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Swiss Observer

Sandoz alle prese con la minaccia dei dazi statunitensi sui farmaci generici

Il colosso farmaceutico Sandoz, con sede a Basilea, segue attentamente una proposta statunitense che prevede l’introduzione di dazi elevati sui farmaci generici. La misura, volta a riportare negli Stati Uniti la produzione farmaceutica, potrebbe avere conseguenze significative sulla strategia globale e sui futuri investimenti dell’azienda svizzera.

Sandoz alle prese con la minaccia dei dazi statunitensi sui farmaci generici
AISWI swissinfo.ch

Sull’industria farmaceutica globale incombe un muro tariffario senza precedenti, pari al 200%. Con una decisione che ha scosso il mondo da Washington al Reno, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato guerra totale ai farmaci generici importati. Dal 1° agosto 2026 scatterà un periodo di grazia di due anni, durante il quale i dazi resteranno allo 0%. Ma nell’agosto 2028 arriverà la stangata: un prelievo del 100%, seguito in seguito da un’impennata fino al 200%. Non si tratta di un semplice ritocco alla politica commerciale, ma di un cambiamento radicale volto a smantellare le catene di approvvigionamento globali. L’amministrazione statunitense usa le barriere commerciali come arma per imporre un drastico rimpatrio della produzione farmaceutica, lasciando ai grandi gruppi internazionali una scelta brutale: produrre sul suolo americano oppure rinunciare al mercato sanitario più redditizio del mondo.

Sandoz si prepara alle conseguenze

Sandoz, colosso dei farmaci generici con sede a Basilea, è ora ufficialmente in stato di allerta. L’azienda ha «preso atto» delle aggressive dichiarazioni statunitensi, una formula diplomatica che cela gli intensi calcoli interni attualmente in corso. Pur affermando che è «troppo presto» per valutare appieno i danni, Sandoz deve fare i conti con conseguenze potenzialmente enormi per la propria presenza globale. L’azienda dovrà ora esaminare attentamente ogni aspetto della propria presenza geografica e delle future decisioni d’investimento. Un portavoce ha confermato che gli sviluppi vengono seguiti con estrema precisione e che sono in corso «dialoghi costruttivi» con le parti interessate. Mentre già in aprile altri medicinali erano stati colpiti da dazi fino al 100%, l’inclusione dei generici, finora esenti, cambia completamente le carte in tavola per Sandoz, che punta a garantire un accesso a prezzi accessibili ai medicinali essenziali.

L’ultimatum sul rimpatrio della produzione

Produrre in America o pagarne il prezzo: è questo l’ultimatum senza mezzi termini della Casa Bianca. La strategia del presidente Trump è chiara: usare pesanti sanzioni per riportare negli Stati Uniti la produzione farmaceutica di generici. La politica prende di mira le aziende che «decidono di non costruire impianti e attrezzature» negli Stati Uniti. Per un’azienda come Sandoz, che gestisce una complessa rete di siti produttivi in tutto il mondo, questa richiesta rischia di stravolgere decenni di logistica improntata all’efficienza. Il periodo di due anni che inizierà nel 2026 è un conto alla rovescia frenetico per il settore. Se Sandoz e i suoi concorrenti non orienteranno gli investimenti di capitale verso impianti negli Stati Uniti, rischieranno un dazio del 100%, che raddoppierebbe di fatto da un giorno all’altro il prezzo dei loro prodotti, rendendoli non competitivi rispetto a quelli dei concorrenti nazionali. È protezionismo nella sua forma più aggressiva, volto a trasformare l’etichetta «Made in USA» da scelta a necessità.

La strategia globale di Basilea sotto pressione

Nonostante le nubi all’orizzonte, i vertici di Sandoz ostentano calma e resilienza. Il presidente del Consiglio di amministrazione Gilbert Ghostine si dice «convinto che alla fine prevarrà il buon senso», suggerendo che la necessità stessa di disporre di generici a prezzi accessibili per la popolazione statunitense potrebbe indurre ad ammorbidire queste posizioni intransigenti. Tuttavia, la speranza non è una strategia. Sandoz, potenza svizzera, rappresenta l’eccellenza delle competenze farmaceutiche europee, e un eventuale ritiro forzato o un costoso trasferimento della produzione negli Stati Uniti avrebbe ripercussioni sull’economia svizzera. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: se gli Stati Uniti riuscissero a costringere Sandoz a trasferire la produzione, potrebbero innescare un effetto domino tra altre aziende con sede a Basilea. Per ora Sandoz si trova a un bivio e si muove in un campo minato geopolitico, dove il costo di fare impresa sta per impennarsi del 200%. I prossimi mesi mostreranno se il buon senso svizzero saprà davvero resistere al nazionalismo economico americano.