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Swiss Observer

Il Parlamento svizzero limita l’accesso ai documenti dell’accordo con l’UE

Solo alcuni parlamentari potranno consultare l’accordo di 1’800 pagine con l’UE, nel rispetto di rigide regole di riservatezza, suscitando preoccupazioni per la trasparenza in tutto lo spettro politico.

Il Parlamento svizzero limita l’accesso ai documenti dell’accordo con l’UE
AISWI swissinfo.ch

Ben 1’800 pagine di testo diplomatico, il progetto per le future relazioni tra la Svizzera e l’Unione europea, restano rigorosamente sotto chiave. Dalla prossima settimana, a Palazzo federale sarà introdotta una limitazione senza precedenti alla circolazione delle informazioni: solo pochi eletti potranno accedere alla sala di lettura riservata in cui si trova il progetto di accordo. In una scelta che privilegia la segretezza rispetto a un controllo più ampio, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha limitato l’accesso a soli due rappresentanti per partito politico.

Questo stretto controllo sul voluminoso dossier segna una fase preliminare alla consultazione, ma l’esclusività sta già suscitando forti preoccupazioni. Mentre il governo prepara una consultazione pubblica per quest’estate, la realtà è netta: la stragrande maggioranza degli eletti non può accedere ai documenti. Queste 1’800 pagine non sono semplice burocrazia: rappresentano il complesso quadro giuridico ed economico che definirà per decenni la sovranità e la prosperità della Svizzera. Limitando la consultazione del testo a una manciata di esponenti di spicco dei partiti, l’amministrazione sta di fatto creando un collo di bottiglia nel processo di esame democratico proprio nel momento più cruciale.

Esponenti di spicco contestano la segretezza

Dai corridoi del potere si leva una dura opposizione, mentre importanti esponenti politici contestano le restrizioni imposte dal governo. L’Unione democratica di centro (UDC) ha attaccato duramente la procedura, definendo inaccettabile la mancanza di trasparenza. Thomas Aeschi, capogruppo UDC al Parlamento, non ha usato mezzi termini ai microfoni della radiotelevisione pubblica RTS: «Se il Consiglio federale non ha nulla da nascondere, può rendere i documenti accessibili a tutti contemporaneamente».

L’indignazione di Aeschi non è un caso isolato. La Commissione della politica estera del Consiglio nazionale è intervenuta formalmente, chiedendo al DFAE di abbattere queste barriere e di estendere subito l’accesso a tutti i parlamentari. Laurent Wehrli, presidente della commissione, ha espresso perplessità per il limite arbitrario. «Ciò che ha sorpreso è stato il limite di due membri per partito», ha osservato Wehrli, sottolineando la sproporzione tra la portata del trattato e il livello estremamente ridotto di controllo consentito. Tutto lo spettro politico si unisce nel chiedere chiarezza e rifiuta che un trattato di tale portata sia accessibile solo a chi ha una specifica necessità di consultarlo.

Il governo difende la procedura «consueta»

Di fronte a un’ondata di critiche, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) tiene il punto e difende la propria strategia, definendola una misura necessaria per garantire l’efficienza. Il portavoce del DFAE, Nicolas Bideau, sostiene che l’approccio ricalchi il normale funzionamento del Parlamento, nel quale sono le commissioni, e non l’intera assemblea, a svolgere il lavoro preliminare più impegnativo. «L’obiettivo è che i partiti dispongano delle informazioni necessarie per prendere posizione su questi testi, essenziali per la prosperità della Svizzera», ha spiegato Bideau, presentando la restrizione come una necessità logistica e non come un tentativo di nascondere la verità.

La pressione, tuttavia, aumenta. Per ora il DFAE mantiene il limite di due persone, ma ha lasciato intendere che potrebbe dover cambiare rotta. Le autorità non escludono di accogliere le richieste della Commissione della politica estera e di estendere il diritto di consultazione al resto del Parlamento. Il governo si trova ora in una posizione delicata: nelle prossime settimane dovrà decidere se mantenere il rigido protocollo oppure aprire l’accesso, evitando una grave crisi di fiducia prima ancora che l’accordo sia concluso.

Un’estate decisiva all’orizzonte

Il tempo stringe in vista di un’estate decisiva, quando la segretezza verrà inevitabilmente meno e inizierà la vera battaglia per conquistare l’opinione pubblica. Questa fase di consultazione riservata è soltanto il preludio a un’ampia consultazione pubblica prevista nei prossimi mesi. La posta in gioco è altissima: il Consiglio federale ha già indicato di preferire un referendum facoltativo, il che significa che l’accordo finale potrebbe essere deciso dalla maggioranza semplice dei votanti, senza necessità della maggioranza dei Cantoni.

Questa particolarità procedurale accresce enormemente il peso dell’attuale disputa sulla trasparenza. Se i parlamentari si sentiranno messi da parte già adesso, il governo rischia di arrivare in posizione di svantaggio alla campagna pubblica, esposto alle accuse di aver condotto trattative a porte chiuse. Quando le 1’800 pagine saranno rese pubbliche, la narrazione impostata in queste prime settimane determinerà se l’accordo sarà visto come un progetto di prosperità o come una rinuncia alla sovranità. La Svizzera è a un bivio e la gestione di questi documenti è la prima grande prova della capacità del governo di guidare il Paese attraverso la sfida di politica estera più complessa di una generazione.