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Swiss Observer

Jean Ziegler, instancabile critico del capitalismo e intellettuale svizzero, muore a 92 anni

Jean Ziegler, eminente sociologo svizzero, ex politico e una delle principali figure intellettuali della sinistra europea, è morto a Ginevra. Autore e attivista per tutta la vita, era noto per le sue aspre critiche alla globalizzazione neoliberista e per la sua lotta a favore della giustizia globale.

Jean Ziegler, instancabile critico del capitalismo e intellettuale svizzero, muore a 92 anni
AISWI swissinfo.ch

La Svizzera ha perso il suo intellettuale più combattivo. Jean Ziegler, che per oltre 60 anni ha smontato le giustificazioni morali del capitalismo globale, è morto mercoledì a Ginevra, all’età di 92 anni. È deceduto in seguito a complicazioni dovute al morbo di Parkinson, segnando la fine di un’era per la sinistra europea. Ziegler non era soltanto un sociologo: era una provocazione fatta persona. Mentre l’establishment svizzero preferiva spesso la diplomazia discreta e il segreto bancario, Ziegler ha scelto la strada dello scontro frontale, attaccando senza tregua il «sistema mondiale cannibalesco» dal suo pulpito ginevrino. È rimasto attivo fino alla fine, pubblicando il suo ultimo appello alla resistenza globale, «Dov’è la speranza?», alla ragguardevole età di 90 anni. La sua scomparsa lascia un vuoto in una nazione che amava e criticava senza riserve, costringendo la Svizzera a confrontarsi con la propria identità senza il suo più celebre specchio.

Affrontare il cervello del mostro

Un solo incontro, nel 1964, ha ridefinito il percorso del radicalismo svizzero. A 30 anni, Jean Ziegler ebbe l’incarico di accompagnare Che Guevara in auto per le strade di Ginevra. Quando Ziegler lo supplicò di poter partecipare alla rivoluzione cubana, Guevara indicò le banche scintillanti e le gioiellerie di rue du Rhône e gli impartì un ordine: «È qui... che bisogna combattere, perché è lì che si trova il cervello del mostro». Da questa indicazione nacque la strategia di Ziegler della «integrazione sovversiva». Non lanciava pietre dall’esterno: si infiltrava nel sistema. Per 24 anni ha occupato un seggio in Consiglio nazionale, sfruttando l’immunità parlamentare del Partito socialista per lanciare critiche devastanti contro l’élite finanziaria. Ha dimostrato che si poteva essere marxisti dichiarati e operare al contempo nel cuore di una democrazia capitalista, rivolgendo gli strumenti dello Stato contro il «principio del profitto», che a suo avviso riduceva in schiavitù il Sud globale.

Infrangere il mito della neutralità svizzera

Il contributo più dirompente di Ziegler alla coscienza svizzera arrivò nel 1997 con la pubblicazione di «La Svizzera, l’oro e i morti». Non si limitò a criticare le banche svizzere: accusò i finanzieri del Paese di aver agito da «ricettatori di Hitler» durante la Seconda guerra mondiale. Fu un attacco diretto al mito fondativo della neutralità morale svizzera. La reazione fu senza precedenti, ma Ziegler non si lasciò intimidire. Si specializzò nello smascherare quella che definiva la «totale assenza di controllo pubblico» sul settore finanziario. Dal 2000 al 2008, nel suo ruolo di relatore speciale dell’ONU sul diritto all’alimentazione, portò questa battaglia sulla scena mondiale, dove dichiarò notoriamente che «un bambino che muore di fame è vittima di un omicidio». Affrontò le superpotenze mondiali con la stessa veemenza riservata ai consigli di amministrazione di Zurigo, rifiutando di permettere al «mostro neoliberista» di agire nell’ombra.

L’eredità del ribelle irriducibile

La morte di Jean Ziegler pone una domanda cruciale: la sinistra svizzera può sopravvivere senza la sua figura più controversa? Ziegler era un uomo di contraddizioni: un romantico che ammirava la rivoluzione cubana nonostante i suoi difetti e uno studioso che talvolta anteponeva la propaganda alle sfumature di una stampa libera. Eppure il suo «ottimismo della volontà» ha ispirato generazioni di attivisti a guardare oltre le Alpi. Ha trasformato la Svizzera, da tranquiso paradiso fiscale, in un campo di battaglia per la giustizia globale. Mentre il Paese fa i conti con l’aumento delle disuguaglianze e le complessità della neutralità moderna, la vita di Ziegler rappresenta un modello di «integrazione sovversiva». Ha dimostrato che anche nel «cervello del mostro» una sola voce può riecheggiare in tutto il mondo. La sua eredità non si trova nelle statue di Ginevra, ma nel continuo «risveglio delle coscienze» che ha invocato fino all’ultimo respiro. La lotta contro il sistema fondato esclusivamente sul profitto continua, ma ora senza il suo comandante più eloquente.