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Swiss Observer

Il ministro svizzero degli affari esteri a Mosca per colloqui decisivi nell’ambito dell’OSCE

In qualità di presidente in carica dell’OSCE, il ministro degli affari esteri svizzero Ignazio Cassis si trova a Mosca per colloqui decisivi con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. La visita mira a trovare vie verso una «pace giusta e duratura» in Ucraina, in un clima geopolitico teso, reso ancora più delicato dalla recente scadenza dell’ultimo trattato nucleare tra Stati Uniti e Russia.

Il ministro svizzero degli affari esteri a Mosca per colloqui decisivi nell’ambito dell’OSCE
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Ignazio Cassis si è addentrato nella tana del leone geopolitico. Per la prima volta dall’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, un ministro svizzero degli affari esteri è sul posto a Mosca e cerca di colmare una frattura che ha fatto crollare la sicurezza europea. Arrivato giovedì per una visita decisiva di due giorni, Cassis non rappresenta soltanto la Svizzera: porta sulle spalle anche il peso dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), di cui è presidente in carica. La sua missione è esplicita e ambiziosa: trovare una via verso una «pace giusta e duratura».

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Mentre i leader occidentali hanno in gran parte evitato Mosca, Cassis scommette che il ruolo storico della Svizzera come mediatrice possa ancora produrre risultati dove altri hanno fallito. Venerdì è previsto un incontro con il ministro degli affari esteri russo Sergei Lavrov, un faccia a faccia che si preannuncia gelido quanto l’inverno moscovita. La visita fa seguito a una tappa a Kyiv, dove Cassis ha incontrato il presidente Volodymyr Zelensky, e colloca la Svizzera nel ruolo di unico canale ancora attivo tra le capitali in guerra. In un mondo di collegamenti interrotti, Cassis cerca di riattivare il circuito diplomatico prima che si guasti del tutto.

Nel baratro nucleare

Lo sfondo di questi colloqui è a dir poco apocalittico. Mentre Cassis stringe mani a Mosca, l’architettura della sicurezza globale ha appena subito un cedimento strutturale catastrofico. Il 5 febbraio è scaduto il trattato New START, l’ultimo accordo nucleare ancora in vigore tra Washington e Mosca. Per la prima volta in oltre 50 anni, non esistono più limiti agli arsenali nucleari delle due superpotenze mondiali. Il tetto di 1’550 testate strategiche per Paese è svanito da un giorno all’altro, facendo temere una corsa agli armamenti senza freni.

Il pericolo è tangibile. L’Orologio dell’Apocalisse segna ora 85 secondi alla mezzanotte, il punto più vicino all’autodistruzione mai raggiunto dall’umanità. Russia e Stati Uniti controllano quasi il 90% delle 12’000 armi nucleari presenti nel mondo: l’eliminazione delle misure di salvaguardia costituisce un’emergenza grave. Alicia Sanders-Zakre dell’ICAN ha definito la situazione «preoccupante», avvertendo che una nuova corsa agli armamenti porterebbe i livelli di rischio a livelli inaccettabili. Cassis non sta negoziando soltanto la pace in Ucraina: opera in un mondo in cui la rete di sicurezza nucleare è stata ridotta a brandelli.

In bilico sulla neutralità

La Svizzera cammina su una linea sottilissima tra la neutralità tradizionale e l’allineamento ai valori europei. Il Cremlino non ha nascosto il proprio disprezzo per la situazione attuale e ha accusato l’OSCE di essere uno «strumento dell’Occidente». Secondo i funzionari russi, adottando le sanzioni dell’UE, Berna ha rinunciato alla propria neutralità, «sottomettendosi di fatto alla NATO». Questa ostilità rende il compito di Cassis quasi erculeo. Deve convincere Lavrov che la Svizzera resta un intermediario imparziale e, al tempo stesso, sostenere il rispetto del diritto internazionale per quanto riguarda la sovranità dell’Ucraina.

Lo scetticismo è reciproco e radicato. Cassis insiste sul dialogo con «tutte le parti», ma nelle dichiarazioni del Ministero degli affari esteri russo prima dell’incontro la guerra in Ucraina è stata ignorata, con l’attenzione rivolta invece alle «azioni distruttive» dei Paesi occidentali. Questa divergenza mette in luce l’enorme distanza che Cassis deve colmare. Cerca di sfruttare la presidenza dell’OSCE, basata sul consenso, per avviare un dialogo che nessuna delle due parti sembra pronta ad affrontare. Dimostra così che la neutralità svizzera non è passiva: è un impegno concreto e tenace, assunto nonostante le critiche più dure.

Un organismo di controllo paralizzato

L’organizzazione guidata da Cassis lotta per la propria sopravvivenza. Un tempo pilastro della stabilità europea, l’OSCE si trova oggi in uno «stato miserabile», paralizzata da blocchi interni e dalla mancanza di fondi. Poiché per le decisioni importanti i 57 Stati membri devono raggiungere il consenso, l’organizzazione è di fatto paralizzata dalle ostruzioni russe e dal disimpegno occidentale. A Vienna il dialogo autentico si è interrotto ed è stato sostituito da monologhi di accuse reciproche.

Se Cassis non riuscirà a sbloccare questa paralisi diplomatica, l’OSCE rischia di diventare irrilevante proprio nel momento in cui è più necessaria. Il mandato dell’organizzazione, mantenere un ordine di pace europeo, è messo a dura prova. Le aspettative di una svolta a Mosca sono indubbiamente basse, ma l’alternativa è il collasso totale dell’unica piattaforma a cui Russia, Ucraina, Stati Uniti ed Europa siedono ancora allo stesso tavolo. Nell’incontro con Lavrov, Cassis si batte non solo per la pace in Ucraina, ma anche per evitare il crollo completo dell’infrastruttura diplomatica che tiene unita l’Europa dalla fine della Guerra fredda.