economia
Il franco forte allarma gli esportatori svizzeri mentre Trump torna a parlare di dazi
Le industrie svizzere esportatrici, dalla farmaceutica all’orologeria, lanciano l’allarme per il continuo rafforzamento del franco, che erode la loro competitività. Alla pressione economica si aggiungono le nuove dichiarazioni di Donald Trump, che cita il surplus commerciale della Svizzera per giustificare la sua politica tariffaria.

Il motore economico della Svizzera sta perdendo colpi sotto un doppio attacco brutale. Il franco svizzero è salito fino a un soffocante CHF 0,77 per dollaro, raggiungendo il livello più alto dalla rivalutazione shock del 2015. Questo balzo della valuta non è una semplice statistica: rappresenta una minaccia esistenziale per un’economia in cui le esportazioni generano oltre il 70% del PIL.
Mentre il franco erode senza sosta i margini dall’interno, la pressione esterna si intensifica con forza. Donald Trump ha rinnovato la sua retorica aggressiva, prendendo di mira la Svizzera e accusandola di «approfittarsi» degli Stati Uniti. La convergenza tra una valuta in forte ascesa e una politica commerciale statunitense ostile ha creato una tempesta perfetta per l’industria svizzera. Dalle officine di precisione del Giura ai poli farmaceutici di Basilea, i segnali d’allarme risuonano più forte che da un decennio a questa parte. Il messaggio è chiaro: l’era della competitività facile è finita e la lotta per la sopravvivenza è cominciata.
La crociata tariffaria di Trump
Donald Trump non usa mezzi termini. In una dura intervista a Fox Business, il presidente degli Stati Uniti ha infranto l’immagine di neutralità ed eleganza della Svizzera, dichiarando: «Quando si pensa alla Svizzera... si pensa a qualcosa di ultra chic, ultra perfetto... ma non è così. Lo è solo perché permettiamo loro di approfittarsi di noi.» Citando un deficit commerciale che stima a oltre 41 miliardi di dollari, Trump aveva inizialmente imposto alle merci svizzere dazi punitivi del 39%, una mossa che ha provocato onde d’urto a Berna.
I calcoli del presidente, tuttavia, raccontano una storia selettiva. Il deficit statunitense nel commercio di beni ammonta a circa 38 miliardi di dollari, ma questa cifra non tiene conto dell’ampio surplus degli Stati Uniti nel settore dei servizi. Includendo i servizi, il deficit effettivo si riduce a soli 8 miliardi di dollari, una frazione della cifra citata per giustificare la stretta. Nonostante questi dati, la linea politica di Washington resta ostile: Trump ha deriso la difesa del Paese da parte dell’ex presidente Karin Keller-Sutter e ha avvertito che, senza la generosità americana, l’economia svizzera non guadagnerebbe «assolutamente nulla».
L’industria vede erodersi gli utili
«Il franco svizzero è un dazio permanente per le aziende svizzere», avverte il finanziere Cedric Jacque, e i bilanci gli danno ragione. Il contraccolpo è immediato e pesante. Colossi come Roche e Swatch Group hanno già segnalato un impressionante calo del 5% delle vendite nel 2025 direttamente imputabile al rafforzamento della valuta.
Per le piccole e medie imprese (PMI), la situazione è critica. Nicola R. Tettamanti, di Swissmechanic, avverte che gli aumenti di produttività non possono più mascherare i danni e afferma senza mezzi termini: «Questa sfida non può essere compensata all’infinito.» I calcoli non lasciano scampo: secondo UBS, per ogni punto percentuale guadagnato dal franco, le società svizzere quotate subiscono in media un calo degli utili dello 0,9%. Con il franco in rialzo del 3% quest’anno, dopo un balzo del 14% l’anno scorso, la redditività viene erosa a un ritmo allarmante, mettendo a rischio le fondamenta stesse dell’industria svizzera.
La tregua da miliardi
Stretta nella morsa economica, la diplomazia svizzera ha adottato un approccio transazionale. A novembre è stata negoziata una fragile tregua, che ha ridotto i dazi proibitivi dal 39% al 15%, ma il prezzo da pagare è stato elevato. Secondo quanto riferito, i rappresentanti delle imprese svizzere si sono presentati a Washington con «generosi regali» e, soprattutto, ingenti impegni di investimento.
L’accordo si basa sulla promessa di investimenti delle aziende svizzere negli Stati Uniti per un massimo di 200 miliardi di dollari. I colossi farmaceutici Roche e Novartis guidano l’iniziativa e hanno annunciato piani per investire miliardi in nuovi stabilimenti americani. Questa «diplomazia degli investimenti» ha garantito un sollievo temporaneo, ma solleva interrogativi scomodi. Trump la considera una prova che le sue intimidazioni funzionano e sostiene che le aziende trasferiscono la produzione negli Stati Uniti per evitare i dazi. Per la Svizzera è una scommessa ad alto rischio: pagare un riscatto in capitali d’investimento per mantenere aperti i canali commerciali, sperando che la «tregua» non venga revocata da un momento all’altro.
Prospettive di mercato: turbolenze in arrivo
Gli investitori votano con i piedi e si lasciano la Svizzera alle spalle. L’indice di riferimento Swiss Market Index (SMI) è riuscito a guadagnare appena il 2% quest’anno, restando nettamente indietro rispetto all’aumento del 4% dello Stoxx Europe 600 e al balzo del 5% dell’FTSE 100 di Londra. La valuta «rifugio» è diventata una trappola per gli investitori azionari, penalizzando le valutazioni di aziende di livello mondiale.
La Banca nazionale svizzera (BNS) si trova in una situazione difficile. Un taglio dei tassi potrebbe teoricamente frenare la valuta, ma la volatilità geopolitica che alimenta lo status di «bene rifugio» del franco sfugge al suo controllo. Il testo giuridico dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti è ancora in fase di negoziazione e l’imprevedibilità di Trump resta una costante: le prospettive sono quindi volatili. La Svizzera percorre una strada stretta, tra una valuta troppo forte e un partner commerciale troppo aggressivo, mentre la prosperità del Paese è in bilico.