Economia
La pressione degli Stati Uniti sulla politica monetaria mette la BNS alle strette
La Banca nazionale svizzera è sotto pressione mentre Washington intensifica le critiche ai suoi interventi sul mercato dei cambi. Il Consiglio federale ha convocato il presidente della BNS Martin Schlegel per colloqui ad alto livello.

La Banca nazionale svizzera (BNS) si trova attualmente stretta in una delicata morsa geopolitica, mentre Washington intensifica la sua offensiva contro la sovranità monetaria di Berna. In una mossa senza precedenti, il Consiglio federale ha convocato il presidente della BNS Martin Schlegel per consultazioni d’emergenza, nel tentativo di destreggiarsi in un campo minato diplomatico. Gli Stati Uniti guardano da tempo con profondo sospetto agli interventi svizzeri sul mercato dei cambi, ma i toni sono ora diventati apertamente ostili. Nonostante una dichiarazione congiunta dello scorso settembre, concepita per distendere i rapporti, l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump ha vanificato ogni senso di sicurezza. Washington mantiene una vigilanza incessante, alimentata da un persistente surplus commerciale che i funzionari statunitensi considerano un affronto economico. Berna cerca di minimizzare il rischio di una guerra commerciale, ma la realtà è chiara: la Svizzera è di nuovo nel mirino della più grande economia mondiale, accusata di manipolare il franco per ottenere un vantaggio sleale sui mercati globali.
L’apprezzamento del 27% mette in difficoltà gli esportatori svizzeri
Un apprezzamento del franco svizzero del 27% rispetto all’euro nell’arco dell’ultimo decennio ha trasformato la valuta nazionale in un’arma a doppio taglio. Per gli esportatori svizzeri, questa incessante ascesa è più dannosa di qualsiasi dazio estero. La BNS sostiene che i suoi interventi, pari a soli 5,5 miliardi di CHF lo scorso anno, siano strumenti essenziali per mantenere la stabilità dei prezzi e prevenire una catastrofica spirale deflazionistica. Rispetto all’enorme ondata di acquisti per 86 miliardi di CHF nel 2015, le recenti operazioni della banca appaiono contenute, ma restano comunque un punto di scontro con le autorità di regolamentazione statunitensi. Un franco forte rende meno care le importazioni per i consumatori svizzeri, ma minaccia di svuotare la base industriale, rendendo i prodotti svizzeri proibitivi all’estero. La BNS si trova in una posizione impossibile: intervenire e rischiare l’etichetta di «manipolatrice» da parte del Tesoro statunitense, oppure restare a guardare mentre l’economia nazionale cede sotto il peso di una valuta sopravvalutata.
Sezione 301: la politica commerciale trasformata in un’arma
Gli Stati Uniti hanno ufficialmente trasformato la politica commerciale in un’arma, invocando la Sezione 301, una disposizione draconiana che consente di adottare misure aggressive contro pratiche commerciali ritenute sleali. La mossa arriva dopo un periodo caotico in cui la Corte suprema degli Stati Uniti ha annullato i dazi precedenti, spingendo l’amministrazione a introdurre in risposta un prelievo generalizzato del 10% su tutte le importazioni. La Svizzera si trova ora in una precaria «lista di sorveglianza», una designazione che comporta la minaccia di pesanti sanzioni economiche. Al centro della controversia resta il surplus commerciale, un «motivo di irritazione» che si trascina da anni. I funzionari statunitensi sostengono che la Svizzera sovvenzioni di fatto la propria prosperità a scapito dei produttori statunitensi. La BNS respinge però interamente questa narrazione, affermando che il suo mandato consiste nel garantire la stabilità dei prezzi interni, non nella svalutazione competitiva. La tensione è palpabile: la scadenza del 31 marzo per un accordo commerciale è passata senza intesa, lasciando le imprese svizzere in una situazione di angosciante incertezza, mentre incombe la minaccia di indagini ai sensi della Sezione 301.
Schlegel tiene testa alla superpotenza
Di fronte alla crescente pressione statunitense, il presidente della BNS Martin Schlegel mostra una ferma determinazione. Ha chiarito senza mezzi termini che il rischio di essere etichettata come manipolatrice valutaria non dissuaderà la banca dal perseguire la propria missione. «Il rischio di essere etichettata come manipolatrice non dissuaderà la banca dall’agire», afferma Schlegel, segnalando che l’indipendenza della BNS non è negoziabile. Questa posizione decisa arriva in un momento cruciale per la Svizzera. L’Autorità monetaria di Singapore è una delle poche altre istituzioni a intervenire sistematicamente sui mercati, ma le dimensioni degli interventi della BNS e lo status del franco quale valuta rifugio la rendono oggetto di un controllo particolare. Guardando al futuro, lo scontro tra le necessità monetarie svizzere e le ambizioni politiche statunitensi sembra inevitabile. Mentre il Consiglio federale e la BNS cercano di coordinare una risposta, il messaggio a Washington è chiaro: la Svizzera darà la priorità alla propria sopravvivenza economica rispetto alla convenienza diplomatica, a prescindere dalle minacce provenienti dalla Casa Bianca.