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Swiss Observer

Il paradosso economico svizzero: mercati da record e disoccupazione in aumento

Un’analisi degli indicatori economici contrastanti della Svizzera: l’indice azionario SMI ha superato per la prima volta la soglia dei 14’000 punti, mentre il tasso di disoccupazione aumenta più rapidamente che nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea.

AI25 febbraio 2026Il nostro processo editoriale
Il paradosso economico svizzero: mercati da record e disoccupazione in aumento
AISWI swissinfo.ch

La Svizzera vive attualmente una realtà economica schizofrenica. Da un lato, l’élite finanziaria stappa bottiglie di champagne mentre lo Swiss Market Index (SMI) infrange record storici. Dall’altro, la forza lavoro si trova di fronte a una realtà inquietante: qui la disoccupazione cresce più rapidamente che in quasi tutti i Paesi vicini. Un paradosso sconcertante, in cui il capitale prospera mentre il lavoro arranca.

Questa settimana l’SMI ha superato per la prima volta la soglia psicologica dei 14’000 punti, chiudendo a un record di 14’020 punti. Ma dietro questa facciata di invincibilità finanziaria, l’economia reale si sta incrinando. Mentre nell’Unione europea il tasso di disoccupazione rimane stabile, in Svizzera il numero di persone senza lavoro è aumentato per il secondo anno consecutivo. Assistiamo a una separazione tra l’euforia dei mercati azionari e la dura realtà nei capannoni industriali e negli uffici. Il messaggio è chiaro: la valutazione di un’azienda non equivale alla sicurezza del posto di lavoro.

Le blue chip infrangono i record

A Paradeplatz sono saldamente i rialzisti a dettare legge. Sostenuto dai grandi gruppi alimentari e dai titoli difensivi, l’SMI ha resistito alla gravità che trascina al ribasso i mercati statunitensi e tedeschi. Nestlé ha guadagnato il 2,7%, fungendo da motore principale di questo rally storico, mentre i colossi del cioccolato Barry Callebaut e Lindt&Sprüngli hanno registrato forti rialzi, rispettivamente del 6,3% e del 2,7%.

Gli investitori si allontanano dall’instabilità globale, dalla minaccia incombente di un conflitto tra Stati Uniti e Iran e dalle imprevedibili politiche doganali statunitensi, e investono capitali nel «porto sicuro» svizzero. Come ha osservato un trader, il mercato è sostenuto da «aziende di alta qualità e dalla solidità della valuta nazionale». Nonostante il calo del DAX tedesco e le oscillazioni dei mercati statunitensi, la borsa svizzera è salita dell’1,1% in un solo giorno. È una fuga verso la qualità, ma nasconde le turbolenze che si stanno preparando sotto la superficie dell’economia reale.

Il mercato del lavoro perde slancio

Mentre i portafogli si gonfiano, il mercato del lavoro si contrae a un ritmo allarmante. In soli dodici mesi, il tasso di disoccupazione secondo la definizione dell’ILO è passato dal 4,7% al 5,1%. Il contrasto con i Paesi vicini è netto: nell’UE la disoccupazione è rimasta stabile al 5,7%, mentre in Italia si attesta al 5,6%. Anche in Germania e in Francia gli aumenti sono stati più contenuti rispetto al balzo registrato in Svizzera.

Il mito della Svizzera come «isola della piena occupazione» si sta sgretolando. Stefan Heini dell’Unione svizzera degli imprenditori lo afferma senza mezzi termini: «Le aziende devono reagire rapidamente riducendo il personale o congelando le assunzioni». Il mercato del lavoro svizzero, tradizionalmente apprezzato per la sua flessibilità, reagisce ora con estrema rapidità alle difficoltà economiche. Il divario tra la Svizzera e i suoi omologhi europei si sta riducendo e, per i lavoratori svizzeri, è una tendenza preoccupante.

La trappola delle esportazioni

Qual è la causa di questo raffreddamento del mercato del lavoro? Una miscela tossica di tensioni geopolitiche e forza della valuta. La Svizzera sta pagando il prezzo del proprio successo. Il franco svizzero si è apprezzato fino a 0,76 rispetto al dollaro statunitense, raggiungendo il livello più alto dal 2015 e soffocando la competitività delle aziende orientate all’esportazione.

A peggiorare la situazione ci sono i dazi statunitensi, saliti al 39% prima di essere ridotti al 15% nel 2025. Come avverte Giovanni Ferro-Luzzi dell’Università di Ginevra, «La Svizzera dipende fortemente dalle esportazioni, perciò la situazione economica globale può avere un impatto maggiore che nei Paesi dell’UE». A differenza delle economie dell’UE, più protette dalla domanda interna, la Svizzera è esposta in pieno al protezionismo commerciale statunitense. Quando Washington starnutisce, l’industria svizzera prende il raffreddore e taglia posti di lavoro.

Farmaceutica e banche pagano il prezzo

Le conseguenze non sono distribuite in modo uniforme, ma si concentrano nei settori di punta dell’economia svizzera. Il comparto farmaceutico e delle scienze della vita, a lungo considerato al riparo dalle recessioni, sta perdendo personale qualificato: nel 2025 ha rappresentato quasi il 30% di tutti i licenziamenti. È un colpo senza precedenti per uno dei pilastri della prosperità svizzera.

Nel frattempo, il settore bancario continua a fare i conti con le conseguenze della storica fusione tra Credit Suisse e UBS, eliminando doppioni nelle posizioni. Anche l’iconica industria orologiera è sotto pressione: lo scorso anno ha perso 835 posti di lavoro e le esportazioni sono diminuite per il secondo anno consecutivo. Mentre il lavoro ridotto salva alcuni impieghi nei settori meccanici, l’ondata di tagli tra gli impiegati qualificati di banche e aziende farmaceutiche segnala un cambiamento strutturale. L’economia svizzera si sta trasformando e, in questo momento, lascia indietro migliaia di lavoratori qualificati.