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Swiss Observer

Smantellata una vasta rete di tratta di esseri umani: identificate 146 vittime cinesi

Le autorità svizzere hanno incriminato cinque sospetti in uno dei più grandi casi di tratta di esseri umani del Paese, evidenziando la necessità di migliorare la condivisione dei dati tra Cantoni.

AI2 settembre 2025Il nostro processo editoriale
Smantellata una vasta rete di tratta di esseri umani: identificate 146 vittime cinesi
AISWI swissinfo.ch

In un colpo di portata storica contro la criminalità organizzata, le autorità bernesi hanno smascherato una vasta rete di tratta di esseri umani, identificando ben 146 vittime in quello che è ormai confermato come uno dei casi più gravi nella storia svizzera. Le dimensioni dell’operazione fanno crollare l’illusione che la Svizzera sia immune al lato oscuro dello sfruttamento internazionale. Dopo una meticolosa indagine durata tre anni e avviata nella primavera del 2022, la Procura pubblica cantonale di Berna ha formalmente incriminato cinque sospetti, segnando un momento decisivo per il sistema giudiziario svizzero.

L’indagine, iniziata con un’operazione ad alto rischio che ha portato al fermo dei primi sospettati, ha svelato una complessa rete di abusi. Mentre le prime perquisizioni avevano permesso di identificare soltanto sei vittime, il diligente lavoro di polizia ha rivelato che la rete aveva intrappolato quasi 150 donne, in prevalenza cittadine cinesi. Questo caso non è una semplice statistica: è una testimonianza sconvolgente della portata della schiavitù moderna entro i nostri confini. Mentre gli imputati, tre uomini e due donne di età compresa tra i 30 e i 53 anni, si preparano ad affrontare la giustizia, la gravità dei reati loro contestati richiede la piena attenzione del Paese.

Predatori digitali: i meccanismi spietati del reclutamento

I trafficanti non si aggiravano per le strade: davano la caccia alle vittime nell’ombra digitale. Secondo le autorità, gli imputati utilizzavano piattaforme di chat cinesi per selezionare meticolosamente le vittime, applicando criteri calcolati in base all’aspetto, all’età e al peso. Si trattava di un’operazione su scala industriale, in cui le persone venivano individuate e trasferite come merci per corrispondere a un preciso «ideale» del mercato svizzero del sesso.

Una volta attirate in Svizzera, la trappola scattava. L’indagine ha rivelato che anni fa un gruppo sofisticato e organizzato professionalmente aveva fornito a molte vittime documenti d’identità falsi, agevolandone gli spostamenti attraverso le frontiere europee e vincolandole al contempo alla rete criminale. Una volta arrivate, le donne non erano libere: venivano nascoste in abitazioni private e appartamenti, tenute lontane dagli sguardi dietro porte chiuse, mentre gli sfruttatori organizzavano la loro attività di prostituzione. Questo passaggio dal digitale al mondo fisico mette in luce l’efficienza inquietante della tratta moderna, che le forze dell’ordine svizzere stanno ora cercando di smantellare.

Lucrare sulla miseria: l’economia di un’impresa criminale

La crudeltà finanziaria della rete era precisa quanto i suoi metodi di reclutamento. Le vittime erano costrette a consegnare direttamente ai loro sfruttatori il 50% dei propri guadagni, un prelievo predatorio che permetteva ai trafficanti di vivere agiatamente alle spalle delle donne sfruttate. I cinque sospettati che ora devono rispondere davanti alla giustizia bernese sono accusati di aver dettato ogni aspetto dell’attività di prostituzione delle donne, privandole di fatto della loro autonomia e prosciugandone i redditi.

Le accuse vanno ben oltre la tratta di esseri umani e il favoreggiamento della prostituzione. In un’esibizione di sfrontata criminalità, agli imputati sono contestati anche il riciclaggio di denaro, la falsificazione di documenti e la riscossione illecita di prestazioni dell’aiuto sociale. Secondo le accuse, da una parte sfruttavano la rete di protezione sociale svizzera e dall’altra si impossessavano dei proventi della schiavitù. Questo duplice sfruttamento, delle donne vulnerabili e dello Stato svizzero, delinea il quadro di un’impresa criminale guidata da una cupidigia senza freni.

Muri burocratici: perché le leggi svizzere sulla privacy aiutano i criminali

L’operazione è un successo, ma mette in luce una grave falla nella nostra architettura di sicurezza nazionale: la burocrazia. Philippe Müller, direttore della sicurezza del Canton Berna, ha criticato duramente il quadro giuridico attuale, affermando che gli inquirenti si scontrano ripetutamente con ostacoli dovuti alle severe norme sulla protezione dei dati. In un paradosso sconcertante, Müller ha osservato che spesso per la polizia svizzera è più facile scambiare dati sensibili con autorità estere che condividere informazioni oltre i confini cantonali.

Questa frammentazione favorisce la criminalità organizzata. Le reti di tratta operano senza tener conto dei confini cantonali, mentre le nostre forze dell’ordine ne sono frenate. Il caso ha suscitato urgenti appelli da parte di esponenti politici e della magistratura a introdurre una base legale più efficace che allenti le restrizioni sulla condivisione dei dati. Se la Svizzera intende combattere efficacemente i reati complessi e transfrontalieri, la mentalità del «Kantönligeist» deve finire. Non possiamo permettere che le leggi sulla protezione della sfera privata, concepite per tutelare la popolazione, diventino uno scudo per chi la riduce in schiavitù.