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Swiss Observer

UBS avverte: una crisi prolungata a Hormuz potrebbe spingere il petrolio a 200 dollari

L’economista di UBS Alessandro Bee avverte che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe far salire il prezzo del petrolio fino a 200 dollari al barile e innescare una recessione globale, con conseguenze per l’economia svizzera.

AI11 settembre 2026Il nostro processo editoriale
UBS avverte: una crisi prolungata a Hormuz potrebbe spingere il petrolio a 200 dollari
AISWI swissinfo.ch

Il petrolio potrebbe salire a 200 dollari al barile, circa 162 franchi, se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso per diversi trimestri. L’economista di UBS Alessandro Bee ha lanciato l’allarme a Keystone-SDA mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a perturbare le forniture energetiche attraverso questa via d’acqua strategica.

Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e con il più ampio sistema mondiale di rotte marittime. Prima del conflitto, attraverso lo stretto transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Una chiusura prolungata toglierebbe dai mercati internazionali una grande quantità di forniture e costringerebbe gli importatori a contendersi riserve sempre più scarse.

Lo scenario di base di Bee è meno grave. L’economista prevede una ripresa graduale del mercato nei prossimi trimestri, con il petrolio scambiato tra 80 e 100 dollari al barile e una volatilità persistente. La fascia più alta, tra 150 e 200 dollari, si applicherebbe se la chiusura durasse abbastanza a lungo da esaurire le riserve e provocare il panico sui mercati.

Per la Svizzera, i rischi si manifesterebbero attraverso i costi del carburante, dei trasporti, del riscaldamento e dell’elettricità. Il Paese importa la maggior parte dell’energia che consuma, esponendo famiglie e imprese ai prezzi globali anche in assenza di carenze fisiche ai confini svizzeri. Swissinfo ha pubblicato la valutazione di Bee l’11 settembre 2026, citando l’agenzia di stampa Keystone-SDA.

Perché il tempo potrebbe trasformare uno shock dell’offerta in recessione

La differenza tra un petrolio a 100 e a 200 dollari dipende dalla durata della crisi, dalle riserve e dalla fiducia. Bee ha spiegato che i produttori, gli operatori commerciali e i governi potrebbero assorbire una perturbazione di breve durata adeguando le spedizioni. Una chiusura protratta per diversi trimestri creerebbe invece un mercato diverso, con le scorte di emergenza che si ridurrebbero gradualmente e gli acquirenti disposti a pagare un sovrapprezzo per ogni carico disponibile.

Le conseguenze non riguarderebbero soltanto il prezzo della benzina. Il petrolio incide sul trasporto merci su strada, sull’aviazione, sulla chimica, sull’industria manifatturiera e sull’agricoltura. I costi più elevati di trasporto e produzione possono ripercuotersi lungo le filiere prima di arrivare ai consumatori alla pompa. Le imprese confrontate con una domanda più debole e costi di produzione in aumento potrebbero rinviare gli investimenti o ridurre le assunzioni.

Bee ha descritto questa fascia di prezzi come uno scenario di rischio, non come la previsione centrale di UBS. La banca si attende una ripresa graduale dei mercati petroliferi, con prezzi tra 80 e 100 dollari al barile. Secondo Bee, in caso di chiusura prolungata e di esaurimento delle riserve il mercato potrebbe farsi prendere dal panico, spingendo i prezzi a 150-200 dollari.

Lo shock complicherebbe anche la politica delle banche centrali. Un’inflazione energetica persistente potrebbe mantenere elevati i prezzi al consumo, mentre i rischi di recessione frenerebbero l’attività economica. Secondo Bee, gli investitori hanno già spinto al rialzo i rendimenti obbligazionari, in parte a causa dell’inflazione e delle attese di aumenti dei tassi d’interesse. Ha aggiunto che alcuni investitori potrebbero anche interrogarsi sulla sostenibilità del debito pubblico.

La Svizzera valuta i costi in vista dell’inverno

La Svizzera ha evitato carenze di carburante, ma i prezzi dell’energia più elevati stanno già influenzando le prospettive per l’inverno. Un articolo correlato di Swissinfo, pubblicato il 26 agosto 2026, riferiva che, a sei mesi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, nel Paese cresceva la preoccupazione per le forniture di gas durante l’inverno.

Le famiglie svizzere risentirebbero di uno shock energetico prolungato attraverso il prezzo di benzina, diesel, riscaldamento e beni trasportati su strada. Le imprese con attività ad alto consumo energetico dovrebbero far fronte a costi maggiori e potrebbero trasferirli sui prezzi, ridurre la produzione o rinviare i piani di espansione. L’impatto varierebbe secondo il settore e il cantone, con le regioni industriali e le aziende di trasporto particolarmente esposte ai prezzi dei carburanti e dell’elettricità.

Il sistema energetico svizzero offre una certa protezione grazie alla produzione idroelettrica, alla diversificazione delle fonti elettriche e agli accordi di stoccaggio. Questi cuscinetti non possono però isolare completamente il Paese dai mercati globali del petrolio e del gas. La Svizzera è integrata nelle reti energetiche europee e dipende dal commercio internazionale per gran parte del proprio fabbisogno di carburanti.

La sfida immediata per le autorità consisterebbe nel trovare un equilibrio tra accessibilità dei prezzi, sicurezza dell’approvvigionamento e controllo dell’inflazione. Ogni eventuale sostegno a famiglie o imprese andrebbe inoltre valutato alla luce delle pressioni sulle finanze pubbliche. Bee ha detto che i mercati obbligazionari si trovavano già in una fase difficile, con rendimenti più elevati dovuti ai timori d’inflazione, ai possibili aumenti dei tassi e ai dubbi sulla sostenibilità del debito.

UBS intravede una ripresa, ma anche diverse minacce

Per UBS vi sono ancora segnali che la Svizzera possa riprendersi, nonostante i rischi legati all’energia. Bee ha indicato gli indici dei responsabili degli acquisti, rimasti perlopiù sopra la soglia di crescita dei 50 punti da marzo. Anche il PMI dei servizi è migliorato sensibilmente, offrendo sostegno a un’economia che dipende molto dai servizi, dalla finanza, dal commercio e dall’industria manifatturiera ad alto valore aggiunto.

L’occupazione ha fornito un altro segnale positivo. Bee ha detto di essere incoraggiato dall’andamento dell’occupazione dopo il rallentamento dell’anno scorso. Un mercato del lavoro resiliente potrebbe aiutare le famiglie ad assorbire l’aumento dei costi, anche se un rincaro prolungato dei carburanti e del riscaldamento ridurrebbe il reddito disponibile.

Anche il quadro esterno è migliorato secondo la valutazione di UBS. Negli ultimi mesi gli indicatori economici della zona euro, Germania compresa, sono saliti. Bee ha citato anche segnali positivi negli Stati Uniti. Una domanda più forte nei principali partner commerciali della Svizzera sosterrebbe gli esportatori se la crisi energetica restasse circoscritta.

Le prospettive presentano anche altri rischi. Bee ha citato l’imprevedibilità della politica economica del presidente statunitense Donald Trump, comprese le recenti tensioni con il Canada. Ha inoltre indicato l’intelligenza artificiale come una potenziale fonte di debolezza, qualora gli aumenti di produttività attesi non si concretizzassero e portassero a significativi tagli agli investimenti. Questi rischi potrebbero aggravare uno shock petrolifero, indebolendo fiducia e investimenti proprio mentre i costi aumentano.

La Svizzera osserva il tempo che passa a Hormuz

Per la Svizzera, la variabile decisiva è capire se la perturbazione a Hormuz resterà temporanea o si trasformerà in una lunga crisi dell’approvvigionamento. Nello scenario di base di UBS, i mercati si adeguano gradualmente e il prezzo del petrolio rimane tra 80 e 100 dollari al barile. Anche in questo caso automobilisti, operatori dei trasporti e imprese ad alto consumo energetico subirebbero pressioni, ma l’economia svizzera potrebbe proseguire la sua ripresa.

Una chiusura protratta per diversi trimestri rappresenterebbe una prova molto più difficile. Prezzi tra 150 e 200 dollari al barile aumenterebbero il costo del trasporto di persone e merci in Europa, intensificherebbero l’inflazione e comprimerebbero i bilanci delle famiglie. Una recessione globale indebolirebbe le esportazioni e il turismo svizzeri, aggiungendo pressione al bilancio della Confederazione e ai sistemi di sicurezza sociale.

Le imprese svizzere seguiranno da vicino gli acquisti di energia, i movimenti valutari, la domanda europea e i tassi d’interesse. Le famiglie risentiranno più direttamente degli effetti attraverso i costi della mobilità e del riscaldamento. Con l’evolversi del conflitto, le autorità dovranno disporre di informazioni affidabili sulle riserve, sulle rotte di approvvigionamento e sulla domanda invernale.

La previsione di Bee lascia aperto l’esito. UBS si attende una ripresa, ma l’avvertimento della banca definisce chiaramente il rischio: più a lungo il sistema energetico mondiale resterà senza accesso a Hormuz, più rapidamente un conflitto regionale potrà trasformarsi in uno shock economico globale.