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L’economia svizzera rimbalza: crescita modesta dello 0,2% del PIL a fine 2025
Secondo i nuovi dati della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), nel quarto trimestre del 2025 l’economia svizzera è cresciuta di un modesto 0,2%. Questa fragile ripresa segue la contrazione del trimestre precedente, causata dall’impatto dei dazi statunitensi sui settori chimico e farmaceutico.

La Svizzera torna in territorio positivo, ma il risultato è risicato. Nel quarto trimestre del 2025 l’economia nazionale è riuscita a mettere a segno una modesta crescita dello 0,2%, fermando di fatto una pericolosa scivolata verso la recessione. Questa ripresa cruciale arriva dopo la pesante contrazione dello 0,5% del terzo trimestre, un crollo che ha fatto tremare l’Amministrazione federale a Berna. Secondo gli ultimi dati della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), il Paese ha evitato per un soffio una fase prolungata di debolezza, ma il clima resta teso.
Il ritorno in territorio positivo è un sollievo, ma gli esperti mettono in guardia da facili entusiasmi. Arthur Jurus, responsabile degli investimenti di Oddo BHF Svizzera, avverte che «l’attività economica è ancora fragile». I dati confermano questa prudenza: l’aumento dello 0,2% è ben lontano da un boom, si tratta piuttosto di una stabilizzazione in un contesto globale volatile. La ripresa non è stata trainata da una crescita generalizzata, bensì da un recupero faticoso guidato dal settore dei servizi, che è riuscito a compensare la stagnazione che pesa sul cuore industriale del Paese. La Svizzera ha fermato l’emorragia, ma la ferita è tutt’altro che rimarginata.
Lo shock dei dazi di Trump
Il principale responsabile delle recenti turbolenze economiche è inequivocabile: Washington. Nell’agosto 2025 il presidente statunitense Donald Trump ha colto di sorpresa il mondo politico svizzero imponendo un dazio del 39% sulle importazioni provenienti dal Paese alpino. Questa mossa aggressiva, una delle più pesanti della sua campagna globale sui dazi, ha frenato immediatamente le esportazioni svizzere, causando direttamente la contrazione del PIL registrata nel terzo trimestre. I giganti della chimica e del farmaceutico, solitamente pilastri della prosperità svizzera, sono stati duramente colpiti quando il loro principale mercato d’esportazione è diventato da un giorno all’altro proibitivo.
La diplomazia svizzera si è però mossa in fretta per limitare i danni. A novembre è stato raggiunto un accordo di grande portata. Gli Stati Uniti hanno accettato di ridurre i dazi al 15%, ancora un onere, ma gestibile. Il prezzo di questo sollievo? Un impegno massiccio del governo svizzero a investire 200 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Questa manovra diplomatica ha probabilmente evitato il peggio nel quarto trimestre, ma le cicatrici psicologiche e finanziarie restano. Come osserva la SECO, «gli esportatori sono stati penalizzati dal difficile contesto internazionale»: una formula burocratica cortese per descrivere una guerra commerciale che ha rischiato di far deragliare l’economia svizzera.
Due settori a velocità diverse
Dietro al dato complessivo della crescita si cela un’economia nettamente divisa. La Svizzera procede a due velocità. Il Ministero dell’economia è stato chiaro nella sua valutazione: «Il settore dei servizi ha registrato una leggera crescita, mentre quello industriale è rimasto stagnante». È stato il settore dei servizi, con attività bancarie, assicurative e servizi interni, a farsi carico del grosso del lavoro per portare il PIL in territorio positivo. Sono gli eroi silenziosi di questo trimestre: hanno dimostrato resilienza anche mentre i venti globali soffiavano freddi.
Al contrario, il settore industriale continua a fare i conti con le ripercussioni della disputa commerciale. Il settore farmaceutico è riuscito a registrare una crescita del valore aggiunto, confermando la sua storica capacità di resistere alle fasi di crisi economica, ma ciò non è bastato a compensare interamente le flessioni degli altri comparti. Thomas Gitzel, capo economista di VP Bank, sottolinea la gravità della situazione: «La flessione registrata nel terzo trimestre non può essere compensata». Per i produttori orientati all’esportazione, ciò significa che il terreno perso è irrecuperabile. I settori delle macchine e dei metalli continuano a confrontarsi con una dura realtà, caratterizzata da una domanda estera debole e da condizioni di concorrenza distorte dal protezionismo.
Il contesto storico e il franco forte
Considerando l’intero anno, i dati restituiscono un quadro mediocre. Nel 2025 il PIL svizzero è cresciuto dell’1,4%. Il risultato supera l’1,2% dell’anno precedente e l’1,3% del 2023, ma resta deludente rispetto agli standard storici. La SECO sottolinea che il dato è «ben al di sotto del tasso di crescita medio del Paese», pari all’1,8% dal 1981. L’economia cresce, ma procede a passo lento rispetto al dinamismo dei decenni passati.
A rendere la situazione più difficile è il persistente vigore del franco svizzero. La valuta si è apprezzata nettamente nell’aprile 2025 e da allora è rimasta ostinatamente forte. Se da un lato protegge i consumatori svizzeri dall’inflazione importata, sostenendo il potere d’acquisto interno, dall’altro pesa come un macigno sugli esportatori. Ogni rafforzamento del franco rende orologi, macchinari e cioccolato svizzeri più cari per gli acquirenti esteri. La SECO riconosce che l’apprezzamento del franco è un’arma a doppio taglio: mantiene bassa l’inflazione, ma soffoca proprio i settori che cercano di riprendersi dallo shock dei dazi statunitensi.
Prospettive per il 2026: navigare nell’incertezza
Guardando al 2026, le prospettive sono tutt’altro che serene. Tra gli economisti prevale la prudenza, con accenti vicini al pessimismo. Le previsioni per il prossimo anno sono al massimo modeste: BAK Economics pronostica una crescita fiacca dello 0,9%, mentre banche come J. Safra Sarasin e Raiffeisen sono leggermente più ottimiste, con l’1%. Anche le stime più rosee, come quelle di Oddo BHF, si fermano all’1,2%. Non sono cifre da economia in pieno boom, ma i parametri vitali di un paziente stabile, pur sotto stretta osservazione.
Arthur Jurus riassume bene la situazione: «Queste previsioni delineano un’economia svizzera resiliente, che tuttavia non conoscerà una forte ripresa nel breve termine». La strada da percorrere è disseminata di incertezze. Con la questione dei dazi statunitensi risolta solo in parte e la zona euro in crescita a un ritmo più sostenuto, pari all’1,5%, la Svizzera rischia di restare indietro rispetto ai Paesi vicini. Il Paese deve muoversi in un contesto insidioso, segnato da una domanda estera debole, una valuta molto forte e tensioni geopolitiche persistenti. La resilienza è un tratto distintivo della Svizzera, ma nel 2026 sarà messa a dura prova.