servizi informativi
La riforma dei servizi informativi svizzeri non convince e cresce il malcontento del personale
Le tensioni interne persistono al Servizio delle attività informative della Confederazione nonostante gli sforzi di ristrutturazione. L’associazione del personale dichiara falliti i tentativi di modernizzazione.

L’ambiziosa modernizzazione del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) non si è semplicemente arenata: è finita fuori strada. In una valutazione severissima che fa crollare la facciata dell’ordine burocratico, l’Associazione del personale della Confederazione (APC) ha dichiarato definitivamente falliti gli sforzi di ristrutturazione. Dal 2024 il servizio ha cercato di riorganizzare le proprie unità e i processi di lavoro, ma invece di rendere più efficiente la sicurezza, le riforme hanno sepolto l’agenzia sotto il caos amministrativo.
«Ora cerchiamo di sgomberare le macerie e limitare i danni», dichiara Jérôme Hayoz, segretario generale dell’APC. Non si tratta di una semplice lamentela, ma di una denuncia di un sistema allo sbando. Nonostante le promesse della direzione di sostenere il personale, la realtà sul campo è cupa. Il personale, già sottoposto a forte pressione per la natura impegnativa della sicurezza nazionale, deve ora fare i conti con un esperimento organizzativo fallito, che ha prodotto, nel migliore dei casi, «risultati limitati». Il divario tra le «belle dichiarazioni» dell’amministrazione e la realtà operativa non è mai stato così ampio, lasciando l’apparato informativo nazionale in una situazione di grave vulnerabilità.
Esodo ai vertici dopo dati catastrofici
Il tumulto al SIC è documentato da dati inconfutabili e allarmanti. Un sondaggio interno svolto nell’autunno 2024 ha prodotto quelli che gli addetti ai lavori descrivono come «risultati catastrofici» per la direzione dell’agenzia. Le conseguenze sono state immediate e gravi. Nel febbraio 2025 il direttore del SIC Christian Dussey ha annunciato le proprie dimissioni, una decisione che segnala una profonda crisi ai vertici dei servizi informativi svizzeri.
Prima di lasciare l’incarico, Dussey aveva promesso nuove misure per placare la crescente rabbia, ma secondo l’APC la situazione è cambiata ben poco. «La situazione attuale non è migliorata molto dalla pubblicazione dei risultati disastrosi», afferma senza mezzi termini Hayoz. La cronologia rivela una direzione più reattiva che proattiva: un sondaggio disastroso alla fine del 2024, seguito da dimissioni di alto profilo all’inizio del 2025. Questo vuoto ai vertici costringe Marc Siegenthaler, alto funzionario del Dipartimento della difesa, a intervenire e ad affiancare la direzione fino alla fine dell’anno, in un tentativo disperato di stabilizzare una nave che imbarca acqua rapidamente.
Una cultura tossica del silenzio
Oltre ai problemi strutturali si profila una minaccia più insidiosa: una diffusa cultura della paura. L’APC ha denunciato un ambiente interno tossico, in cui la comunicazione si è interrotta e il dissenso viene attivamente represso. In un’organizzazione in cui l’informazione è una risorsa preziosa, il dialogo interno viene soffocato da superiori ansiosi di mantenere il controllo.
«Alcuni superiori cercano di soffocare le critiche», avverte Hayoz, sottolineando la pericolosa distanza tra la base e i vertici. Questa repressione suscita «costernazione tra il personale» e crea una forza lavoro non solo oberata, ma anche timorosa di esprimersi. Quando gli ufficiali dei servizi informativi temono la propria direzione più delle minacce esterne, l’integrità dell’intero servizio è compromessa. Le accuse del sindacato dipingono il quadro di un’agenzia in lotta con sé stessa, dove le legittime preoccupazioni per le riforme fallite incontrano il silenzio anziché le soluzioni.
Perdita di personale qualificato e negazione
La crisi si misura ormai con le scrivanie vuote. Il SIC sta perdendo personale qualificato a un ritmo allarmante: il responsabile delle risorse umane lascia l’incarico appena un anno e mezzo dopo averlo assunto. Questa partenza ai vertici è sintomatica di una tendenza più ampia alla fluttuazione del personale, superiore a quella di altri dipartimenti federali. Eppure, di fronte a questo esodo, la comunicazione del SIC sembra oscillare tra diverse forme di negazione.
Un portavoce del servizio respinge le accuse di un «clima di paura» e sostiene che la ristrutturazione prosegue «in modo costante». Afferma che il tasso di fluttuazione, benché superiore alla media della Confederazione, è «del tutto paragonabile a quello del settore privato in fase di cambiamento». Questo tentativo di normalizzare la partenza di personale chiave stride nettamente con la descrizione del sindacato, che parla di una forza lavoro in difficoltà. Mentre l’agenzia cerca di orientare il racconto, la realtà resta: il SIC sta perdendo proprio le persone di cui ha bisogno per proteggere la Svizzera, e le «macerie» della riforma continuano ad accumularsi.