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Swiss Observer

Il ruolo diplomatico della Svizzera messo alla prova dalle tensioni in Medio Oriente

Il mandato della Svizzera quale potenza protettrice affronta nuove sfide: Teheran ha convocato l’ambasciatrice svizzera in seguito all’escalation nella regione.

Il ruolo diplomatico della Svizzera messo alla prova dalle tensioni in Medio Oriente
AISWI swissinfo.ch

La neutralità è sotto pressione, mentre il fragile equilibrio diplomatico che la Svizzera cerca di mantenere in Medio Oriente è sottoposto a una prova violenta. Dopo un audace attacco aereo israeliano contro il programma nucleare iraniano, il 13 giugno 2025, le ripercussioni geopolitiche sono arrivate immediatamente a Berna. In un gesto che segnala un grave deterioramento dei canali di comunicazione, le autorità iraniane hanno convocato al Ministero degli affari esteri l’ambasciatrice svizzera Nadine Olivieri. Non si tratta di una semplice formalità procedurale, ma di uno scontro diretto con l’Occidente, mediato dalla Svizzera.

La situazione sul terreno è passata dalla tensione alla guerra aperta. Il segretario di Stato Alexandre Fasel ha confermato la convocazione, ma a Teheran la situazione è caotica. Le notizie confermano che gli attacchi successivi hanno devastato infrastrutture importanti, tra cui il Ministero del petrolio e il quartier generale della polizia. Il mandato della Svizzera quale potenza protettrice, spesso celebrato come un esempio dell’utilità della diplomazia, opera ora in una zona di guerra. La convocazione dell’ambasciatrice Olivieri sottolinea la posizione precaria dei diplomatici svizzeri, chiamati a trasmettere messaggi tra nemici mentre le bombe cadono sulla città in cui vivono. L’illusione dell’immunità diplomatica si sgretola di fronte alla dura realtà della guerra combattuta sul campo.

Un mandato sotto assedio

Il celebre «canale svizzero», il mandato di potenza protettrice che rappresenta gli interessi statunitensi in Iran, vacilla sotto il peso di un’aggressione militare senza precedenti. Da decenni la Svizzera funge da postino tra Washington e Teheran, ma un postino non può lavorare se la buca delle lettere è in fiamme. I limiti di questo ruolo sono ormai evidenti. Nonostante l’importanza del mandato, la Svizzera non dispone dell’influenza necessaria per allentare una crisi di questa portata.

La chiusura dell’ambasciata svizzera a Teheran il 16 giugno segna una svolta cruciale. Citando il «conflitto in escalation», l’ambasciata ha chiuso i battenti mentre gli attacchi israeliani colpivano zone residenziali e dormitori per studenti. La chiusura è una chiara ammissione del collasso della situazione di sicurezza. Il ministro degli affari esteri Ignazio Cassis ha confermato che i sistemi di allarme a Teheran hanno dato al personale il tempo di mettersi al riparo, ma la capacità operativa della missione svizzera è ormai di fatto paralizzata. Il mandato si basa sulla presenza e sul dialogo; con l’ambasciata chiusa e il personale al riparo, la capacità della Svizzera di mediare o persino comunicare in modo efficace è fortemente compromessa.

Cittadini nel mirino

Oltre 29’000 cittadini svizzeri si trovano attualmente sull’orlo del precipizio. La disparità nell’esposizione al rischio è impressionante: in Iran risiedono appena 200 cittadini svizzeri, mentre in Israele la comunità ne conta ben 29’000. Questa realtà demografica costringe Berna a confrontarsi con una doppia crisi di proporzioni disuguali. Il Consiglio federale monitora la situazione con estrema urgenza, ma organizzare un eventuale sostegno o un’evacuazione in una regione travolta da una guerra aerea in corso è un’impresa da incubo.

A Teheran, per le strade si avverte il panico. Testimoni descrivono un traffico paralizzato, mentre gli abitanti cercano di fuggire dalla capitale temendo nuovi attacchi contro obiettivi governativi come il Ministero del petrolio. La numerosa comunità svizzera in Israele, invece, è esposta al rischio di rappresaglie. Il ministro degli affari esteri Cassis ha sottolineato che tutto il personale svizzero è al momento al sicuro, ma la sicurezza è quanto mai precaria. Con zone residenziali e dormitori già colpiti a Teheran, la distinzione tra obiettivi militari e civili sta scomparendo. Il Governo svizzero è messo alla prova: deve garantire la sicurezza dei propri cittadini in un teatro di guerra in cui le regole d’ingaggio internazionali vengono rapidamente accantonate.

Un orizzonte senza speranza

L’ottimismo è stato completamente spazzato via. In un raro momento di schietta franchezza, il ministro degli affari esteri Ignazio Cassis è rientrato dalla sua missione diplomatica in Medio Oriente descrivendo la situazione come «praticamente senza speranza». Non è il linguaggio diplomatico della prudenza, ma una dichiarazione di fallimento della comunità internazionale. Cassis, che aveva visitato Israele e la Cisgiordania pochi giorni prima degli attacchi, ha ammesso di non aver previsto la portata dell’attacco israeliano contro il programma nucleare iraniano.

«Il conflitto è talmente complesso che forse l’unica soluzione è scomporlo nei singoli problemi», ha dichiarato Cassis, indicando un abbandono dei grandi piani di pace in favore della semplice gestione delle crisi. La condanna del Consiglio federale all’uso della forza risuona vuota di fronte al fragore degli attacchi aerei. Poiché solo gli Stati Uniti hanno un quadro chiaro delle operazioni militari, la Svizzera è costretta a orientarsi nella nebbia della guerra con una visibilità limitata. La direzione è chiara e allarmante: la regione si destabilizza più rapidamente di quanto la diplomazia riesca a porvi rimedio e il ruolo della Svizzera passa da quello di mediatrice attiva a quello di testimone impotente.