce che la controversia commerciale con Washington non è più una schermaglia temporanea, ma un assedio economico prolungato che richiede difese solide e a lungo termine.
Il settore tecnologico sotto assedio
Il principale obiettivo di questo intervento legislativo è il rinomato settore tecnologico svizzero e la sua vasta rete di fornitori. Queste aziende si trovano ad affrontare una doppia avversità economica: da due anni lottano con debolezze strutturali e ora devono fare i conti con un dazio impressionante del 39% sulle merci destinate al mercato statunitense. Non si tratta di un rischio potenziale, ma di una crisi in atto.
Per un settore che dipende dalla precisione, da margini ridotti e da canali di esportazione globali, la durata indeterminata di questi dazi è devastante. Il Consiglio degli Stati ha indicato esplicitamente questa combinazione deleteria, la fragilità preesistente aggravata dalle nuove barriere commerciali statunitensi, come ragione principale dell’estensione. Senza la possibilità di ricorrere al lavoro ridotto fino a due anni, molte di queste aziende high-tech si troverebbero di fronte alla scelta drammatica tra licenziamenti di massa e insolvenza. La misura offre alle aziende un margine di respiro fondamentale per adeguare le proprie strategie senza rinunciare al personale altamente qualificato.
La battaglia legale ad alta posta in gioco a Washington
Mentre Berna legifera per garantire la sopravvivenza delle aziende, le origini del caos si trovano a Washington, dove la Corte suprema degli Stati Uniti si prepara a una resa dei conti che potrebbe ridefinire il commercio globale. A novembre la Corte esaminerà le argomentazioni sulla legalità del ricorso del presidente Trump alla legge sui poteri di emergenza per imporre questi dazi generalizzati. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. L’amministrazione statunitense ha affermato, in termini enfatici, che negare questa autorizzazione porterebbe gli Stati Uniti «sull’orlo di una catastrofe economica».
La politica commerciale aggressiva di Trump ha già subito sconfitte in tribunali d’appello di grado inferiore, che hanno stabilito che la competenza sui dazi spetta al Congresso, non al presidente. L’amministrazione è però riuscita a rinviare l’applicazione di queste sentenze, mantenendo in vigore il dazio del 39% sulle merci svizzere. Questa incertezza giuridica crea un contesto instabile per gli esportatori svizzeri, costretti a pagare dazi esorbitanti mentre attendono una sentenza che potrebbe, oppure no, smantellare l’intero sistema tariffario.
La frattura transatlantica: Svizzera e UE
Le conseguenze non si ripartiscono equamente e la Svizzera si trova in una posizione di netto svantaggio competitivo rispetto ai Paesi vicini. Mentre gli esportatori svizzeri sono colpiti da un dazio del 39%, la maggior parte dei prodotti dell’Unione europea è soggetta a un’aliquota nettamente inferiore, pari al 15%. Questa disparità esiste perché l’UE, a differenza della Svizzera, ha già concluso un accordo quadro con gli Stati Uniti, anche se fortemente sbilanciato a favore di Washington.
Rahul Sahgal, direttore della Camera di commercio svizzero-americana, è stato esplicito nella sua valutazione: «L’aliquota doganale del 39% deve essere ridotta il più rapidamente e significativamente possibile». L’attuale divario di 24 punti percentuali tra i prodotti svizzeri e quelli dell’UE rende i prodotti elvetici artificialmente più cari sul mercato statunitense e minaccia di erodere una quota di mercato costruita in decenni. Nei documenti presentati in tribunale, il governo statunitense ha citato esplicitamente l’accordo con l’UE per giustificare i propri poteri, lasciando la Svizzera isolata in un contesto caratterizzato da dazi elevati.
Manovre diplomatiche e prossime tappe
La macchina politica a Berna si sta ora muovendo rapidamente. Dopo l’approvazione del Consiglio degli Stati, la settimana prossima il disegno di legge passerà al Consiglio nazionale, che dovrebbe discuterlo con la stessa urgenza della Camera alta. Con il sostegno del Consiglio federale, è probabile che l’estensione venga approvata, ma il sostegno legislativo è solo metà della battaglia.
Sul fronte diplomatico, il ministro dell’economia Guy Parmelin è recentemente rientrato da Washington, dove ha condotto colloqui tattici con rappresentanti del governo statunitense. Il Dipartimento federale dell’economia è rimasto abbottonato sui dettagli, ma Parmelin ha espresso un cauto ottimismo sui social media, parlando di «buone opportunità» per entrambi i Paesi. Tuttavia, con la sentenza della Corte suprema statunitense ancora attesa e i dazi tuttora in vigore, la Svizzera deve prepararsi a un lungo inverno di tensioni commerciali. L’estensione del lavoro ridotto è uno scudo necessario, ma la spada del protezionismo continua a incombere pesantemente sull’economia svizzera.