economia
Le preoccupazioni svizzere per l’oro russo via Asia centrale
Il governo ammette che oro russo soggetto a sanzioni potrebbe entrare in Svizzera passando dal Kazakistan e dall’Uzbekistan

Con un’ammissione sorprendente che mette in luce la fragilità dell’applicazione delle sanzioni internazionali, il governo svizzero ha riconosciuto ufficialmente di non poter garantire che l’oro russo non stia entrando nel mercato interno. Berna deve fare i conti con la possibilità che gli scambi commerciali con il Kazakistan e l’Uzbekistan siano contaminati da beni soggetti a sanzioni. Questa ammissione cruciale infrange l’illusione di un regime sanzionatorio a prova di falle e conferma ciò che gli investigatori sospettavano da tempo: la piazza svizzera dell’oro è vulnerabile.
La dichiarazione del governo, pubblicata a fine novembre, è chiara e inequivocabile. Le autorità «non possono escludere» che l’oro importato in Svizzera dall’Asia centrale sia stato estratto originariamente in Russia. Questo riconoscimento segna un’importante svolta rispetto alle precedenti rassicurazioni sui rigorosi controlli. Mette in evidenza l’incapacità sistemica di tracciare la vera provenienza dei metalli preziosi una volta che attraversano i Paesi intermediari, gettando un’ombra lunga sull’impegno della Svizzera a isolare l’economia russa.
La falla della rifusione viene alla luce
Il meccanismo che potrebbe permettere di aggirare le sanzioni è tanto semplice quanto efficace: la rifusione. Dopo essere stato estratto, l’oro russo può essere trasportato in Paesi terzi come il Kazakistan o l’Uzbekistan, lavorato di nuovo e contrassegnato con una nuova indicazione di provenienza. Berna ammette ora che questo processo di «riciclaggio» cancella di fatto la storia del metallo prima che arrivi ai confini svizzeri.
«La Svizzera non può escludere la possibilità che l’oro russo venga rifuso», ha dichiarato il governo, confermando l’esistenza di una grave lacuna nella catena globale di approvvigionamento. Una volta lavorato in Asia centrale, l’oro cambia legalmente identità, perdendo quella russa e aggirando l’embargo. Questo tecnicismo consente a quantità potenzialmente ingenti di ricchezza soggetta a sanzioni di affluire senza ostacoli nei mercati occidentali. Le autorità svizzere ammettono di non disporre degli strumenti per distinguere l’oro legittimamente proveniente dall’Asia centrale dai lingotti russi riciclati.
Il Parlamento chiede di fare chiarezza
L’ammissione del governo non è stata spontanea, ma è stata provocata da un’interrogazione puntuale a Palazzo federale. Jean Tschopp, del Partito socialista, con il sostegno di quasi altri 20 parlamentari, ha chiesto se la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e l’Ufficio centrale per il controllo dei metalli preziosi (CMP) avessero davvero la situazione sotto controllo. I loro dubbi hanno ora trovato conferma.
L’interpellanza chiedeva in particolare se questi organi federali potessero escludere che l’oro importato dall’Uzbekistan e dal Kazakistan fosse stato estratto in Russia dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina. La risposta, un deciso «no», mette la SECO sotto forte pressione affinché rafforzi i controlli. Questo confronto politico evidenzia la crescente preoccupazione in seno al Parlamento svizzero: l’infrastruttura economica del Paese potrebbe essere usata per finanziare una guerra a cui la Svizzera si oppone ufficialmente.
Un’impennata sospetta degli scambi
La tempistica di queste importazioni è a dir poco allarmante. Un’inchiesta di SWI swissinfo.ch ha rivelato un «balzo spettacolare» delle importazioni di oro dall’Uzbekistan e dal Kazakistan a partire dalla fine del 2021, in concomitanza diretta con l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche e con la successiva guerra in Ucraina. Mentre altre rotte commerciali si prosciugavano, il corridoio dell’Asia centrale ha registrato un’impennata dei volumi.
Svizzera e Regno Unito sono praticamente gli unici Paesi a importare oro da queste due ex repubbliche sovietiche. Questa esclusività fa del mercato svizzero la principale destinazione di questi flussi sospetti. Gli esperti avvertono che l’enorme quantità di oro che transita lungo queste rotte, unita agli stretti legami economici tra l’Asia centrale e Mosca, comporta un «rischio elevato» di aggiramento delle sanzioni. I dati delineano una catena di approvvigionamento ridirezionata e pongono la Svizzera al centro di una tempesta globale sul rispetto delle regole.